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| La maestra Giovanna |
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| Rubriche - I Cunti | |||
| Scritto da Luciano Labruzzo | |||
| Domenica 13 Giugno 2010 17:27 | |||
- E’ arrivata la tua insegnante, vai a lavarti le mani e fatti trovare in ordine, su vai. – fece, quella mattina, mia madre interrompendo la mia battaglia di cowboy e indiani in un fortino fatto di pinze da bucato circondato da un accampamento di tende indiane di vecchie carte da gioco che mio padre mi portava dal circolo che frequentava.
Trascorrevo la mia solitudine di ragazzino di otto anni seduto per terra in un angolo della mia cameretta e per via di quella maledetta poliomelite che mi aveva colpito alle gambe, inseguivo con l’udito le grida festanti dei ragazzi che giocavano per strada dietro al loro tondo pallone. Giovanna Canzoneri arrivava, puntualmente, alle dieci di ogni mattina con il sussidiario sotto il braccio ed i suoi capelli neri, folti e sempre al vento. Vestiva sempre allo stesso modo, o almeno così mi sembrava perché i suoi abiti si somigliavano tanto da sembrare tutti uguali ed i suoi occhi era spalancati e tondi, e non sorrideva mai. A distanza di tanto tempo, sono trascorsi quaranta anni, non saprei dire che età avesse, nonostante fosse appena diplomata e odorasse ancora di banchi di scuola. Sembrava non avere età. - Hai imparato “ Il sabato del villaggio” che ti ho lasciato ieri? – mi inquisì appena entrata mostrando quella sua dentatura bianca in un sorriso da cavallo. - No, signorina maestra. Non sapevo che bisognava impararla a memoria. – mentii abbassando gli occhi per la vergogna. - Lo dirò a tua madre. - No, signorina maestra le prometto che lo farò domani. – Implorai. - Non fai alcun progresso e di questo passo non potrai fare gli esami di ammissione alla scuola pubblica, vergognati. – Era andata su tutte le furie, mantenendo basso il tono della voce per non farsi sentire da mia madre che si trovava al piano di sotto. Rossa dalla bile e con gli occhi spalancati si mordeva la lingua in uno strano tic nervoso che mi metteva paura. Ma a me non importava niente delle sue maledettissime poesie o dei suoi riassunti noiosi. Li odiavo a tal punto che in vita mia non ho imparato nulla a memoria, una poesia, una frase e la mia scrittura è rimasta a piede di gallina per la mancanza di un adeguato esercizio ma ho ancora nelle orecchie le grida di gioia dei ragazzi per strada.
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- E’ arrivata la tua insegnante, vai a lavarti le mani e fatti trovare in ordine, su vai. – fece, quella mattina, mia madre interrompendo la mia battaglia di cowboy e indiani in un fortino fatto di pinze da bucato circondato da un accampamento di tende indiane di vecchie carte da gioco che mio padre mi portava dal circolo che frequentava.
















