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“Donna Peppa e donna Tura" PDF Stampa Email
Rubriche - I Cunti
Scritto da Antonia Arcuri   
Domenica 13 Giugno 2010 17:25
In una vecchia casa abitavano due sorelle, tanto brutte che se uno le guardava restava alloccuto . Una di loro aveva sul naso un neo peloso, che lisciava con cura ogni mattina. Donna Peppa e donna Tura, le due sorelle, si alzavano alla buon’ora , facevano toletta e poi buttavano l’acqua dalla finestra. Un giorno si trovò a passare di lì il cameriere del re, e vide l’acqua che cadeva e la finestra che sbatteva. Ih! Chi finezze! magari ci sarà una picciotta rusciana in questa famiglia! Il re , per passarsi il tempo, ogni giorno, chiedeva al suo cameriere: - Don Giovanni, chi mi cuntate di bello? -Niente mio re, però ho visto oggi una casa dove, sicuramente, eh si! ci abiterà una bella picciotta, se il mio re la vuole vedere! Al re gli allucintarono le pupille. -Si, don Giovanni, ci vediamo qua, quando cala il sole. -Vedremo mio re. -Vedremo vedremo!non sono parole per un re. Appena il sole, stanco, cominciò a calare don Giovanni si presentò alla porta delle due sorelle e tuppi tuppi , tuppiò. -Voi della casa, aprite!, aprite! sono il cameriere del re. -Cameriere, quante arie, il tempo che ci vuole! -Bih bih Bih, e questo che vuole in casa nostra? -Presto, presto Peppa, disse Tura, portami lo scialle che c’è un cameriere alla porta! -Un cammelliere? Gesu gesu, disse Peppa,  -Entrate,entrate! e chiudete subito la porta, arrivano certe forture di vento! disse Tura. Quando il cameriere vide Donna Tura per poco non cascava a terra lungo lungo, poi penso: -sarà la cameriera. Allora disse:- chiamate la vostra padrona che il re la vuole al palazzo. -Qui non ci sono serve e padrone, ci siamo io e mia sorella Peppa. - Allora chiamate questa Peppa, disse il cameriere spazientito: Quando Peppa entro nella stanza il cameriere gettò un urlo. -Divina provvidenza, aiutami tu! Peppa stupita, si rivolse a Tura e disse:- E poi dicono gli uomini! , questo è davvero cristiano! -Basta con questi discorsi, qui bisogna prendere una decisione, ne va della mia testa! -Chi è la più grande delle due? disse. -Io, rispose Tura. -Bene, verrete voi con me, ordini del re, aggiunse . Tura girava tondo tondo e non sapeva cosa fare. Con una mano si tirava giù la gonna, per coprire quattro palmi di sottana,con l’altra si allisciava i capelli Mentre si metteva attorno al collo una collana d’oro finto , cercava una pantofola, quando un guanto spirtusato le cadde a terra, il cameriere urlò: -Basta! sembrate la madonna dei travicelli! -Dobbiamo andare ! aggiunse, così la spinse fuori della porta e la infilò quasi di forza dentro la carrozza.. Tura piangeva e piangeva, ogni volta che si soffiava il naso il cameriere si turava le orecchie, e il cavallo aveva un sussulto. Ad un certo punto vinta dall’emozione, chiese di potersi appartare nel bosco. -Fate presto, disse secco il cameriere. Tura scese barcollando, e cercando un ceppo dove appoggiarsi, diede libero sfogo alle lacrime. -Povera me! Con quale faccia mi posso presentare al re! Se fossi più giovane, chissa! potrei sperare, anch’io! Mentre era presa da questi pensieri, sentì una presenza accanto a sé. Un uomo, con un sorriso sornione e un vestito da magodicircoequestre , le chiese perché stesse piangendo. Chi mi piglia con questa faccia! Chi mi piglia ah! ah!ah! Suvvia!qualcosa si può fare. Ripetete insieme a me:- dentro una gallina fuori una regina! Tura tra singhiozzi e sospiri ripetè la formula. e di colpo vide un grande stupore dipinto sulla faccia del mago. Privo della vista degli occhi! Siete diventata più bella di una regina! Il re quando la vide disse: - questa picciotta ha la pelle di melograno e un profumo di fiori d’arancio, e la sposò subito. Così fu che Tura divenne zagara regina. Ci furono quindici giorni e quindici notti di festa. Poi tutti ritornarono alle occupazioni di ogni giorno. I poveri sempre più poveri, i ricchi sempre più ricchi. Ma Peppa, che faceva Peppa? Chi ci separò, diceva Peppa, se la deve vedere con nostro signoregesucristo. Eh! non si fa così con due povere sorelle! Un dì, si prese di coraggio, fece toletta, si mise in testa il cappello delle feste consacrate e uscì, per recarsi al castello. Che mistero, che mistero, mormorava per la strada! Avete visto Donna Tura, mia sorella, chiese alle guardie del re? Ad una certa età dovrebbero mandarle tutte dove so io! disse la guardia scelta del re.  E dove sarebbe questo bel posto, disse Tura, che ci vado anch’io. Corpo di giuda se non fosse perché non fosse, io a quest’ora l’avrei sistemata! Ecco allora vi sistemo io e un colpo di paracqua bene assestato si intrufolò. Giunta innanzi alla regina fece un inchino, meglio che poteva, e disse: nobile donna, nobile dentro e nobile fuori, che notizie mi date di donna Tura, mia sorella. Qua venne e poi non tornò. Tura si sentiva strappare il cuore, come se mille uccelli lo stessero beccando. Tenete buona donna! E le mise tra le mani una moneta d’oro. Peppa, abbagliata da quel luccichio, chiuse il pugno e fece per andarsene, ma Tura non resistette a quella vista e scoppiò in lacrime. Io sono Tura! Tuuu? Oh! santantonioabbate, sanmichelearcangelo.! Non ci posso credere!

…..Tura, con gli occhi bassi e un filo di voce, raccontò quello che era accaduto, quando aveva lasciato la casa della sorella, tralasciando però l’incontro con il mago.
Peppa, che era rimasta per tutto il tempo con la bocca spalancata, ad un certo punto disse:
-Se nostra signora madre potesse vederti!
Poi con gli occhi bassi e un filo di voce aggiunse:
-Anch’io voglio diventare come te! Bella e fresca, come pampina di paradiso.
E se Peppa diventa più bella di me?    Il re! Certo! Quello se la  prende! Pensava tra sé e sé Tura.
-C’è un modo, disse Tura, farsi scorticare!
-Si, voglio dire, farsi levare la pelle vecchia!
-Ma io non sono un coniglio, disse Peppa, e poi, insamadio, che dolore!
-Chi bella vuole apparire, mille guai deve patire!, disse Tura.
-Poi anche tu potrai avere vestiti di seta, mussole e sottane di lino,   broccati e taffettà, profumi di gelsomino e acqua di rose e tanti  cristiani ai tuoi piedi.
Peppa si guardò, per si e per no, l’alluce che fuoriusciva dalla scarpa e un po’ si vergognò.
-Gettò, poi, uno sguardo dubbioso sulla sorella, si lisciò il pelo del neo e disse:
-Niente ho e niente avevo,  così si fece indicare la casa del mago.
Questo mago era assicchiato assicchiato e pareva più lungo, così che Peppa per parlargli  doveva tenere la testa con il mento  sempre all’insù.
-Mia sorella, così così, mi ha detto  così così, quindi ora voi
fate il vostro lavoro.
Che viene a dire questo così così, disse il mago.
-Andiamo, non vi fate pregare! Disse Peppa
Il mago, che mago era, rispose:
-Come volete voi, e preso un coltellaccio, lo avvicinò al viso di Peppa.

-Misericordia, urlò Peppa, mi volete scannare! -Io comincio sempre dall’alto, e vado a scendere a scendere!

Peppa ebbe un lampo di genio e capì ogni cosa.
-Voi non comincerete né dall’alto, né dal basso, disse.
-Io non ho perso i venerdì, per cui sentite, bellomio, amici siamo e amici restiamo, voi nella vostra casa ed io nella mia, quella che il nostro signore ci ha dato e che dobbiamo custodire  sempre. Tutti questi merletti a me non mi servono, e nemmeno l’acqua delle rose morte, voglio.
Per non parlare di tutta quella gente che si apposta per guardarmi i piedi.
Mia sorella, poverina, può pure rimanere imprisuttata nella casa del re, io per mio conto me ne vado. Voi mi direte acqua davanti e vento di dietro, ma io me andrò lo stesso, che nessuno mai abbia a dire che Peppa  fece cose scellerate.
Il mago con il coltello a mezz’aria disse:
-Questa è la porta e quella la finestra, che il signore vi abbia in gloria, ora e per sempre.
Peppa si aggiustò lo scialle sulle spalle e prese la strada del ritorno.
Quando giunse in prossimità della sua casa disse:
Signore vi ringrazio!
La porta cigolò un poco e fece svegliare un gatto arrapacchiato e un vecchio pappagallo con le ali calate. 
Un odore di appigliato di fagioli, aglio e patate , la fece starnutire.
Eccin! Eccin!
Salute! Salute! si disse Peppa
Questa è salute:
- La mia casuzza assulicchiata con le tendine di filo fatte a mano, con  le graste di menta e di basilicò e i garofani nani sul finestrone, un gatto e un pappagallo vecchio, e la campana della matrice che suona al vespro, e l’orologio sul cornicione che batte il tocco ogni ora mezz’ora.
Questa è salute!
E Peppa visse felice e contenta per tanti anni. Tura dopo qualche anno fu messa da parte, perché il re si incapricciò di un’altra bella picciotta. La gente del palazzo smise di stare ai suoi piedi, anzi la guardavano di sfuggita e con  commiserazione-
Mischina, dicevano tutti, mischina!
E vissero tutti, più o meno, felici e contenti…


(Liberamente tratta da “Fiabe Siciliane”)

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