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Serpe Pippina PDF Stampa Email
Rubriche - I Cunti
Scritto da Antonia Arcuri   
Domenica 13 Giugno 2010 16:14

 

serpeUn ricco mercante aveva cinque figli: quattro femmine e un maschio. Gli affari gli andavano bene, ma si sa i figli hanno bisogno di tante cose e le femmine poi: bustini, nastrini, belletto, reggipetto e corsetto, e proi oggi e proi domani, il mercante si ritrovò povero in canna.
Il maschio era un baldo giovane, tanto baldo che si chiamava Baldellone.

Quando si accorse che il padre era rimasto tuvì-tuvà, disse:
-Vado a cercare fortuna nel mondo, sono giovane e forte, qualcosa troverò.
E così parti alla volta di Parigi di Francia.
Appena giunto si alliffiò il maggiordomo del palazzo reale, e men che non si dica mangiava e beveva alla tavola del re.
Intanto la moglie del mercante uscì incinta e il mercante era sempre più disperato, non sapendo più come fare per sbarcare il lunario.
Un giorno la donna disse al marito:-
-Nostra figlia sta per nascere, la donna sentiva infatti che era una femmina,- ma non la possiamo fare andare con il di dietro di fuori, quindi vendiamo qualche mobile con sopramobile e compriamo quello che serve.
E così fecero.
La bambina di nome Peppina, un giorno giocando sul letto dei genitori, tirò fuori dal paglione delle cose luccicanti.
Ohh, disse come sono belli!
-Che sono! Che sono!, disse la madre
-Non lo vedi? disse il padre,- sono monete d’oro.
Come fu, come non fu, si scopri che dentro il materasso c’era un buco e sotto una giara di monetepreziose.
Eh! la ruota della fortuna ha cominciato a girare anche per noi, disse il padre.
- Per maggiore sicurezza, bisogna fare ammagare la bambina, disse la madre.
Così furono consultate le maghe di Mezzomonreale perché erano molto annintovate.per la loro largasìa.
Per l’occasione furono fatte tre torte da offrire loro e mandate a cuocere presso un fornaio di fiducia. Ma la moglie del fornaio non seppe resistere al profumo che si spandeva intorno, e presa dalla gularìa ne mangiò una. Poi velocemente ne impastò un’altra con l’acqua delle scope di disa , nere di cenere, e la mise accanto alle altre.
Arrivarono le maghe in pompa magna. Tutti si inchinavano e dicevano:- sabbinidica.
-Santa santa , rispondevano in coro.
La prima maga spezzando la torta disse.- che i tuoi capelli possano risplendere perennemente d’oro.
La seconda:- che tu possa far apparire tutte le primizie del mondo.
La terza stava per dire qualcosa, quando dalla torta spezzata schizzò un pezzo di carbone che la colpì in un occhio.
-Che tu possa diventare una serpe nivura nivura come questo carbone, ogni volta che vedrai il sole, disse l’ultima maga, riparandosi l’occhio con una mano.
Tutti rimasero come quelli che hanno la pancia davanti e l’imbelico dietro; però, ormai, la magaria era stata fatta, e non si poteva tornare indietro..

-Pazienza, disse il mercante, piangeremo con un occhio.

Intanto Baldellone, che si dava aria da gran signore,raccontava di palazzi, di terre, di ricchezze.
E ogni giorno si allargava sempre di più, finchè al re non gli girò la ciricoppola e un giorno disse:-
-Questo Baldellone , secondo me, arrizzòla fànfare.
Così, fece chiamare il suo segretario particolare e lo inviò in Sicilia, per verificare l’esatta consistenza di quel patrimonio.

Il segretario del re, giunto a Palermo, spiò a destra e a sinistra finché non giunse innanzi ad un palazzo nobiliare. Sull’arco della porta due rosoni traforati testimoniavano un antico casato. Doppie scalinate di marmo perlato rosa pesco, sfumato da venature grigio cielo impalpabile, conducevano in un androne illuminato da balconate che davano su un giardino d’inverno, le cui pareti di cristallo di rocca lasciavano intravedere piante con fiori lilla, gialli, bianchi, cremisi, quasi magenta. Scendeva la sera e ad una delle finestre, che dava su un cortile interno, stava affacciata una donna dall’incarnato simile ad un granato appena maturo; gli occhi, del colore del mare di settembre, osservavano il cielo con malinconia. Poi si udì la sua voce: -Io, che vivo all’ombra di un grande amore! Chi era quella fanciulla così bella e così triste, se non Pippina condannata a vivere lontano dagli occhi del sole, che lei amava tanto. Inutile dire che il segretario particolare, rimasto affascinato da tanta bellezza, riferì tutto al re. Baldellone, a seguito delle buone nuove, fu inviato a Palermo per portare Pippina a Palazzo Reale; ma in verità si sentiva preso dai turchi, poiché ignorava tutto, anche di avere una sorella di nome Pippina. Ma le cose non sono così semplici come appaiono, poiché Baldellone aveva una fidanzata che volle seguirlo nel viaggio. A volte, le donne possono essere molto gelose e di fronte alla bellezza di Peppina, che per di più sarebbe diventata regina, la donna perse ogni ritegno e quando seppe che un raggio di sole le avrebbe potuto fare molto male, trafisse con un paio di forbici la tenda della lettiga che la proteggeva, e vide, con grande soddisfazione, sparire Peppina e una serpe nera sgusciare via dalla carrozza. Baldellone fu costretto dalle circostanze a presentare al re la sua fidanzata, al posto della sorella. Il re , avvezzo ad altre bellezze, mussiò, e disse:- questa pare una pìcata, però sempre meglio di una pitrata, così la sposò. La regina, abbramata, pensò che a quel punto poteva liberarsi di Baldellone.. Così una sera disse al re: - OH! Che desiderio di fichifiori che hoooo! -Ma sono fuori tempo!, disse il re. -Si è vero, ma Baldellone sa dove trovarli, e non lo vuole rivelare a nessuno, disse la regina arrinisciuta. Fu ordinato a Baldellone di cercare fichifiori o la sua testa, da lì a poco, sarebbe saltata. Baldellone cominciò ad andare su e giù per il giardino reale maledicendo la regina, a cui avrebbe dato volentieri un’argiàta, imprecando sui fichifiori fuori stagione, e sul re che gli stonava i cabbasìsi. Poi preso dallo sconforto cominciò a commiserarsi. -Se invece di cassariarmi, tutto il giorno, alla corte del re, mi fossi rotto la carìna a lavorare, sarei rimasto pizziriddino, è vero, ma vivo! Mentre rimuginava questi pensieri vide accanto a sé una serpe e poi udì una voce. Era Peppina, che si fece riconoscere e gli promise di aiutarlo, poiché lei era stata ammagata e poteva far apparire tutti i frutti. -I fichifiori per me sono palìco, disse Ma quando la regina chiese i fichi incoronati, nulla fu più possibile e Baldellone fu condannato a morte. Si riunì, frattanto, il consiglio dei saggi, che esaminata la questione annullò la sentenza , perché, così scrissero su fogli di pergamena: - Non è lecito ammazzare nessuno, nemmeno un armàlo. Baldellone fu rinchiuso nelle segrete del castello con l’accusa di disobbedienza al re, in attesa di un regolare processo. Intanto Peppina, sotto forma di serpe nivura, lanterniava nei giardini del re, mentre il resto della corte scialava. Una notte il giardiniere fu arruspigliato da una nenia, frammezzata da sigliozzi e sospiri. Chi si aggira di notte, un fantasimo o una fantasima?, pensò. Così con una torcia in mano, la papalina sulla testa e con il cuore in gola, cominciò ad ispezionare tutti gli angoli del giardino. Anime sante del purgatorio, fatevi riconoscere! disse, facendosi ripetutamente il segno della croce. -No!, io sono viva, disse Pippina, una triste sorte mi condanna ad essere una serpe. Il giardiniere le diede adènzia, seppure tremolante per il freddo, e alla fine non seppe trattenere lo sdegno. -Domani il re saprà la verità, disse. La notte che venne, ad attendere Pippina c’era il re, in persona. -Ditemi cosa posso fare per aiutarvi, disse. -Recatevi sulle sponde del fiume Giordano, là troverete tre maghe, voi dovrete tagliare la treccia di una di loro, quella che ha un nastro bianco, rispose Pippina. Il re era un uomo tutto d’un pezzo e se prometteva una cosa, bellamente la faceva. Giunto sulle sponde del fiume Giordano attese l’arrivo delle maghe e avvistata la treccia, annodata da un nastro bianco, la tagliò. Poi in groppa ad una jumènta, fece ritorno al Palazzo. Sotto una pallida luce lunare, il re toccò la serpe con quella treccia ed ecco che l’incantesimo ebbe fine, e Pippina apparve in tutta la sua bellezza. Ma la bellezza vera è quella del cuore e Pippina ne aveva tanta, al punto da perdonare la donna che aveva preso il suo posto. Le disse soltanto: -Femmina di cortigghio, sei, e inzirla! -Ammàtola ti sei portata! -Il mio cuore è un uccello che canta ed ha il nido fra le canne dell’acqua, e canta, perché l’amore è giunto. Il re volle fare una grande festa e per l’occasione, si ciuciulia che gli uomini si cuddarono cento ciaschi di vino e le donne, annacandosi annacandosi, s’arrusicarono cento cannistra di ciciri e favi caliati.

 

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