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Il reuzzo fatto a mano PDF Stampa Email
Rubriche - I Cunti
Scritto da Antonia Arcuri   
Domenica 13 Giugno 2010 16:18

 

reC’era una volta un re che aveva una figlia. La madre regina li aveva lasciati da un bel po’ e il re doveva contrastare da solo con la reginetta.
Passa che ripassa la reginetta si fece grande e doveva prendere marito.
Ogni giorno il re le elencava  i nomi dei pretendenti.
Lo vuoi Tizio ? diceva il re.
-No, con quei baffoni? ahi !ahi! mi punge, rispondeva la reginetta, toccandosi la faccia.-
Lo vuoi Caio?
-No, diceva lei, è lungo e secco, sembra una canna da stendere.
-Allora ti piace Sempronio?-
Un tamarro! 
-E Martino?-
No, quello proprio no!  Non mi arriva nemmeno alla spalla!
Un giorno che al re giunse il sangue alla testa, le disse:-
-Figlia mia, questo marito fattelo tu, con le tue mani!
-Perché, mi spavento? Disse lei.
-Fatemi portare un cantàro di farina e un cantàro di zucchero, che ci penso io!
Fu presto fatto e la reginetta si mise all’opera.
Prima con il setaccio setacciò ben bene, poi impastò con le sue belle mani, diede una forma all’informe, ma non le piacque.
Allora spastò e rimpastò, e questa volta contenta dell’opera la ultimò mettendo all’uomo,fatto da lei, un peperone come naso.
Re Pipi! Re Pipi!  Il reuzzo fatto a mano.
Andiamo però che re Pipi era muto.
Il re disse alla figlia: -Che te ne fai di un marito che non parla?
-Parlerà, parlerà, lo faro parlare io!Così ogni giorno gli cantava:

-Re Pipi fatto a mano
sei mesi per setacciarti
sei mesi per impastarti
sei mesi per spastarti
sei mesi per rifarti
sei mesi per asciugarti
ora sto qui a parlarti.

Fu così che un giorno re Pipi parlò e disse:-
-Prima di parlare con te, voglio parlare con tuo padre.
Così, messo al cospetto del re, chiese la mano della reginetta.
Le nozze furono sontuose e la leggenda di re Pipi passava di bocca in bocca, fino a raggiungere le orecchie della Ramiraventura, una donna laida e invidiosa, una lampazza che disse subito:
-Questo re Pipi cadrà ai miei piedi!
Re Pipi e la reginetta non uscivano mai, tanto che il re, in pensiero, disse alla figlia:
_ Ma fatela ogni tanto una passeggiata! Un poco d’aria vi farà pur bene.
Fu così  che nel corso di una passeggiata, si levò un refolo di vento che avvolse re Pipi e lo portò  in  nonsodove.
Vane furono le ricerche e nessuno sembrava aver visto qualcosa.
Neanche i trenta talleri d’argento, che il re promise come ricompensa, sortirono buone nuove.
Allora la reginetta, ora regina senza sposo, cominciò a bussare di porta in porta per chiedere notizie.
Tutti le facevano la negativa, tutti tranne tre comari : donna Pippina, donna Concetta e donna Santa.
Dovete sapere che queste tre donne, ogni venerdì, si riunivano per arripizzare, e fu così che le trovò la reginetta.
Appena tuppiò, le venne ad aprire donna Pippina, la padrona di casa.
-Trasite, trasite!
Fu introdotta in uno stanzone buio, rischiarato dal fuoco di un camino.
Su due seggiole basse, di paglia, stavano sedute due donne, con le gonne lunghe fino ai piedi e con il falare  stretto al cinto, per i pilucchi..
Donna Pippina prese posto insieme a loro e la reginetta rimase da sola in piedi.
Nessuno sembrava darle importanza.
Le tre donne bisbigliano e ogni tanto ridevano.
La reginetta capì che doveva stare in silenzio, e così fece.
C’era calore nella stanzone e un ciavuro di cannella e vaniglia.
Poi, sempre parlando tra loro, le tre donne dissero:-
-Deve andare nel bosco a raccogliere accitelli e ramorazzi, non deve fermarsi se sente le Piule e i Cuccuvii; là incontrerà i romìti e loro le diranno cosa fare.
Tacquero, tutte tre di colpo, e ripresero l’arripezzo.
La reginetta voleva ringraziarle e salutarle, prima di andar via, ma le tre donne continuarono ad ignorarla.
Così partì per la ventura.

Cammina, cammina, la reginetta vide innanzi a sé una macchia grigioverde. Ci siamo!disse, questo è il bosco. Chiamò all’appello tutte le sue forze e si inoltrò. Imbruniva e gli alberi cominciavano a proiettare ombre scure. Camminava e sciah.. strisc.. .frush, ad ogni scruscio un sobbalzo. Una luna amorevole la seguiva, passo passo, mentre si chinava per raccogliere accitelli e qualche ramorazzo. Poi all’improvviso: piuuu.. cuccuvh.. piuuu… cuccuvh! Povera me! disse la reginetta, se qualcuno di questi pennuti si avvicina che faccio? Lo scaccio!, lo scaccio!, - gridò forte. Poi allungò il passo, e si ritrovò in una radura. Intanto si era levato un vento freddo e goccioloni d’acqua cominciavano e scendere giù con forza. Una luce fioca e tremolante in lontananza preannunziava una casa. Vuoi vedere che qui ci abita il romito? - disse tra sé e sé, la reginetta. Bussò e stette in ascolto. -Chi bussa a quest’ora, con quest’acqua e questo vento? -Aprite! Aprite! disse la donna. Un uomo piccolo, barbuto e smagrito comparve sulla porta e gettando uno sguardo stupìto sulla donna, disse: -Non so se posso farvi entrare nel cuore della notte, vivo da solo, e non vorrei mancarvi di rispetto! -Non abbiate timore, sono una regina, disse lei. Entrate, allora! Il camino era spento, ma la cenere era ancora calda. Il romito soffiò e il fuoco si riaccese. La reginetta era stanca e appena si mise comoda si addormentò. Fu un sonno agitato, il suo. A tratti pareva destarsi, ma poi ripiombava, nuovamente, in un sonno profondo. Vedeva, si vedeva, così avrebbe giurato, il romito accanto a sé, che testiava. Ma era sogno o realtà? Il mattino successivo, al primo chiarore, la reginetta si svegliò e con mille scuse disse al romito che doveva assolutamente parlagli. -Lasciate stare, niente, niente!, disse il romito, facendo cenno con la testa su e giù, a destra e a sinistra. E presa una castagna da un cesto, la porse alla donna. -Andate!, portate la castagna con voi. Più in là incontrerete i miei fratelli, anche loro vi daranno qualcosa, e quando sarà il momento, voi dovete fare ciò che vi verrà detto di fare. Il secondo e il terzo romito non erano diversi dal primo. Sicuramente la madre li aveva partoriti in un’unica volta, e da un unico uovo. Il secondo le diede una noce, il terzo una nocciola, ma con un fare tanto sbrigativo che la reginetta fu presa dalla stizza. -Il primo, pensò la reginetta, era intropito, il secondo zorbuso, ma voi, disse ad alta voce, siete un cardone spinoso! Poi si pentì, in fondo ognuno è libero di vivere come gli pare, pensò. Riprese il viaggio, ma questa volta con un filo di speranza. Giunse, verso sera, in una valle che degradava dolcemente fino a lambire un fiume; lo capì dal folto canneto che ne segnava i bordi. Sentiva l’acqua scorrere e un profumo dolciastro di oleandri la stordiva un po’. Che posto incantevole! disse. Seguendo il corso del fiume giunse in un boschetto. Fatti pochi passi si ritrovò ai piedi di un castello. Pinnacoli, torri, un ponte, si, quella era la casa che cercava, ora doveva spezzare la castagna, pensò. Sapeva che qualunque cosa fosse apparsa, lei avrebbe dovuto gridare a squarciagola che voleva venderla. Ed ecco che apparve un telaio d’oro e una fanciulla tutta d’oro che tesseva, naturalmente, stoffe d’oro. Oooohh, chi vuole comprare un telaio d’oro con donna che tesse cose d’orooo?. La cameriera della Ramiraventura, conoscendo i desideri della padrona, accorse subito e chiese: - Cosa volete in cambio? -Cedo tutto, se mi fate dormire con Re Pipi, il nuovo marito della padrona del castello. La Ramiraventura accettò, ma prima fece bere a Re Pipi una mistura, che lo all’oppiò subito. Re Pipi dormì tutta la notte e la reginetta non poté parlargli. Gli cantò, però, una canzone : Re Pipi fatto a mano Come puoi dormire? Siamo all’imbrunire Ed io ti chiamo invano! Sto per ripartire Con il cuore a patire Suvvia! è ora di fuggire Non ebbe, tuttavia, nessuna risposta. Spaccò, la notte successiva la noce e apparve un telaio più piccolo, con una donna minuscola che filava un filo d’oro. Ohh chi vuole comprare un telaietto con filatrice d’oro. Così per la seconda notte si coricò con il re Pipi, il quale sempre all’oppiato, non potè appurare nulla. Però le canzoni melanconiche della reginetta commossero i prigionieri segregati nel sotterraneo del castello. Si, perché la Ramiraventura era lì che teneva gli uomini, quando le venivano a noia. Re Pipi fu avvisato da una loro ambasciata segreta. -State in campana, Re Pipi, non tastate nulla di ciò che vi viene offerto! -La Ramira è una femmina tinta, tanto tinta che ci tiene a pane e acqua. E a voi vi fa bere una mistura per farvi dormire e non vedere, dissero così tutti in coro. Re Pipi, finalmente, capì che la Ramira era una donna senza cuore. Non tastò nulla, né pane né acqua e quella notte poté riabbracciare la reginetta. Il re, quando appurò la storia , fu molto comprensivo. -A volte, disse, ammattono delle accianze, ed è difficile sottrarsi, però è bene ciò che finisce bene, per questo agnello e sugo e finisce il battìo. Ma no, il battìo doveva ancora iniziare, perché l’ultima notte a casa della Ramira era stata fertile e da lì a poco sarebbe nato un principino.

(Fine della storia, liberamente tratta da “Fiabe italiane”, trascritte da Italo Calvino )


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