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U Riavulicchiu la maschera carnevalesca tradizionale. Le origini PDF Stampa Email
Corleone - Tradizioni Corleonesi
Scritto da Doreana Fiduccia   
Martedì 15 Giugno 2010 14:16

U_Riavulicchiu_maschera_di_CorleoneIl diavolo lumbard

Nome: "Riavulicchiu"

Data di nascita: ignota

Luogo di nascita: Lombardia?

Le maschere sono sempre il divertimento maggiore del Carnevale: maschere d'ogni sorta e apparentemente senza un gran significato, che scorazzano allegre e danzanti in quella settimana di baldoria in cui si è ristretto il Carnevale, i cui festeggiamenti duravano anticamente più di un mese, dopo che «l'azione della Chiesa tesa a combattere gli usi pagani e quella non meno devastante di tipo illuminista o evoluzionista contro pregiudizi e sopravvivenze, insieme con altre cause di natura strutturale, hanno progressivamente ridotto nelle celebrazioni festive gli spazi per l'esprimersi di comportamenti considerati "eccessivi"», scriveva Fatima Giallombardo, professoressa di discipline demoetnoantropologiche, nel 1990.

 

Orbene, di queste maschere, ogni città ha la propria. Quella tipica di Corleone è il Riavulicchiu. Casacca e calzoni rossi e neri, coda, cappuccio con le corna e centinaia di sonagli tintinnanti sono la divisa di questa maschera di diavolo, che di demoniaco non ha nulla o, meglio, più nulla. Da soli o il più delle volte a branchi, questi riavulicchi ballano, schiamazzano e mettono allegria per le vie del paese. Un tempo, andavano per le strade buie, annunciandosi con un cupo suono di corni e soffermandosi in quelle case disponibili ad offrire loro qualcosa, in genere vino.

Ma se, per un malaugurato caso, a qualcuno balenasse in mente l'idea di chiedersi perché il Riavulicchiu è il padrone del Carnevale corleonese, allora ecco che arrivano i guai. Nessuno sa da dove provenga. Eppure, volendo raccogliere informazioni sul Carnevale paesano, ci si può imbattere, su testi però non proprio scientifici, in una notizia che, se rispondente al vero, sarebbe davvero interessante: si pensa che questa maschera, o magari una sua antenata, possa essere giunta a Corleone con quel ripopolamento di gente lombarda al seguito di Oddone di Camerana, nel 1237. Vero è che appartiene alla tradizione di quelle terre un demone ctonio, legato alla ritualità agricola, il cui nome risalerebbe al germanico Hölle König, cioè re dell'inferno. Passando attraverso la lingua francese, nel Medioevo, dal nome di quel demone si è avuto qualcosa come Hellequin o Harlequin o Herlequin. Era un diavolo conduttor di diavoli nei misteri popolari del XI secolo, che di lì a poco sarebbe diventato un personaggio comico nelle rappresentazioni medievali. L'intenzione era quella di esorcizzare le paure del soprannaturale, ma anche di mettere in burla il potere dei demoni pagani della terra, che erano ancora molto presenti nell'immaginario popolare, soprattutto nelle campagne, dove la diffusione del Cristianesimo era più lenta. E non è tutto. Nella Divina Commedia troviamo il diavolo Alichino. Si sta componendo il nome della maschera carnevalesca seicentesca che ha origine, questo è ormai certo e assodato da tempo, da tutto ciò: Arlecchino, che conserva da allora la mascherina demoniaca col ghigno nero.

È pur vero, riguardo al Riavulicchiu e alle sue probabili origini nordiche, che maschere più o meno demoniache si incontrano un po' ovunque, dalla Sardegna, al Molise, alle Baleari. Con valore apotropaico, l'utilizzazione della figura del diavolo nel Carnevale è collegata agli ancestrali timori dei contadini per le cattive annate, in cui "il diavolo mette la coda". I festeggiamenti carnevaleschi usano il sorriso come fonte di esorcismo, nell'attesa di consegnare incubi e diavoli al fuoco purificatore. È come se il mondo di sotto facesse irruzione nel mondo di sopra. Ancora la Giallombardo: «Violare ogni regola di comportamento abituale, mettere in discussione le norme della comune decenza, portare a scacco le attese, sono stati assunti come elementi di conferma di questo suo carattere [del carnevale]. Per Roger Callois la festa rappresenta un "intermezzo di confusione universale", "l'istante in cui l'ordine cosmico è soppresso"». Il Carnevale in sé è una festa di rinnovamento. Ha origini antichissime: trova le sue radici nei misteri isiaci e nei Saturnali. Pure durante queste feste l'ordine veniva sovvertito, per far sorgere infine di nuovo dal caos il cosmos, il mondo ordinato e armonico.

Anche l'uso del cibo ha valore propiziatorio, soprattutto se consumato in compagnia. A Corleone per il Carnevale vino e salsiccia non mancano in piazza. In passato era tradizione fare largo uso di sughi di carne e di pietanze elaborate, come maccheroni fatti in casa al ragù. E non mancano né mancavano certo i dolci.

Bisogna dire che a Corleone non si è sempre festeggiato il Carnevale. Nel secolo scorso, per ragioni di ordine pubblico, i festeggiamenti furono sospesi una trentina d'anni, per riprendere con gli anni '90. Le mascherate non sono nuove a restrizioni. Giuseppe Pitrè nel 1893 racconta che in Sicilia già nel Cinquecento erano stati emanati decreti per limitare la pratica di mascherarsi. Irriconoscibili, i malintenzionati potevano compiere ogni genere di crimine.

Attualmente il programma del Carnevale corleonese prevede la partecipazione della banda, il trofeo dei quartieri, assegnato al gruppo che meglio di ogni altro realizza un carro allegorico, le sfilate dei carri il sabato, la domenica e il martedì e balli di gruppi in maschera in piazza. Nei giorni di festa, si può anche assistere a cortei di cavalieri per le strade cittadine. Uso documentato in Sicilia da Pitrè nel Seicento, quando apparvero anche gli antenati dei carri allegorici. E ancora, se oggi si buttano addosso coriandoli e stelle filanti, nel Quattrocento si poteva essere colpiti da qualcosa di meno gradito: canigghia, amido, gesso, calce, acqua o altro liquido ancor meno accetto e uova piene d'inchiostro o petrolio.

Abbiamo parlato di fuoco purificatore. In effetti, i festeggiamenti carnevaleschi si concludono, a Corleone e non solo, con il rogo del Nannu. «È la personificazione del Carnevale – sono le parole dello studioso siciliano di tradizioni popolari -, la maschera principale, massima, l'oggetto di tutte le gioie, di tutti i dolori, dei finti piagnistei, del pazzo furore di quanti sono spensierati e capi scarichi. Trovar la sua fede di battesimo è tanto difficile quanto trovar l'origine di un uso obliterato, ma senza dubbio, trasformato e mistificato com'è, egli discende in linea retta da un personaggio mitico della remota antichità di Grecia e di Roma. Ordinariamente lo si immagina e rappresenta come un vecchio fantoccio di cenci, goffo ed allegro; vestito dal capo ai piedi con berretto, collare e cravattone, soprabito, panciotto, brache e scarpe. Lo si adagia ad una seggiola con le mani in croce sul ventre». Sempre Pitrè aggiunge che la Nanna è una creazione posteriore, senza alcun fondamento in Sicilia. A Corleone, portati a spalla dai riavulicchi, il Nannu e la Nanna raggiungono la piazza, dove viene letto il Testamento, prima di dare alle fiamme i fantocci. I riavulicchi, quindi, si scatenano in danze tutto intorno al falò. Così finisce il Carnevale corleonese, con la "morte" che rappresenta la fine di un'epoca e il nascere della successiva.

Chi volesse approfondire può dare uno sguardo a Tempo di Carnevale: pratiche e contesti tradizionali in Sicilia, a cura di Sergio Bonazinga, edito nel 2003; Maschere e corpi: tempi e luoghi del Carnevale, di Castelli e Grimaldi, 1997; Festa, orgia e società, di Fatima Giallombardo, del 1990; Carnevale in Sicilia, di Giuseppe Pitrè, 1893. Ma proprio quest'ultimo faceva notare come racimolare notizie di carattere storico sul Carnevale fosse impresa ben ardua. Parole sempre valide. Sarebbe auspicabile uno studio sul Carnevale corleonese, le cui notizie sono ancora troppo nebbiose e frammentarie. Sarebbe auspicabile che i giovani studenti corleonesi ricercassero sul proprio paese. Anche tramite le loro parole esso ha luce e vive.


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