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Il portolano e l'ammmiraglio corsaro PDF Stampa Email
Rubriche - I Cunti
Scritto da Antonia Arcuri   
Domenica 13 Giugno 2010 16:28
 

 corsarodeAngela Maria Barone, quel mattino, nel suo ufficio all'ammezzato della biblioteca regionale, canticchiava una canzone di De Andrè:- Gli arcobaleni d'altri mondi hanno colori che non so. Lungo i ruscelli di altri mondi nascono fiori che non so...che non so...che... -Cambia disco, perché si è incanto!- la voce ironica, del suo compagno di stanza, la fece trasalire. -La pergamena che avvolge la “Teologiae sacrae moralis”, non mi convince, ha un intreccio di linee, strano! -Senti, oggi è venerdì,- disse Sebastiano Li Voi- tra poco si chiude; quindi, compagni di ventura, ast'ura v'arrifriscano! E l'eco di v'arrifriscanooo, insieme all'immagine dei gelsi neri, profumati, e del suo venditore, scendeva lungo le scale, quando Angela Maria, tolta la pergamena dal libro, lanciò un urlo:- Questo è un portolano! Non la udì nessuno perché il palazzo, alle quattordici meno un minuto, era muto e sordo. Ripose il testo con cura nello scaffale, avvolse la pergamena in un sacchetto rosso di stoffa e lo mise dentro la sua borsa da lavoro. Salutò il custode e stava quasi per inciampare, tanta era la furia, se non fosse stato per il grido di allarme:- Accura signorina! -Si è salvata pietre pietre, -fu il commento del custode- questi lavori, a Palermo, si sa quando cominciano, ma non si sa quando finiscono, come i matrimoni. Il signor Giuseppe, aveva sette figli e diciotto nipoti, e attaccava bottone raccontando, per passarsi il tempo, storie della sua famiglia. Ma Angela Maria andava di fretta, quel giorno, e si limitò a dire che quelle erano parole sante, anche se avrebbe potuto aggiungere che lei, del suo, conosceva la data d'inizio e quella della fine. Ma, mai! fare troppe confidenze, nel posto di lavoro. Le malelingue tagliano e cuciono. Mangiò, solo, un'insalata di pomodori. Tentò di allungare le gambe sul divano. Ma la testa le frullava, così si decise: riprese la pergamena e la stese sul tavolo del suo studio. Le piaceva l'odore della carte ammuffita e ingiallita; per questo, quando le comunicarono che aveva vinto il concorso al museo regionale siciliano, fu felice. -Farai la muffa pure tu -le disse la madre quando lo seppe -sempre infilata là, chi ti scompone, figlia mia? -Non ho bisogno di nessuno, io! -diceva lei di rimando, uno mi è bastato è assoverchiato. -Certo, però, meglio il tinto conosciuto, che il buono a conoscere!-l'ultima parola spettava, sempre, alla madre. A guardarla bene, la carta mostrava delle fitte linee lungo la zona del Maghreb. La rosa dei venti era colorata, il resto appariva più sbiadito. Si ricordò che il libro, che la conteneva come coperta, apparteneva al gruppo della cassa dei Cappuccini, e che era frutto di un lascito. Una visita al convento le sarebbe stata utile. Il giorno dopo, si presentò chiedendo del padre bibliotecario; seppe, così, da frate Enrico che, con molta probabilità, la mappa era appartenuta ad Ottavio D'Aragona, ammiraglio della marineria siciliana intorno al seicento, che aveva anche respinto diversi attacchi saraceni nella zona del Maghreb. Ma, lei me lo farebbe un altro favore?-chiese Angela Maria, che provò una simpatia immediata per quel frate, che si mostrò subito interessato al problema- potrebbe vedere se ci sono altre carte dell'Ammiraglio, abbandonate in altre casse?

II PARTE

 

L'eccitazione, per il ritrovamento del documento, le procurò scombussolamenti:- Ho la dìca, disse alla madre, affacciandosi alla porta della cucina.

-Non è dìca, è cotugno: la dìca viene quando uno ha spinno di una cosa, ma ha lo stomaco ha la testa da un'altra parte, e non è sicuro se può riceverla. Il cotugno è duro e rappuso, e si ferma nella bocca dello stomaco, e questo, figlia mia, chi te lo leva!

-Sempre con queste storie del motto antico! Basta!- fu la risposta di Angela Maria.

-Aiutati, che dio ti aiuta!-replicò la madre.

La conversazione fu interrotta dallo squillo del cellulare:- Juan! allora, che mi dici, a che periodo risale?

Juan Carlos Garcia lavorava come ricercatore all'università di Porto. L'aveva conosciuto, qualche anno prima, al premio Mondello per scrittori emergenti, ed erano rimasti buoni amici.

-Chi è, lo spagnolo?- si informò la madre- certo, perché qua uomini, che fa non ce ne sono? Già, già! c'è la moda ora: se non sono stranii, niente da fare.

Per essere stranieri, bastava, anche, essere originari di Reggio Calabria.

-Ho mostrato la fotocopia ad Andrè Ferrandez, ed anche lui concorda con me sulla data del 1500,1600 circa, - le comunicò Juan.

-Per stasera baccalà lardiato, ah, già, ma per te capellini in brodo, le ricordò la madre.

Quelle linee accurate sulle coste del Marocco, di Tunisi e dell'Algeria la incuriosivano. Doveva scoprire se, intorno a quegli anni, l'ammiraglio Ottavio d'Aragona aveva combattuta in quei territori.

La risposta gliela fornì frate Enrico, nella sua amabile semplicità.

-Siamo stati fortunati, ho ritrovati quattro paginette di un diario, che deve essere appartenuto ad Ottavio D'aragona, ma credo le sarà difficile poterle decifrare: sono sbiadite e poi scritte un po' in spagnolo, un po' in latino. Almeno, così sembra. Lei, avvolta in vestito bianco di crespo merlettato, sembrava una nuvola in un cielo sereno. Lo sguardo di frate Enrico era compiaciuto, ma sempre amorevole. Stavano seduti ad un tavolo vicino ad una finestra che illuminava la mappa.

-Non sembra, anche a lei, padre, che le linee della parte superiore facciano pensare, anche, ad una costellazione?

Disse ridendo che alle donne, lui, invidiava, solo, la fantasia; poi aggiunse:- La ragione per cui il fiume e il mare possono essere re delle cento valli e la loro facoltà di essere più in basso di esse.-

Con queste parole sibilline, la congedò.

 

III Parte

Ci sono pensieri che appena nati, appuntillano i piedi. E hai verso a cacciarli! La mappa dell'ammiraglio Ottavio d'Aragona, con lo strascico di misteri, si era stampata nella mente di Angela Maria. -Ciciri favi e cudduruna, quasette e spagnolette, coffe nasse e staffe, caniglia pariglia e quadriglia, cimici e furnicie, e vui santi, granni e nichi, scacciati li vermi di li viddichi ! La madre, da una settimana, recitava lo scongiuro all'alba e al tramonto. -I cattivi pensieri li portano i vermi! Se uno non vuole strofinare l'aglio sull'ombelico, almeno reciti l'orazione!- diceva alla figlia. -Salutameli tu, questi vermi, se li vedi; io parto, vado a Marrakech. A volte, viveva d'istinto: qualcosa dentro le diceva che doveva vedere i luoghi, che nella mappa avevano un risalto maggiore. Ma, perché Marrakech e non Tunisi o l'Algeria? Ottavio d'Aragona era stato in quei mari, al comando delle galee siciliane, per tentare di liberare il figlio, caduto nelle mani dei pirati-. Perché a Marrakech si trovava, un po', come a casa. C'era il suo amicoYoussef, scherzosamente chiamato da lei, il tamarro, perché vendeva datteri nella Medina. Con lui aveva esplorato tutti i vicoli della città vecchia. -Qualche volta ti porto al giardino Majorelle, nella città nuova- le disse l'ultima volta che si incontrarono. -Perché proprio lì?- volle sapere. -Nel palazzo c'è un mistero!- fu la sua risposta, insieme ad un sorriso ammiccante e ad un lampo degli occhi. No!, un altro, non può essere! Dai fogli sparsi, che le aveva dato padre Enrico, si riusciva a leggere, a malapena, questo laconico comunicato: “ 2 Dicembre 1608- Palermo Salpa da Palermo la nave “Bellona”, carica di denaro e di vasellame inviati al re di Spagna dal marchese di Geraci. Il vascello è catturato dai corsari barbareschi: tra i sopravvissuti, condotti schiavi in Barberia, vi è anche mio figlio Diego Fernandez. Non c'è tempo da perdere! Più mistero di questo!, pensò.

IV Parte

 

La visita ai giardini Majorelle le riservò tante sorprese: ammirò i fiori di cactus, le palme giganti, i bambù e i gelsomini d'oriente; ma alla vista del blu, delle pareti del palazzo, rimase senza parole. Visitò tutte le sale del palazzo-museo; nell'ultima, un quadro di Van Gogh attrasse la sua attenzione. All'inizio le sembrò di vedere ciò che restava del passaggio della luce del sole, che aveva trascinato con sé ombre di lillà e viole. Vide anche uno scialle di seta trasparente, d' indaco a frange celesti, che velava il cielo, in una notte stellata. Si decise ad andare via, quando il cuore cominciò ad accelerare i battiti, e il quadro prese ad oscillare. Ma, no, si disse, un'ultima occhiata. Fu proprio quella, grazie alla suggestione del movimento delle stelle del quadro, che le mostrò una costellazione. Ne tracciò, subito, le linee sul ticket che le avevano dato all'ingresso. Youssef rise, quando seppe della sua scoperta. -Tu, le stelle, le vedi anche ad occhi chiusi! -Se ci fosse qui mia madre direbbe: Testa intall'aria sei, come tuo padre, d'altronde! Ormai, sentiva che il suo viaggio era finito! Aveva trovato la risposta: sapeva che doveva cercare una costellazione e poi chissà! Abbracciò Yossuef e fece ritorno a Palermo. -A pranzo, pasta con i masculini e finocchio rizzu!- le disse la madre mentre sorseggiava il caffè. Questi masculini mi salgono e scendono tutto il giorno!- rispose. -Se vuoi un consiglio, è meglio che li fai scendere, finché sei in tempo!- borbotto la madre. Non disse nulla, anche perché rischiava di arrivare in ufficio, in ritardo. Giuseppe Li Voi quando la vide si illuminò. -Beati gli occhi che ti vedono!-le disse, e poi si avvicinò per abbracciarla. Per la prima volta non si scansò, anzi lo guardò dalla testa ai piedi, come se lo vedesse per la prima volta. Poi tirò fuori dalla borsa la mappa e il disegno della costellazione, mostrandoli al collega. Raccontò tutto e lui ascoltò attentamente. -Sei diversa, -le disse -hai, anche, cambiato profumo, sento ciavuro di masculi! -Ti piace la pasta con i masculini e il finocchio rizzo, -lei gli chiese, ridendo- -Continuarono a ridere, anche al bar. -Giuseppe Li Voi, ad un certo punto tirò fuori da una tasca il biglietto di Angela Maria, con il disegno della costellazione. -Guarda attentamente!- le disse indicando uno dei punti- qui c'è il Bar dove siamo ora, in questo punto più in alto, c'è l'ufficio, qui casa tua e più in basso, casa mia. In quel punto, più distante c'è il Gaudium dove questo pomeriggio, io e te, andremo a vedere un film e non prendere scuse! Combaciavano, effettivamente, tutti i punti, per cui, rispose:- Ci vediamo, alle cinque e mezza, al Gaudium! -No, -disse lui-alle cinque e venti, sotto casa tua, passo a prenderti.


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