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Il canto popolare (seconda parte) PDF Stampa Email
Rubriche - L' angolo aperto alla Poesia
Scritto da Amministratore   
Martedì 01 Novembre 2011 21:11

pasoliniImprovviso il mille novecento /c inquanta due passa sull'Italia: / /solo il popolo ne ha un sentimento/ vero: mai tolto al tempo, non l'abbaglia / la modernità, benché sempre il più/ moderno sia esso, il popolo, spanto / in borghi, in rioni, con gioventù / sempre nuove - nuove al vecchio canto -/ a ripetere ingenuo quello che fu.

Scotta il primo sole dolce dell'anno

sopra i portici delle cittadine

di provincia, sui paesi che sanno

ancora di nevi, sulle appenniniche

greggi: nelle vetrine dei capoluoghi

i nuovi colori delle tele, i nuovi

vestiti come in limpidi roghi

dicono quanto oggi si rinnovi

il mondo, che diverse gioie sfoghi...

Ah, noi che viviamo in una sola

generazione ogni generazione

vissuta qui, in queste terre ora

umiliate, non abbiamo nozione

vera di chi è partecipe alla storia

solo per orale, magica esperienza;

e vive puro, non oltre la memoria

della generazione in cui presenza

della vita è la sua vita perentoria.

Nella vita che è vita perché assunta

nella nostra ragione e costruita

per il nostro passaggio - e ora giunta

a essere altra, oltre il nostro accanito

difenderla - aspetta - cantando supino,

accampato nei nostri quartieri

a lui sconosciuti, e pronto fino

dalle più fresche e inanimate ère -

il popolo: muta in lui l'uomo il destino.

E se ci rivolgiamo a quel passato

ch'è nostro privilegio, altre fiumane

di popolo ecco cantare: recuperato

è il nostro moto fin dalle cristiane

origini, ma resta indietro, immobile,

quel canto. Si ripete uguale...

seconda parte

...Un grande concerto di scalpelli

sul Campidoglio, sul nuovo Appennino,

sui Comuni sbiancati dalle Alpi,

suona, giganteggiando il travertino

nel nuovo spazio in cui s'affranca

l'Uomo: e il manovale Dov'andastà

jersera... ripete con l'anima spanta

nel suo gotico mondo. Il mondo schiavitù

resta nel popolo. E il popolo canta.

Apprende il borghese nascente lo Ça ira,

e trepidi nel vento napoleonico,

all'Inno dell'Albero della Libertà,

tremano i nuovi colori delle nazioni.

Ma, cane affamato, difende il bracciante

i suoi padroni, ne canta la ferocia,

Guagliune 'e mala vita! in branchi

feroci. La libertà non ha voce

per il popolo cane. E il popolo canta.

Ragazzo del popolo che canti,

qui a Rebibbia sulla misera riva

dell'Aniene la nuova canzonetta, vanti

è vero, cantando, l'antica, la festiva

leggerezza dei semplici. Ma quale

dura certezza tu sollevi insieme

d'imminente riscossa, in mezzo a ignari

tuguri e grattacieli, allegro seme

in cuore al triste mondo popolare.

Nella tua incoscienza è la coscienza

che in te la storia vuole, questa storia

il cui Uomo non ha più che la violenza

delle memorie, non la libera memoria...

E ormai, forse, altra scelta non ha

che dare alla sua ansia di giustizia

la forza della tua felicità,

e alla luce di un tempo che inizia

la luce di chi è ciò che non sa.

1952-53

Pier Paolo Pasolini, "La ceneri di Gramsci", edito da Garzanti nel 1957.

"I versi poeticamente più compiuti di Pasolini sono nelle Ceneri di Gramsci. La raccolta, una sorta di romanzo in versi, nasce in un contesto ricco di nuove esperienze culturali e di vita. La scoperta di una nuova realtà antropologica molto più densa di quella casarsese, e il contatto con una cultura non provinciale, mentre si traducono in una frenetica attività nelle direzioni più svariate, rendendo più complesso e problematico il rapporto dello scrittore con il reale. Si può constatare sempre di più una contraddizione di fondo tra una natura decadente volta ad un sentimento del passato e una volontà di impegno progressista, due mondi che Pasolini cerca di conciliare pur disperando di riuscirci..." Marissa Calfe- Le ceneri di Gramsci-



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