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Rosmarina PDF Stampa Email
Rubriche - I Cunti
Scritto da Antonia Arcuri   
Domenica 13 Giugno 2010 16:23

principessa-panna-Quanti bei figliolini che ha!, ed io neppure  mezzo! Giusto è? Come sono  sfortunata!
-Ma perché dici così!, forse ti faccio mancare qualcosa? Io ti tratto con in guanti gialli, come una regina!
-Io sono una regina e tu sei un re senza cuore, guarda quella pianta di rosmarino com’è felice, attorniata dai suoi figlioli!
Ogni giorno la regina, passeggiando nei giardini del palazzo reale,  sfogava la sua pena  maledicendo la sorte che non le mandava figli.
Accadde però, in una primavera veramente rigogliosa, che anche la regina fiorisse, così dopo nove mesi ebbe una figlia. Ma, perché c’era un ma, la figlia era una pianta di rosmarino.
-Niente! non ti spaventare-, le disse un marito, -noi la pasceremo lo stesso, con  amore!
Fu messa in un vaso di porcellana cinese, e ogni giorno le davano due litri di latta di capra, perché si sa, è più leggero.
La chiamarono Rosmarina, e quante attenzioni, non si possono dire!
-Chiudi la finestra, che c’è vento; apri la porta che passa l’aria! C’è il sole, oggi, mettiamola sul balcone!-, diceva il re.
-Parla sottovoce!, non gridare-, diceva la regina,- che la bambina  si arrisalta!
Tutto il giorno, il re e la regina andavano avanti e indietro a controllare che la loro figliola stesse bene.
Un giorno giunse al Palazzo un loro nipote, il marchese di Rocca Busambra.
-Come mai da queste parti?-, gli  chiese la regina.
-Cara zia, eccellenza, la verità è che da un po’ di tempo mi sento  giù di morale, e mia madre, vostra sorella mi disse:- Beniamino! Non ti posso più vedere con questa cera, parti,  levati qualche sfizio, che ti mancano donne?
-No-, dissi io, -non è  per le donne, ecco, perché io mi sento lo stesso solo, anche quando  sto con loro.
-E che sarà mai?-, disse la regina, -nella nostra famiglia tutti buoni siamo di salute, certo tuo nonno era un po’ sciancato, tuo zio sordo come una campana, ma queste sono sciocchezze! Quello tuo si chiama ovo votato, significa, in altri  termini, che tu pensi: che nicche e nacche parenti siamo, cioè, ti sei stancato di essere quello che sei. E  mi devi scusare se te lo dico nella lingua del popolo, ma quando ci vuole, ci vuole.
- Sicuro-, disse il marchese,-il tuo ragionamento mi  quadra, allora farò un viaggio per scoprire chi sono e cosa voglio veramente dalla vita, però… e a questo punte si interruppe perché fu attratto dalla pianta di rosmarino.
-Non ho mai visto una pianta così verde, e poi profuma di cannamele!
-Questa è speciale, è una figlia per me!-, disse la regina, -ti devi figurare che le diamo due litri e passa di latte di capra, al giorno.
Il marchese Beniamino cominciò ad agitarsi, non riusciva a distogliere lo sguardo dalla pianta, ed ad un certo punto la sfiorò con le punta delle dita.
Un brivido, come di vertigine, lo  colse da capo a piedi, e, spinto da una forza irrefrenabile, prese la piantina e scappò via.
Cercò, in fretta e furia, una barca ed una capra, e partì.

II parte

Senza una meta, il marchese, si fece spingere dal vento che sciarminava le vele, a suo piacimento. All’avemaria, avvistò un’isola e decise di sbarcare, anche perché doveva mungere la capra e pascere il rosmarino. Pose la pianta, al riparo, tra una fila di alberi di cappero e cespugli di erica che appena appena montavano i primi fiori. Poi, trasse dalla tasca uno zufolo e cominciò a cercare delle note, che si intonassero con il paesaggio e con quel suo stato d’animo, invaso e rapito da una pianta. Immerso in quest’opera, non si accorse che una donna, scalza e con un vestito che dalla vita in giù portava un rosìo di petali, che argentavano ad ogni mossa, iniziò a danzare attorno a lui. -Ci armicci-? disse la donna,-o sei orbo? - Sei spirito di fata?, chiese lui, senz’armo, tanto era il suo stupore. - Sono Rosmarina, e sto nella pianta che tu hai rubato. -Il mio nome significa rugiada del mare, e sono fatta di carne e ossa, come te. -Ti dispiacerebbe continuare a suonare, così mi posso sgranchire un poco-, proseguì lei. Beniamino appoggiò lo zufolo alle labbra e cominciò a soffiare, ma non ci riuscì, perché il suo cuore, sciolte le briglia, si era dato al galoppo. - Non fa niente, disse lei, mi seggo accanto a te, così mi puoi dire come ti chiami! Beniamino riuscì a farfugliare il suo nome e poi basta. Un profumo intenso di giaggioli gli tolse la vista, e quell’unico pensiero che gli era venuto: com’è che una pianta di rosmarino profuma sia di cannamele che di giaggiolo? Quando si risvegliò vide solo lo zufolo, la capra e la pianta. -Ciatere e madre! e voglio dire! accadono, a volte, cose strane, disse tra sé e sé. Decise, così, di far ritorno a Roccabusambra, nella casa dei suoi genitori. Appena giunto, affidò la pianta al giardiniere con mille raccomandazioni, soprattutto, per la qualità del latte. Venne accolto con esclamazioni di gioia, in modo particolare dalle due sorelle, che avrebbero potuto partecipare, con la sua presenza, alle feste da ballo. Trascorsi pochi giorni, giunse notizia che era scoppiata una guerra in Spagna, e tutti i nobili della Sicilia dovevano inviare un loro congiunto, per dare man forte. Beniamino, che in animo suo nutriva un atteggiamento pacifico, fu costretto a partire, senza, peraltro, potersi ribellare. Il suo unico pensiero era per quella pianta e per quel sogno che credeva di aver fatto. Le sorelle rimasero molto stizzite da quel cambiamento! -Ed io che mi ero fatta fare un vestito di setapura!, diceva una. -Pensa a me, diceva l’altra, che mi ero fatta ricamare un abito con lapislazzuli e corniole. -Questi uomini stupidi che fanno la guerra, invece di fare l’amore!, dicevano in coro. - Che sono questi discorsi?, e queste parole in bocca a due signorine, di nobile famiglia, per giunta? Il marchesepadre rimaneva esterrefatto, e, scuotendo la testa, chiudeva la porta della biblioteca reale, dove, ormai, trascorreva tanta parte della sua giornata, profondamente impegnato a giocare a scacchi. La marchesamadre, ogni volta, lasciava il suo ricamotrastullo a punto croce, faceva chiamare la governante e le ripeteva che doveva essere più rigida con le marchesine, e controllare che la sera, prima di andare a letto, recitassero, a voce alta, dieci avemarie e dieci paternostri compreso il salveregina, e si battessero il petto ripetutamente. -Sarà fatto-, ripeteva, ogni volta, la donna a testa bassa. -Le marchesine erano tinte e mascarate e la notte, invece di dormire, passeggiavano nel giardino, immaginando scene d’amore con i loro corteggiatori. Una sera si portarono dietro lo zufolo del fratello e cominciarono a suonare. Ma che fu! dopo la seconda nota, ecco apparire Rosmarina con un vestito di velodindia bianco, stretto alla vita da una fascia che brillava come oro. -Che ti credi di essere la figlia del re-?, dissero in coro le marchesine, e, per dispetto, le lanciarono contro lo zufolo. Rosmarina ebbe tanta paura che cominciò a correre come una forsennata, e tutto ad un tratto si ritrovò in un antrocaverna debolmente illuminata, e al cospetto di una donna, che si qualificò, subito, per mammaddraga. -Che bella figliola, giusto giusto, me ne serviva una per dare albergo ai briganti, che questa notte mi porterano delle cusuzze d’oro. -Lo sai accendere il fuoco?, chiese la mammaddraga, e senza darle tempo per la risposta aggiunse: - Te lo insegno io! Devi soffiare, prima leggero leggero, poi forte, più forte finché la carbonella non si arrossìca, e poi devi stare attenta a non fare fumo! Eh, bella mia, quelle come te, scappano di casa, vogliono fare le pupe con l’uovo, e poi finiscono tutte qua a stricare le pignate di rame con cenere e limone, quando è il tempo giusto! Rosmarina non aveva armo per ribattere, e si mise subito all’opera. I briganti arrivarono, rumorosi e assatanati; quando la videro cominciarono a litigare tra loro a calci e pugni e spintoni; qualcuno fini anche sulla mammaddraga. -E’ ora-! disse Rosmarina, che, tirata fuori la forza della disperazione, se la diede a gambe levate. Intanto il marchese era ritornato e, trovata la pianta secca e ingiallita, per la disperazione, gli era passato il pititto ed insiccumava, ogni giorno di più. Correva, Rosmarina, correva e non si accorse che di fronte a lei c’era un uomo che stava concimando le piante, e inciampando finì su un cumulo di sterco di capra. Il giardiniere non credeva ai propri occhi, e non riuscendo a trovare le parole per dire qualcosa, con tutta la voce che aveva in corpo, cominciò a cantare: Via del campo c’è una bambina con le labbra color rugiada gli occhi grigi come la strada nascon fiori dove cammina. Ama e ridi se amor risponde piangi forte se non ti sente Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascon i fior … Accorsero tutti e per ultimo anche Beniamino, perché quello era il giardino di casa sua. Tutti insieme ripresero a cantare: - Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori.

 

 

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