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Il Soprannome PDF Stampa Email
Rubriche - I Cunti
Scritto da Santo Lombino   
Domenica 13 Giugno 2010 16:26

 

A ‘mmia tiri? tu t’anserti! Tiri a me? tu ti colpisci!
Finivano così, con questa espressione dell’anziano padre, tutte le discussioni tra Peppe, giovane contadino di Bolognetta che sarebbe diventato mio bisnonno, ed i suoi genitori.
Che non ne volevano assolutamente sapere della scelta del figlio di lasciare il paese e andare a farsi monaco.
Voglio andare al convento di Ciminna - diceva l’aspirante frate magnificando la vita comunitaria e la bellezza dei luoghi.
Il padre voleva invece che Peppe, il secondo dei suoi tre maschi, lo aiutasse nei lavori agricoli che di braccia avevano tanto bisogno.
- E’ il migliore della provincia, e poi è vicino - sosteneva il giovanotto per non allarmare la madre, che di lui non si voleva dispisare e aveva  già un figlio a Padova a fare il servizio militare.
- Posso venire quando voglio e quando ce n’è bisogno: a Natale, a Pasqua, per la festa di sant’Antonino…         
Ma lei non credeva fosse così facile e al vecchio non bastava avere il figlio nelle feste comandate.
- I nostri compaesani vengono trattati sempre bene, perché fu il barone Marco Mancino, che fondò il nostro paese, a dare i soldi ai frati Cappuccini per costruire quel monastero, tanti e tanti anni fa…
A questo aspetto i due non erano interessati: molto più pressante era il bisogno di aiuto per spietrare, zappare, arare, seminare i pochi ettari di terreno a frumento e a vigna alla Filaccina e a Roccabianca.
I due punti di vista erano difficilmente conciliabili. Alle frasi dette a voce sempre più alta seguivano regolarmente le imbronciature e alcuni giorni di silenzio.
Era successo decine  di volte, e  la scena sembrava doversi ripetere chissà quante altre  volte.
Un giorno d’autunno del 1887, inaspettatamente, Peppe pensò fosse giunto il momento. Alle prime luci dell’alba, si vestì di tutto punto, mise ai piedi le scarpe chiodate con cui andava in campagna, in un sacco qualche capo di biancheria, sulle spalle lo scappularu, il gabbano nero con cappuccio, per ripararsi dal freddo.
Tutto questo senza accendere la lucerna ad olio e cercando di non far rumore.
Scese dal solaio per andare alla pagliera dell’ultima strada (così tutti chiamavano la via Marineo) e prendere il fardello  preparato la sera prima, con mezzo pane, due cipolle e un po’ di formaggio.
Gli sarebbe piaciuto abbracciare la madre, ma se lo avesse fatto avrebbe svegliato il padre e allora, addio partenza!
Nonostante i suoi venticinque anni era sempre un ragazzino per lui, e, conoscendolo, sapeva che il genitore gli avrebbe impedito di partire, con le buone o con le cattive.
Così, salutò nella stalla  la mula Angelina che lo conosceva da quando era piccolo e con cui aveva percorso tante strade e viottoli impolverati d’estate  e  fangosi in inverno per andare all’antu nelle contrade del Mulinazzo, al piano delle Vecchie, a Gurreri o a Dagariato.
A cinque anni aveva cominciato ad accompagnare il padre o i fratelli in campagna: allora solo per compagnia, ma un  mese dopo conosceva bene la strada per arrivare al podere di Cugnu Lagnusu, dallo zio Vincenzo, quello che non aveva avuto figli, e l’anno seguente era capace di camminare sotto il sole per tre chilometri all’andata e tre al ritorno per prendere alla sorgiva l’acqua per gli uomini impegnati nella mietitura.
Aveva poi imparato a  mungere la capretta che dava il latte a tutta la famiglia, a strappare le erbacce dalle favate e a raccogliere le olive con i grandi, da ottobre a Natale. A dodici anni sapeva guidare l’aratro nei terreni pianeggianti e tagliare l’avena con la fullana...
Ora voleva diventare frate cappuccino, di quelli che venivano a Bolognetta il venerdì santo di ogni anno a fare la predica prima del precetto pasquale, quando tutti gli uomini  andavano
in chiesa, alla matrice.
Padre Alfonso attaccava dal pulpito con piglio
deciso chi non perdeva l’abitudine di bestemmiare a ogni piè sospinto, quelli che dicevano di essere cristiani ma a messa tutte le domeniche non  ci andavano e poi volevano fare da padrini nelle cresime o nei battesimi, tizio filano e martino  che i dieci comandamenti non li rispettavano per niente ma erano in prima fila a portare l’abitino nelle processioni del santo protettore.
Aveva deciso di scegliere questa vita per allontanarsi dal paese e conoscere facce nuove, dimenticare la  delusione amorosa provata per colpa di Annicchia, la figlia di mastro Andrea il calzolaio.
E poi non voleva finire a quarant’anni come lo zio e il nonno, piegati a novanta gradi dal lavoro di tutti i  giorni con zappa, zappudda e zappuni.
Avrebbe finalmente imparato a leggere e scrivere, lui che non sapeva neanche fare la o col bicchiere e diventava rosso se qualche anziano gli chiedeva di leggere una lettera.
Mentre le femminucce andavano tutte a scuola, per lui e per gli altri maschi non c’era stato verso di convincere gnir pa’ a lasciarli andare alla scuola comunale, tenuta nelle case di Luminato Malleo dal maestro Di Pisa che veniva ogni mattina col carretto da Misilmeri o dalla signorina Ugdulena che arrivava da Palermo il lunedì e se ne tornava a casa il sabato.
Pensando a queste cose, Peppe percorse le strade e le piazze  ancora deserte, evitando di correre per non fare troppo rumore.
Non vide nessuno, neanche i carrettieri partiti qualche ora prima per andare a vendere verdura e ortaggi allo scaro di Villabate.
Si avviò alla trazzera per attraversare il ponte di Passo Grande: il torrente Milicia, là sotto, era asciutto, perché dal mese di aprile non pioveva. Ci andava spesso in primavera, a prendere anguille seguendo il corso del fiume e andando a fare poi il bagno alla naca Lo Brutto con i fratelli o con il cugino Vanni, quando non andava alle acque calde di Cefalà Diana.
Molti anni prima, mentre si asciugava al sole, aveva sentito da Japico, un pastore magro magro dai capelli a cespuglio, la leggenda della grotta di San Nicola nel Monte di Cane. Si diceva che ci fossero dentro tanti lingotti d’oro, ma erano riservati a chi avesse vinto una partita a bocce con gli spirdi che abitavano la  caverna. Perdere, significava restare  per sempre là dentro, vittime dell’incantesimo. Peppe ricordava come fosse ieri il racconto della truvatura e dei berretti rossi, ascoltato a bocca aperta e ad occhi spalancati molti anni prima.Perciò: una volta c’erano sette fratelli, chiamati i Berretti rossi, sette briganti che vivevano alla macchia tra la Bacarìa e Villafrati.

Tra le altre cose, avevano rubato un sacco di monete d’oro splendenti. Volevano nasconderle in un posto sicuro, al riparo da ladri e curiosi. Dopo aver fatto tante prove, andarono dietro un enorme masso alla timpa di Grassorelli, vicino a Bolognetta.
Scavarono nottetempo un grande fosso e vi misero quel sacco pieno d’oro. Per non far capire che quel terreno era stato smosso, ammazzarono un giovane che stava andando in campagna, lo seppellirono lì e vi misero sopra una croce.
Per avere la certezza assoluta che nessuno arrivasse al tesoro, fecero un incantesimo col sangue di un rospo.
Mentre lo facevano,  il capo dei Berretti rossi disse a voce alta:
- Questa truvatura la sbancherà chi sacrificherà sette maschi nati da una sola femmina.
Ma chi era questo padre di famiglia che uccideva sette figli? Nessuno poteva avere il coraggio di farlo, e il tesoro rimaneva sempre là, a disposizione dei briganti.
Loro erano convinti che nessuno li ascoltasse, ma non fu così.
Dopo tanto tempo, ci fu il contadino Ciccu Peppi che aspettò che dalle uova di una stessa gallina nascessero sette galli. Li fece crescere, poi gli stirò il collo.
La moglie Maranunzia, vedendo questa malaminnitta, lo prese  a male parole. Perché ammazzarli tutti, se non c’era bisogno di mangiarli tutti in una volta? Il marito le parlò deciso:
- O stai zitta, o ti prendo a nerbate. So io dove mi dorme la lepre…  Guai a te se ne fai parola alle tue comari, altrimenti...
Così l’indomani, nel silenzio dell’alba, l’uomo senza avvertire nessuno si alzò, si vestì, prese i galletti e uscì per la campagna diretto a Grassorelli.
La moglie aveva il sonno leggero: aveva sentito tutto facendo finta di dormire e andò appresso a Ciccu  senza farsi vedere. Voleva capire i suoi progetti e rendersene conto di persona.
Cammina l’uno e cammina l’altro… Quando arrivò al ponte di Passo Grande, però, la donna al buio scivolò tra le pietre e il fango e senza volerlo gettò una voce.
L’altro, sentendola gridare, tornò indietro e invece di prestarle aiuto, le diede una bella passata di legnate e la lasciò mezza viva e mezza morta.
Anzi, no, non la lasciò: per evitare che lei lo seguisse ancora, la legò al tronco di un albero con la corda e la minacciò parlando a bassa voce:
-  Se vuoi  salvarti la pelle, statti dove sei e non muoverti. Al ritorno, passo io e ti sciolgo.
Arrivato al grande masso bianco di Grassorelli, Ciccu, guardandosi attorno, andò per lasciare i galletti e prendere la travatura nel posto dove i briganti l’avevano seppellita. Appena si avvicinò, sentì una voce terribile:
-  Come ti chiami?
E lui subito:
- Ciccu Peppi!
- Come, siete venuti in due?
- Sono solo, mia moglie l’ho legata all’ulivo, vicino al ponte.
La voce era interessata ad altre cose:
-  Li hai portati sette?
Al che, l’uomo rispose con la formula magica che avrebbe sbancato la
truvatura:
- Da una femmina nascenti-sette veglianti-sette dormienti.
La voce ribattè con ammirazione:
– Tu sentisti-tu facesti-presto e lesto-riuscisti.
Uscirono allora i briganti dal nascondiglio, lo abbracciarono e diedero a Ciccu il loro berretto. Poi gli dissero:
- Vieni con noi, e sarai ricco!
E la povera moglie è ancora lì che aspetta il marito”.
Ricordando quella storia, Peppe aveva percorso soprappensiero qualche chilometro costeggiando il bosco degli Ulivi. Proseguì  verso Baucina e Ventimiglia, attraversando colline punteggiate di pietroni bianchi  pieni di muschio verdechiaro.
Ad un certo punto si fermò, si tastò le spalle, si accorse di non avere più sulle spalle lo scappularu nero. Pensò di averlo perduto lungo il cammino e tornò indietro, avendo cura di rifare, senza sbagliare, la stessa strada.
Non ricordava più se aveva sempre fatto la strada normale, più larga, con pochi sassi e pochi cespugli, o preso la scorciatoia, piena di spine e roveti  con tante more, per evitare i tornanti. Non trovò il soprabito: era sparito nel nulla, come volatilizzato. Fu così che arrivò in paese, anzi davanti casa.
Entrò, e non andò più in convento.
La voce della sua partenza si era sparsa in poche ore, e poi si sparse altrettanto rapidamente quella del suo ritorno. Mastro Mario, il fabbro ferraio che parlava sempre in rima e inventava versi e canzoni, per ogni evento in qualche modo memorabile, non si fece scappare l’occasione, e coniò per il mio bisnonno la ‘nciuria, il soprannome.
Non c’era nulla da fare. Il mancato cappuccino dovette rassegnarsi a quel nomignolo, riferimento nostalgico a ciò che avrebbe voluto essere e non fu, ad un sogno finito per caso lungo i viottoli del bosco degli Ulivi.
Da allora in poi, per tutta la vita e oltre,  il mio avo  fu per tutti Peppi ‘u monacu…

 

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