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| Rubriche - I Cunti | |||
| Scritto da Giuseppe Ingardia | |||
| Domenica 13 Giugno 2010 17:36 | |||
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Con lo spostamento degli interessi commerciali delle grandi potenze marittime dal bacino mediterraneo all’oceano atlantico, conseguente alla scoperta delle Americhe, già sul finire del sedicesimo secolo la Sicilia subisce il maggiore declino economico e la corona spagnola, che ne detiene il dominio, si trova a fronteggiare una grave crisi politica e sociale di dimensioni inedite, per il crollo dei traffici delle città marittime, la disoccupazione, la litigiosità sociale legata prevalentemente alla insolvenza , e la diffusione della peste . Paceco, come altre trenta città nuove concepite nel latifondo dell’isola, è una conurbazione occasionale delle contingenze, voluta come universitas con licentia populandi dal re di Spagna, che nei primi del milleseicento sente il bisogno di allentare la tensione sociale delle città demaniali siciliane, coacervo di plebi disperate e indebitate, mediante la fondazione di città nuove promosse da nobili interessati a mettere a frutto feudi incolti, come il feudo di li mennuli di don Placido Fardella, che riceve il titolo di principe dal vicerè Villena dopo averne sposato la nobile nipote madrilena Maria Pacheco Figueroa y Mendoza .- Con l’aggravante della estrema vicinanza con la città falcata e della antica dichiarata ostilità, fonte di oggettiva competizione commerciale, la precarietà del casato fondatore, che con la prematura morte del principe scomparirà praticamente già nei primi decenni di vita della “città”, affidata come una eredità patrimoniale a parenti lontani, i napoletani Sanseverino, che si avvalranno di grigi amministratori trascurando l’avvenire del borgo, da cui peraltro non riescono a trarre alcun cespite . Non a caso, mancano segni monumentali significativi della fondazione e quelli costituiti come il vecchio castello di calcarenite, saranno nel tempo occupati abusivamente da casupole di povera gente, fino al suo totale dissolvimento come materiale edile per la strada ferrata della piana . Né si può dire che vi si sia costituita una qualche classe borghese consistente e significativa, giacchè le poche famiglie più benestanti, man mano che vedevano migliorare la propria condizione, ( vedi gli Alestra e gli Occhipinti ) si trasferivano a Trapani dove altre famiglie ricche risiedevano. Paceco, in altri termini, resterà per secoli una comunità di braccianti e piccolissimi possidenti contadini, per lo più subalterna alla vicina Trapani perché vive sulle terre proprietà delle famiglie trapanesi. La fondazione era nata con la malasorte, dicevano i vecchi . Don Placido Fardella , dopo il capolavoro della progettazione della città nel feudo delle mandorle , aveva cominciato a stare male .- Era riuscito appena a completare la fabbrica del castello nella cava di arenaria e ad abitarla qualche stagione, che si allettigò .- Con la nobile moglie madrilena, donna Maria Pacheco Mendoza y Figueroa, aveva avuto cinque figli, e alla età di trentuno anni, dopo una torrida estate di sudori e febbri pestilenziali, moriva a Trapani , nel settembre del 1623 . Vi era una piana malsana, a valle della collina, abitata piena di acquitrini e di zanzare anofele . Si assembravano a ridosso del castello, della Chiesa madre e del Rosario casupole di povera gente che arrivava da Termini, da Sciacca, da Castellammare e dai nascondigli della latitanza nelle campagne, con un carico di rabbie e di paure . La inattesa morte del principe scosse donna Maria, che si trasferiva a Palermo e fondava il convento carmelitano di Santa Teresa alla Kalsa, dove prendevano i voti le figlie Caterina e Cecilia .- Poi, dopo lunghe suppliche agli altri tre figli per rifarsi una vita lontano dalla Sicilia, tornava sotto l’ombrello protettivo della corte di Madrid con Serafina e Diego, lasciando l’eredità della fondazione allo sfortunato Giovan Francesco, che moriva accoltellato da un servo per dirimere una lite alla Marina di Trapani , un giorno qualunque del quarantacinque .- Si può dire che il quadro di una organica struttura economico sociale vede un rapporto inscindibile fra Paceco e Trapani, l’una bisognosa di lavoro, l’altra di manodopera, in un rapporto che resta per secoli conflittuale, dove la seconda assume il ruolo di topos della ricchezza e delle classi benestanti, verso cui migra chi a Paceco migliora la condizione e mira a costituire nuovi apparentamenti e nuove alleanze sociali . Una comunità che si caratterizza sin dal nascere come enclave di genti libere autogovernate nella regola della consuetudine, che si fonda come cultura non scritta nella sedimentazione della convivenza, in un’epoca nella quale il diritto dei re di Spagna stentava ad affermarsi sui privilegi dei baroni, mentre città di mare di antica tradizione come la vicina Trapani si governavano entro statuti e tribunali di commercio propri, continuando a mantenere ambasciate nei porti mediterranei d’Africa, e dove il diritto di proprietà e le gerarchie sociali erano gelosamente protetti da milizie armate permanenti .- Del resto la fondazione era servita, insieme ad altre città nuove siciliane dello stesso periodo, ad allentare la tensione sociale delle città demaniali, a liberarle degli elementi più rissosi, spesso indebitati o ricercati dalla giustizia, sebbene i settori più conservatori e avidi delle classi notabili non gradissero l’azzeramento dei crediti vantati dalle famiglie che fuoriuscivano dalle città ed erano dirette verso nuove mete.
II PARTE Ricorrevano di frequente furti di prodotti della campagna e abigeati, per le numerose famiglie nullatenenti, e si faceva giustizia con ricorso frequente alla violenza e all’omicidio. Il paese fino a pochi decenni or sono è considerato nel circondario di Trapani e nell’agro ericino l’epicentro della sedizione e nel contempo del coraggio primitivo , che sa osare contro gli abusi . Così fu rinomata per i frequenti omicidi, per la manovalanza offerta ai capimafia della provincia, insomma quella porta del feudo che se da una parte esercita il ruolo di guardia armata della piccola proprietà, è anche epicentro di scorrerie verso la vicina città, e al tempo stesso milizia privata al servizio delle famiglie latifondiste. Mai dunque una comunità organica, cosmo autonomo, benché in qualche modo autoregolata dalla consuetudine e dal tradizionale esercizio della violenza legittimato dalla convinzione della superiorità di una giustizia autogestita .- Del resto la conformazione dei quartieri con cui nel tempo va a configurarsi , registrerà aggregazioni chiuse di ceti legati nel proprio seno da vincoli tribali ; si pensi al quartiere bordino, fatto di carretterie delle famiglie piccolo proprietarie ed edificata col nuovo secolo , e il più antico quartiere basso dei pastori fra le vie Crispi, Dante e Alcamo, nella parte ovest del centro urbano . Io ricordo da ragazzo le battaglie condotte fra le bande di quartiere a certa ora della sera, scagliando pietrate, e la gente si rinchiudeva in casa per non ferirsi . Ostilità e diffidenza caratterizzava i rapporti fra i quartieri, specialmente verso le famiglie dei pastori . Paceco era anche sede della stazione della guardia campestre, corpo di guardia rurale privata, al quale ricorrevano i piccoli proprietari per difendere i raccolti con contratti annuali di servizio, che esercitava in alternativa alla caserma dei carabinieri una costante difficile mediazione fra pastori che sconfinavano con le greggi affamate, e contadini eternamente in guerra per difendere il raccolto dai furti e dagli sconfinamenti degli animali , spesso risolta con soluzioni compensative .-. Le attività più lucrose riguardavano il commercio di prodotti agricoli e di animali, la stazione di monta, il piccolo allevamento bovino prevalentemente di tipo familiare, l’attività dei fabbri e maniscalchi, dei carrozzieri . C’erano poi i forni di quartiere in conto terzi per la cottura del pane, i mulini e negli anni cinquanta qualche pastificio artigianale e qualche trappèto per la molitura delle olive alla periferia del paese. Ogni capofamiglia depositava una parte di frumento nei mulini per prelevare farine per il mangio di casa , e si andava col contributo del mazzo di paglia o di paglia di lino per la camiata nei vecchi forni collettivi, che diventavano sùrgico, perché le donne di casa ne facevano occasione di scambio di curiosità sulla vita del paese. La cura delle malattie, e la malaria era ricorrente, passava attraverso rimedi tradizionali di erbe curative, cataplasmi e decotti, il ricorso alle spilature , massaggi e frizioni energetiche, le fatture e il ricorso allo spiritaro contro il mal di testa . Sin dai primi del 1700 un solo medico condotto malpagato dal decurionato e gratificato di offerte in natura, somministrava consigli fondati sul buon senso . Le cose non cambiarono dopo il 1820, con i poteri comunali del consiglio locale , che videro affermarsi nel decurionato le famiglie censualmente più in vista . La vita media agli inizi del secolo scorso non andava oltre i quaranta anni , i più ricchi arrivavano a sessanta anni . I matrimoni si combinavano nel chiuso dei gruppi sociali e censuari . Non erano infrequenti i casi di ragazze del ceto piccolo proprietario o artigiano che restavano nubili perché non riuscivano a trovare un partito adeguato alle pretese a alle ambizioni dei genitori, mentre le più numerose famiglie proletarie vivevano la formazione dei matrimoni nel piu’ libero e immateriale gioco dei sentimenti e delle attrazioni .- Le famiglie contadine piccolo proprietarie tendevano a procreare pochi figli per non frazionare il patrimonio, intrecciando contratti matrimoniali dentro una stretta logica di censo e quando non riuscivano a sposare le uniche figlie perché non trovavano il partito giusto, oppure non riuscivano ad avere propri figli, adottavano nipoti o figli di parenti prossimi .
III PARTE Famiglie numerose che della abbondanza della prole facevano motivo di orgoglio, benché non fossero infrequenti gli aborti e le morti di donne in gravidanza e di bambini entro il primo anno di vita .
Era una società ascrittiva, senza prospettive di promozione sociale, ove si nasceva con un destino segnato in partenza, benché il sogno di un radicale miglioramento serpeggiasse da sempre fra i più giovani .
Così la novella del socialismo nelle estati di fine ottocento, portata dai mietitori di Monreale giunti nelle campagne di Paceco , doveva infiammare i più ardimentosi . Appassionavano molto i racconti delle fortune di chi emigrava in Argentina , in Venezuela , negli Stati Uniti , dove si raccontava di terre libere da occupare , di città luccicanti , di ricchezze facili.
Nel complesso , mentre per i senzaterra restava l’avvenire della emigrazione, la spinta all’avvenire diverso dei figli dei borgesi cominciava in seminario , per studiare in qualche modo senza gravare sulle scarse economie familiari .
I contadini , che conducevano una vita di stenti prevalentemente più travagliata delle famiglie proletarie salariate, ripetevano che i loro figli non dovevano fare la loro fine e dovevano studiare per un avvenire fuori del circuito senza speranza in cui vivevano.
Fino agli anni sessanta ancora si notavano decine di giovani in tonaca nera, oggi buoni professionisti o impiegati, che per le feste tornavano in paese .
Nessuno di loro divenne mai prete , e in prossimità degli esami di diploma si presentavano da esterni al liceo per spogliarsi della tonaca
Su questa prospettiva di miglioramento sociale del resto si fondava e si estendeva in anni difficili l’ascesa del mondo cattolico, dopo lo scandalo del fallimento della banca popolare del santissimo crocefisso ad opera di padre Alberto Valenti ,un parroco del posto , che sul finire degli anni trenta dilapidava a donne i fondi della banca , rovinando decine di famiglie , che passavano per conseguenza sul fronte avverso .-
Un saggio psicosociologico di Giovanni Belluardo ( Contadini in Sicilia- ed. Franco Angeli, 1977) analizza la condizione dei contadini dell’altopiano ibleo e in particolare il loro rapporto di sudditanza e di autorità con la civiltà urbana di Modica e Ragusa , in cui si riscontrano alcune assonanze con il contesto di Paceco , salvo che l’analisi e le caratteristiche tipologiche dell’aggressività.
Scrive Belluardo che l’aggressività dei contadini iblei si riferisce prevalentemente alla difesa dell’io, più che alla persistenza del bisogno e alla dominanza dell’ostacolo, e che i contadini iblei sono poco extrapunitivi e tendono ad affrontare le frustrazioni in modo indolore ed evasivo, con tendenza alla soddisfazione del bisogno e a liberarsi nel modo più indolore possibile della situazione frustrante.
Non sono mai state fatte analisi scientifiche sulla nostra comunità , ma è lecito nel confronto rilevare che l’aggressità spiccatamente extrapunitiva sia per converso da spiegare con la condizione di ruralità a concentrazione urbana, a differenza delle masserie sparse dell’altopiano ibleo , caratterizzate invece da una dimensione atomistica del vivere e da una forte connotazione fatalistica e di subalternità promozionale nel rapporto con le città vicine, non a caso fortemente ricettiva per l’apostolato cattolico .-
Il paese ebbe numerose storie di usurpazioni locali di beni pubblici ( occupazioni abusive di aree di “nessuno” ) come la occupazione della cava del castello e l’appropriazione delle pietre dell’edificio , che costituiscono ottime chiavi di lettura di una “gens” fortemente connotata di uno spirito ribelle , libera della subalternità delle plebi urbane di città, aduse alla rispettosa sudditanza verso le grandi famiglie.
Di fatto è una subalternità divenuta maggioranza sociale che fa della tensione antiaristocratica il collante culturale dominante, una comunità antagonista che espelle con il malocchio chi di volta in volta emerge dalla collettività.-
Paceco è stata capitale di fatture, di màre e spiritari , ancora più influenti degli occasionali preti mandati dalla vicina città per redimere e civilizzare , enclave ostile a chi , ostentando benessere e ricchezza, tenta di insediarsi .- Altro caso emblematico è la vicenda del conflitto che agli albori del novecento insorge fra la famiglia trapanese del barone Sieri Pepoli, insediata con una propria villa-baglio all’ingresso del paese e il Comune, che gli espropria la terra per la costruzione del nuovo cimitero . La controversia giudiziaria dura diversi anni finchè il Comune la spunta, con la conseguenza che la famiglia patrizia decide di sradicarsi letteralmente da Paceco smontando la villa e trasferendo fedelmente il manufatto vicino al mare, con la istituzione dell’opera pia ancora denominata Ospizio Marino . Il movimento dei Fasci e le diverse ondate rivoluzionarie guidate dai socialisti non a caso alligneranno nelle città rurali di nuova fondazione come Paceco , in quanto concentrazione umana di tensioni sociali bisognose di una guida e una dottrina per conseguire il riscatto dal patriziato latifondista .- Ed è quello che intuisce il fascismo, che negli anni trenta concepirà la colonizzazione del latifondo nel duplice obiettivo di allentare la tensione sociale meridionale e svuotare le città rurali vere capitali della sedizione socialista, secondo il modello agrario padano, tentativo poi destinato al fallimento . La classe dirigente socialista , interprete delle aspirazioni di riscatto sociale delle genti di Paceco invero avrà poca cura e attenzione al patrimonio storico monumentale, se mai si può dire che ci fosse un patrimonio da salvaguardare , ma si preoccuperà essenzialmente di difendere e rappresentare le ragioni dell’uomo. Ricordano i vecchi giornali socialisti trapanesi con orgoglio, ai primi del novecento, una storica assemblea di popolo con la leggendaria rivoluzionaria russa Angelica Balabanoff dentro l’attuale chiesa di san Francesco di Paola , sconsacrata e in stato di abbandono .- La classe dirigente socialista di Paceco e dell’agro ericino, protagonista di quello che autorevoli storici della Sicilia hanno qualificato come socialismo del latifondo riconoscendone l’alta caratura politica e organizzativa e le connotazioni sostanziali nell’integralismo rurale e in un autentico giustizialismo combattentistico, per prima riesce a interpretare fino in fondo i bisogni delle masse povere e a orientarne la tensione confrontandosi con la città di Trapani su basi nuove per rovesciarne il rapporto di subalternità, avrà cura di fare elevare il salario dei giornalieri, ridurre la gabella ai fittavoli , fare sfamare le famiglie , combattere il terratico, costruire le affittanze collettive in cooperativa, ridurre se non proprio arrestare la fuga verso lontane terre di emigrazione , che prepotentemente attraevano le più povere e numerose . La stessa classe dirigente che conquisterà l’autonomia usurpata dai trapanesi nel trentotto , dopo incresciosi episodi di corruzione politica e trame delatorie che avevano provocato prima l’emarginazione del commissario prefettizio Matteo Gervasi e poi l’ingiusto arresto del podestà il farmacista Giovanni Blunda, mandato al confino a Procida e perseguitato dal fascismo . Interessante è rilevare il contributo di quella generazione di socialisti per ridimensionare notevolmente il peso della mafia sulla comunità , mediante la costituzione di una formazione politico-sociale organizzata che seppe dare risposte ai bisogni popolari fuori dalla sudditanza dalle famiglie mafiose, sia sul terreno economico che sociale ( cooperativa di affittanza, cassa di credito, spacci sociali ) e che impose alla mafia di schierarsi scopertamente dalla parte della proprietà latifondista contro le masse nullatenenti che costituivano la stragrande parte della popolazione , in altri termini ponendola fuori degli interessi prevalenti della comunità. Questo processo di modificazione degli assetti di controllo sociale, chiamato come rapporto tipicamente moderno di proporzionalità inversa fra la forza della mafia e movimento socialista agli inizi del nuovo secolo viene lucidamente descritto da Hobsbawm ( pagg. 56-57 , I ribelli ) .- In particolare illuminante è la conseguenza dell’eccidio di Antonino Scuderi e dei figli di Giacomo Spatola nell’immediato primo dopoguerra , nel fuoco dell’occupazione delle terre , preceduta da una lettera della mafia di minaccia inoltrata a Pietro Grammatico affinché fermasse le azioni di lotta in corso , ricordandogli in forma intimidatoria la uccisione recente di Orcel ai Cantieri navali di Palermo , ripresa come raro documento dalla letteratura storiografica ( vedi pagg. 199-200 in Partiti e lotta di classe in Sicilia - di G.C.Marino ).- Così come doveroso è ricordare per altro verso successivamente , la eccezionale attività umana e apostolica di don Mario Di Trapani , giovane cappellano militare eroicamente coinvolto nelle vicende di Cefalonia dopo l’otto settembre , che nel dopoguerra assume l’incarico già assolto da Mario Ferro nella Chiesa Madre di Paceco . L’arciprete risolleva le sorti della chiesa locale con una costante e appassionata attività sociale e umana accanto ai piu’ deboli, senza guardare al credo politico delle famiglie e svolgendo un apostolato autentico di testimonianza ancor prima che professionale . Così come da una parte poche medie famiglie borghesi migravano a Trapani, centinaia e centinaia fuggivano verso lontane terre per cercare un avvenire diverso , dando vita a ondate a un esodo irreversibile . Si può grossolanamente calcolare oggi che pacecoti nel mondo siano tanti quanti ne risiedano ancora in paese. Così gli Ingardia in America, sparsi negli states, e che hanno fondato un proprio sito web continentale per ricongiungersi idealmente , comunicando spesso gli eventi familiari belli e infausti , sotto un emblema simbolico di un albero le cui radici emergono da un nome : Paceco Ingardia family tree. In ultima analisi oggi si può dire che l’indirizzo centrifugo individualista dominante della popolazione trova migliore interprete nella sua locale situazione odierna, che assiste ancora alle vecchie dinamiche centrifughe del passato, per cui per motivi di lavoro di studio e d’affari si continua a lasciare la comunità.- Queste tendenze rallentano fino a rendere asfittica la possibilità di rinnovamento culturale e sociale, appiattendo la vita locale su una dimensione ancora di subalternità, e arrovellando i rapporti sociali in uno strisciante muto antagonismo interpersonale .- Connotazione distintiva della locale classe politica che esprime la cittadinanza è l’aspirazione a non emergere in quanto si tratterebbe di una disqualità interpretata come segno di arroganza e di presunzione .- E’ la cultura del malocchio , che scaccia chi emerge perché rompe l’equilibrio sociale e il quadro di una convivenza egualitaria, che si alimenta su relazioni paritarie.- I tratti distintivi della cultura del malocchio sono l’invidia , la profilassi e la cura conseguente, nonché l’identità dello iettatore.- Le donne che curavano il malocchio spiegavano che ogni persona ha un certo periodo di tempo in cui può infliggere agli altri il malocchio per via di un atto di invidia . Questo potere può passare di persona in persona senza che l’interessato se ne accorga . L’afflitto dal malocchio , cioè “preso ad occhio” mostra preoccupazioni esibendo amuleti e gesti profilattici . Fra i sintomi considerati ricorrenti c’è il mal di testa La preoccupazione di essere pigghiato ad occhio poteva funzionare come dichiarazione di valore personale , perché per essere preso dal malocchio una persona deve essere invidiata , e per essere invidiata deve dimostrare alcune qualità positive agli occhi degli altri .- E generalmente riguarda soggetti liminali , cioè collocati al confine , ai bordi delle categorie sociali , ad esempio proletari arricchiti che aspirano a passare ad altro ceto . Di conseguenza la cittadinanza è stata abituata a scegliere e quindi premiare il personaggio “comune” segno di una subalternità antagonistica antica nei confronti di chi emerge , che consente di costituire un simbolo in cui i singoli possano riconoscersi e rassicurarsi , cioè in cui gratificarsi e consolarsi , poco importano le capacità personali . Si tratta di una dinamica di comportamento riscontrabile sin dalle elezioni del primo dopoguerra .- E’ storica la critica dei giovani cattolici che nei primi anni della Repubblica cercavano di screditare il sindaco Grammatico , reo di comprare a Roma dozzine di camicie tutte uguali per comparire come uomo semplice abbigliato sempre con gli stessi indumenti ). E’ un modello culturale persistente nelle comunità segnate da secoli di inferiorità antagonista, come tanti paesi interni della Sicilia che furono colonie di segregazione delle plebi urbane espulse dalle antiche città demaniali, portandosi un vissuto di tensioni e di esperienze complesse nelle nuove comunità .- Certo questa ottica selettiva è destinata a premiare nel tempo chi meglio sa recitare e interpretare questo modello a discapito delle qualità politiche e morali, e questo contesto di precarietà economica nel tempo si deve rivelare particolarmente permeabile alle lusinghe clientelari dei nuovi professionisti della raccolta di voti , legati ai potenti della politica siciliana. Nella corsa a meglio interpretare questo ipotetico modello consolatorio, negli ultimi anni si è accentuata una sempre più volgare demagogia , che ha svilito la politica locale a gioco di primazia fine a sé stesso e ad accrescere nella collettività un sentimento clientelare e di totale sfiducia nella politica , divenuta gioco di invidia e di inganno che sta seppellendo irreversibilmente il paese fra le macerie e il dissesto . Le modeste trasformazioni dell’assetto sociale degli ultimi anni non hanno sostanzialmente scalfito questa cultura, che resta praticamente intatta nei suoi tratti essenziali, non essendo la comunità riuscita a realizzare un proprio modello di sviluppo .- Le dimensioni di città rurale dopo i primi difficili anni del dopoguerra , a partire dagli anni sessanta, sono state mutate solo nell’assetto dei consumi individuali dalle opportunità dello Stato sociale, che ha seminato pensioni da una parte, e impieghi nella pubblica amministrazione col sistema delle raccomandazioni , senza che sia mutato affatto l’assetto economico tradizionale . Prevale ancora l’illusione che Paceco come tanti centri di quelle fondazioni del seicento sia ancora un microcosmo organico, che si coniuga con la tendenza ad alimentare l’idea del teatrino della politica come sede di esibizione personale, e il rivangare un inesistente passato arcadico alimenta un falso mito che attarda tanti ad esaltare fasti che invece Paceco non ebbe mai .-
Bibliografia Giovanni Belluardo – Contadini in Sicilia , ed. F. Angeli 1977 Rocco Fodale- - Coscienza politica e vita politico amministrativa a Paceco nel dopoguerra , 1968 Antonio Genovese – Paceco , un comune agricolo della Sicilia occidentale , 1963 E. J. Hobasbawn - I ribelli , Einaudi 1966 Giuseppe Ingardia - Borghesi usurai indiziati fascisti e amici del popolo annidati fra le vacche grasse della dittatura borghese , Paceco 1972 Giuseppe Ingardia – La collina di pietra , ottobre 2004 Rocco Fodale – All’annaloro non mancava il pane , Paceco 9 Alberto Barbata – Scempio dell’armoniosa città ideale , Paceco 9 Autori vari - I Fasci Siciliani , De Donato 1976 Giuseppe Giarrizzo - Sicilia politica 1943-1945 , Einaudi 1987 Alberto Barbata – Il castello dei principi di Paceco , Paceco 8 Francesco Benigno – Una casa , una terra , CRA sen.Grammatico 1986 Francesco Renda - Movimenti di massa e democrazia , De Donato 1979 Giuseppe C. Marino – Partiti e lotta di classe in Sicilia , De Donato 1976 Giuseppe Giarrizzo – La Sicilia moderna dal vespro al nostro tempo , le Monnier 2004
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