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Il filo del ragno antico PDF Stampa Email
Rubriche - I Cunti
Scritto da Daniela Thomas   
Domenica 13 Giugno 2010 17:30

C’era una volta una donna vecchissima, che abitava nel centro del mio cuore.

Era bella: io l’ho conosciuta bene.

Aveva i capelli bianchi e soffici, cotonati sulla nuca da cui si scostavano un po’ lasciando intravedere la pelle rosata, come le piumette sul petto dei passerotti; aveva i piedi piccini e completamente deformati dall’artrosi: ma erano i suoi piedi, e prima di addormentarsi li strofinava fra loro, e sorrideva fra sé, beatamente, con gli occhi socchiusi.

Era bella, dalla testa ai piedi, di quella bellezza che non ha bisogno di mostrarsi perché appare solo a chi la sa vedere, e risplende d’argento, silenziosa.

Il suo ventre rilassato parlava di figli: figli che aveva nutrito e protetto ed erano poi sopravvissuti, e figli invece che non ce l’avevano fatta, ed erano nati morti; figli che non erano mai nati ma aveva a lungo sognato da sola, in segreto – eroi che l’avrebbero liberata dai draghi e fanciulle che l’avrebbero cullata fra le braccia asciugandole le lacrime; e figli che l’avevano appena appena sfiorata, così trasparenti e leggeri che non se n’era neppure accorta. Quel ventre rilassato sembrava avesse partorito l’universo.

Il suo seno era ormai piatto e svuotato, inconcepibile quando il mio cominciava appena a fiorire; ma era il suo seno, e un giorno seppi che conteneva ancora un segreto importante: un giorno che lei intercettò nei miei occhi uno sguardo timido, curioso e un po’ addolorato, offuscato dal timore e dalla voglia di impedire che anche il mio piccolo seno non ancora sbocciato un giorno mi si afflosciasse sul ventre.

Si stava lavando, con un certo sapone verdino, alla menta, che le dava un inconfondibile profumo che non ho mai più ritrovato; e dovette intuire che mi stavo chiedendo come avrebbe fatto a lavarsi sotto il seno, che io, chissà perché, avrei avuto paura di toccare, quasi le fosse stato appiccicato sul ventre. Fu allora che la vidi, con un gesto leggero e deciso, sollevare con la mano sinistra prima una mammella e poi l’altra, e con la destra insaponarsi e sciacquarsi bene; e intanto mi guardava, e negli occhi aveva come dei punti esclamativi, come se mi stesse dicendo, stringendo le spalle: “Eh!”.

E la semplicità e la freschezza e insieme l’assoluta evidenza di questo gesto che mi era sembrato del tutto impossibile, furono tali da scatenare una risata infinita, semplice, fresca ed evidente quanto lo era stato il suo gesto, una risata cristallina che ora non so più se nascesse da lei o me l’avesse contagiata: la vecchia signora, la mia nonna, rideva con me e come me – e forse anche dentro di me.

Era quello il segreto: una risata nutriente più di qualsiasi latte, sgorgata da un seno che a chiunque sarebbe parso sfiorito e invece odorava di menta – un seno a cui non era più possibile attaccare un poppante, e che pure tracciava una strada nel cielo, una via di latte, una galassia, che era la mia, ed era di tutte le donne e lo sarebbe stata per sempre.

La donna antica aveva un cuore profondo, talmente che per poterlo contenere tutto s’era incurvata le spalle. Solo così era riuscita a ricavarsi nel petto uno spazio più grande, ma neanche quello bastava, perché col tempo il suo cuore si faceva sempre più grande e profondo, e lei sembrava man mano farsi sempre più piccina e cava, ripiegata su se stessa come per diventare vaso di quel cuore che ormai la riempiva tutta.

Era bello starle accanto e tenersi per mano.

Bisognava parlarle vicino all’orecchio, perché non sentiva più bene. “Sono sorda”, diceva, ma io lo sapevo cos’era. Si lamentava spesso di un rumore come d’acqua scrosciante, o come quando si ascolta in una conchiglia il respiro del mare: ed era quello davvero. Era la schiuma dell’onda, bastava guardarla per capirlo. I suoi capelli bianchi ondulati, gli orecchini bianchi di perle, i denti uguali e allineati e bianchi anch’essi nonostante l’età – erano tutti segni di quella schiuma d’onda in cui lei stava per trasformarsi, e quel rumore che lei sentiva nelle orecchie era davvero quello dell’onda che quasi la sopravanzava e schiumeggiava sulla sabbia un istante prima di rifluire.

Lei non avrebbe voluto, e s’induriva e faceva resistenza, talmente che le tremavano le mani per quella continua tensione – ma gli occhi ormai le si erano appannati, lo sguardo era rivolto altrove, e persino le parole alla fine sembravano sciogliersi e rifluire in quello sforzo immane, e le affioravano sulle labbra conservando solo un’eco indistinta e spesso incomprensibile del suo pensiero.

Bisognava allora stringerle quelle mani piccine dalla pelle sottile e quasi trasparente, e ascoltare quel tremore insieme al pulsare del sangue, e lasciare che dilagasse. Così s’imparava un linguaggio di schiuma e d’azzurro, e a chiudere gli occhi si sentivano anche i gabbiani, lontano. Anche lei allora chiudeva gli occhi e si abbandonava, e forse per un po’ dormiva.

C’era una volta questa donna vecchissima che abitava nel centro del mio cuore, ed oggi la rivedo: c’è ancora, e s’è fatta più antica. Il suo bel viso dolce e austero è nascosto e insieme rivelato da un’elegante e leggerissima veletta intessuta da un ragno anche lui antico e sapiente – il Tempo.

Il filo di quel ragno antico gira e si avvolge su se stesso: trasforma in nei maliziosi e civettuoli i malcapitati moscerini, e impedisce loro da sempre di sfiorare la pelle bianca della donna, che sorride dietro le sue rughe di eternità.

D’un tratto sento la sua voce: “Tanti anni fa, i tetti delle case di campagna erano pieni di enormi ragnatele magnifiche: sembravano tende di pizzo. Nessuno le levava, e sai perché? In quelle ragnatele s’impigliavano le mosche, e i ragni così mantenevano la casa pulita. Ora invece, ad aprire le finestre, le stanze si riempiono di mosche, perché tutti distruggono stupidamente le ragnatele. Ma i ragni servono! Tu lascia che tessano in pace, mi raccomando, e ammira piuttosto la bellezza e la perfezione delle loro opere!”

Una risata argentina dilaga, protetta e custodita dalla magica veletta intessuta col filo del ragno antico – e rido anch’io, e un velo leggero, una trina appena visibile, mi si tesse sul volto

e sui capelli.

 

Daniela Thomas

 

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