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| La femmina che campava di vento |
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| Rubriche - I Cunti | |||
| Scritto da Antonia Arcuri | |||
| Domenica 13 Giugno 2010 16:17 | |||
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-Panelle, cazzille e rascature-, rispose il cameriere, -belle calde! In casa del marchese ogni giorno c’era la stessa storia: il cameriere veniva inviato dal panellaro più vicino, con due soldi, per acquistare da mangiare. Il putìaro si era abituato a quella scena, ma, siccome era un mattacchione, rivolgendosi al cameriere, ogni volta, gli diceva: -Chi è? ah!, oggi il marchese ha invitati?; oppure:- State accura che tutta questa roba può farvi venire l’acito, e dopo, mi raccomando, ci vuole il caffè e l’ammazza caffè, mi sono spiegato?-, diceva, schiacciando un occhio, e, portandosi il pollice e l’indice della mano destra sul mento, faceva l’atto di lisciarsi una barba che non c’era. Per la cena erano sufficienti due scalogni e una patata, messi a bollire in un pentolone di rame, colmo d’acqua. -Anche stasera brodaglia, diceva il cameriere, storcendo il naso. Quella era l’epoca dei nobili ricchi e taccagni, i quali, pur di non spendere un soldo, avrebbero preferito farsi dare due punti sul deretano. Il cameriere, un giovane truffaldo, si sfurniciava per trovare una soluzione, quando, un giorno, per strada, incontrò la Gnapina, una donna del popolo, ancora piacente nei suoi cinquant’anni, che non disdegnava gli sguardi procaci dei giovani, senz’arte né parte. -Gnapina!, dove andate oggi, con questa sporta?-, chiese il cameriere del marchese. -Gesu!, che fa non si vede?, al mercato a vendere cavoli e cavolicelli. E mentre rispondeva, ruotava la testa, socchiudendo gli occhi e schiudendo la bocca. Gnapina!, ma vostra figlia come sta? -Né bene, né male, ricama! -Ma uno sposo ce l’ha! -Figliuzza bella, ancora no! -So io, chi sarebbe buono per lei!, disse il cameriere. -Il mio padrone è ricco sfondato, ma stretto di naschi e miserabile, e non si sposa per questo motivo; ma se voi dite che vostra figlia campa di vento, lui se la prende! -Ne siete certo?, disse Gnapina con gli occhi che parevano lumini a olio, appena accesi. -Fidatevi di me, e concluderemo l’affare, disse il cameriere. Il marchese fu messo al corrente della grande trovata del cameriere, il quale giurò e spergiurò che era un grande affare, e che la ragazza era degna di un re. -Ma come fa a campare di vento?, chiese il marchese. -Che c’è di strano-, disse il furbastro, -anche le piante campano con un’anticchia di luce e acqua, sarà la stessa cosa! _-E’ vero!-, disse il marchese, -come sono fortunato! E per tutto il pomeriggio, andò avanti e indietro per il salone, sfregandosi le mani e ridacchiando. Il giorno successivo si presentarono al palazzo la Gnapina e la figlia. Le due donne camminavano a braccetto, cercando di non cadere, perché per l’occasione calzavano stivaletti con un tacco alto. La Gnapina aveva un mantello di velluto nero che la copriva dal collo fino alle caviglie e lo stesso la figlia, di colore diverso però: era verde smeraldo, con una ruscia color miele. Il marchese, quando le vide, le scambiò per le dame di carità di San Vincenzo. -Abbiamo già dato, buone donne!, ripassate, ripassate! -Ma che dite Marchese!, sono madama Gnapen, e questa è mi figlia Rosettà! E così dicendo, porse il palmo della mano destra al marchese e fece un inchino. -Saluta il marchese, cara!; mia figlia è uscita da poco dal collegio delle suore del Giusino, disse la donna, facendo una mezza ruota con il mantello; ma il cameriere, vista l’andata, l’afferrò per un braccio, impedendole di cadere, lunga lunga, sul marchese. -Bosciù! Comvivà! Vi và o non vi và!disse Rosettà. Basta cara! Si è fatto tardi-, disse la madre,- il marchese è molto stanco! Per quel giorno, salutarono e andarono via. II Parte Il commento del marchese fu che le donne parlavano papanisco, e lui non aveva capito niente; pur tuttavia, aveva trovato la giovane donna piacente perché aveva, come ebbe a dire, una bel portamento. -Ma come si spiega che, con quel pettorale, si campa di vento?-, continuava a ripetere, per tutta la serata, il marchese. Il giorno seguente le due donne si ripresenteranno; questa volta indossavano abiti più leggeri, per via del sole primaverile che cominciava a brecciare il muro grigio delle nuvole. La madre portava uno scialle di seta che lasciava intravedere un abito chiaro; la figlia, una mantellina di alpaga, un po’ logora, sopra un decolté, veramente audace. Un filo di perle coltivate, a testa, completava la mise. Il marchese seguiva la giovane , come un canuzzo. Venne l’ora del pranzo e tutti si sedettero a tavola. Per l’occasione, il marchese aveva fatto preparare alette di pollo in brodo, con contorno, abbondante, di verdure. Rosettà, scusandosi, allontanò il piatto di portata, dicendo che si sentiva sazia; al più le sarebbe bastato un po’ d’aria, che si procurò prontamente, tirando fuori un ventaglio dalla pochette che teneva attorcigliata al polso. Le nozze furono celebrate da lì a poco. Tutto in gran risparmio, naturalmente, e senza viaggio di nozze, per via degli impegni del marchese. Ogni notte però, quando quest’ultimo si ritirava nelle sue stanze, Rosetta, finalmente, poteva mangiare; le arriva, infatti, di nascosto un vassoio ricolmo con pollo arrosto e patatine croccanti, di cui lei andava ghiotta. Era la madre che la nutriva segretamente. Ma come fare per impossessarsi dei soldi del marchese? -Me li fai vedere?, che fa me li mangio con gli occhi? Sono disposta, anche, a togliermi le scarpe, per evitare che qualche zecchino, possa, inavvertitamente, entrarvi dentro-, disse, un giorno, Rosetta al marito. E nel porre questa domanda, si mise le labbra a cuore. Così fecero; solo che l’orlo della gonna era stato strofinato, per bene, di colla, opera del cameriere, naturalmente. -Oh!, come sono belli, disse Rosetta scuotendo la gonna, per la contentezza. Tanti zecchini rimasero attaccati, tanti e poi tanti, che permisero loro di banchettare, alla faccia del marchese, per molto tempo. Un giorno arrivò in quei paraggi un nipote, del marchese. Pippino questo il suo nome, fu accolto bene e invitato a restare per quindici giorni. Il marchese, pensando che l’ospitalità del nipote gli sarebbe costato una penna di fegato, decise di partire per andare a caccia. -La cacciagione è gratuita, lo sanno tutti, e poi vuoi mettere il sapore delle oche selvatiche, delle galline faraone, delle beccacce, e di tutto ciò che il buon dio metterà sulla mia strada-, disse il marchese alla moglie. Ma il buon dio gli uccelli li ha creati perché possano vivere liberi, come farà a metterli sulla tua strada?-, gli disse Rosetta, che ormai entrata in confidenza con il marchese, non parlava più in francese stretto; in cuor suo, si sentiva dispiaciuta, per la triste fine che aspettava tutti quegli animali. L’immagine di quelle penne, dai colori stupendi, sporche di sangue, le stringeva il cuore. -Ma basta! per me questa è una riffa: sono stata estratta a sorte per punire quest’uomo retico. Il marchese, il giorno seguente, si vestì di tutto punto come un cacciatore, calzando un paio di vecchi stivali, che coprivano, per sua fortuna, i pidunetta bucati. Così partì; avvistata, però, la prima lavìna, si fermò, pensando: -Qui c’è acqua, qua vi aspetto, belli miei! Intanto la moglie non perse tempo e commissionata ad un fabbroferraio una chiave falsa, svuotò tutto il deposito degli zecchini, e, sin da subito, cominciò a rimodernare il palazzo. Tappezzerie, fodere di divani e poltrone, mobili e tappeti resero quella triste casa un po’ più accogliente. Dopo un paio di giorni, il marchese fece ritorno. Reggeva sulle spalle un lungo bastone, da cui pendevano un fagiano, un gallo cedrone, un germano reale, due pernici, due quaglie e un tordo. Quando vide quella che era stata la sua casa, lasciò cadere tutto e cominciò a correre come un disperato. -Mia moglie, femmina…di vento, tutti lei, tutti lei li ha.., mia moglie, tutti lei… Si lasciò cadere, boccheggiando, su un divano e venne chiamato subito un medico; e poiché continuava a ripetere, mia moglie, tutti lei, alfine, tutti credettero che volesse lasciare tutto alla moglie e fu, anche, chiamato, in fretta e furia un notaio. Rosetta ereditò un’ingente ricchezza che trovo poco sconveniente scialacquare insieme al cameriere, suo compagno di malaffare. La Gnapina ripose nell’armadio il mantello, l’abito scuro e i monili con un sospiro, poi disse: -Chiavuzza, chiavuzza, ognuno a so’ casuzza!
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- A pranzo, cosa si mangia?, chiese, distrattamente, il marchese.















