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La gazza ladra PDF Stampa Email
Rubriche - I Cunti
Scritto da Antonia Arcuri   
Domenica 13 Giugno 2010 16:11

 

 

Dov’è la mia pettinessa?, Fina!, prendila e fammi i  boccoli!
Fina,  per  il padre e la madre era Serafina, volava leggera, con il suo corpo esile, da una sala all’altra del palazzo reale  per accontentare Madamigella. Ormai, nonostante fosse ancora una ragazzina, conosceva  ogni pirtuso di quel palazzo.
Quando  l’infanta le dava tregua, si arrampicava lungo una scala a pioli,  raggiungeva la torre più alta e guardava il cielo nello splendore delle stelle e della luna, o  quando  era pallido  e tramutato, sempre meglio che  nero e minaccioso. Questo gioco   le aveva  sviluppato  la capacità di cogliere il cuore delle cose; riusciva, finanche, a capire, non senza un moto di ribellione, il perché sua madre dovesse stare tutto il giorno a cucire in quel palazzo, insieme a lei che serviva Madamigellagazza, mentre i suoi fratelli e il padre  erano  soli a casa.
-Gnamaranna! Sbrigatevi con questi vestiti, tra qualche giorno daremo un ricevinento!diceva la contessa.
-Gnamarà ! Che fa pinnichiate?, sveglia, sveglia, che c’è   chiffare!,rintuzzava il conte.
-Fina!, oggi, niente boccoli voglio i trizza!, disse quella mattina la contessina.
-Madamigella!, la pettinessa è scomparsa, disse Fina con un  tremolio  nella voce.
-Scompaiono troppe cose, da un po’ di tempo-, disse stizzita  , -ora si scopre, magari, che c’è una gazza ladra!
-Perché l’avete vista pure voi?, disse  la ragazza, un po’                                                  sollevata.
-Via! via! non diciamo corbezzole!, rispose la nobile. 
In quel mentre, videro una gazza che volava via dal davanzale della finestra,  stringendo nel becco la liseuse della giovane.
-Maledetta gazza!, disse madamigella e si precipitò ad inseguirla.
Correndo correndo, non si avvide  di essere entrata in un radura,    fitta di alberi e cespugli.
La gazza saltava da un albero all’altro, e, a volte, pareva che si fermasse per aspettarla.
All’interno del boschetto, Madamigella perse la sua natura riottosa e cominciò ad avere un po’ di paura; per cui, quando vide un uomo vicino ad una casupola con il tetto di giammarite,  da cui furiusciva una ciminìa e da questa un filo di fumo, si sentì  più rassicurata, a tal punto da  chiedere:
-Buon uomo, mi sapreste dire dove mi trovo?
-Che ci fa una madamigella nel vallone di runzi e zabbàre?, disse l’uomo, con un sorriso e  una buona dose di masticogna.
-Cerco una gazza?, ne sapete parlare?, rispose la donna.
-Qui potete trovare cacanidi spilati, altro che gazze!; però, per non essere farfante, ho visto un grosso uccello che si posava, lo vedete?,  là, sulla colacugghiànnira!
- Eh! ma quella è un’erba selvaggia e  poi ci  sono i pitruna e, con queste scarpine a tirochitolla, potreste stroppiarvi i piedi; nondimeno, se vi aggrada, andate a vedere!, disse, poi, con un tono più deferente.
Dette queste parole, trasse di tasca un temperino e cominciò a tagliuzzare delle canne per fare un cannistro.
Madamigella era decisa a tutto e proseguì; ma fatti pochi passi si arrizolò, planando, proprio, sulla colacugghiànnira, dove stava quieta la gazza.
-Maledetta! Ti ho trovata finalmente-, e mentre stava per acciuffarla senti una voce:
-Ahimè!, sotto queste piume  batte il cuore di un uomo sfortunato. Un triste destino mi tiene prigioniero, solo l’amore di una donna potrebbe salvarmi. Ma chi, per amore, sarebbe disposta a stare due anni, sempre seduta e con lo sguardo, sempre, rivolto alla montagna!
La voce dell’uomo era calda e una erre, un po’  strascicata,  avvolgeva ogni parola:
-Sempvue seduta e  con lo sguavdo divuitto alla montagna-, ripeté, per la seconda volta
-Che classe!-, pensò madamigella,- io potrei sacrificarmi per un uomo così!

II Parte

L’uomo, sotto le spoglie di una gazza, proseguì dicendo che si era innamorato di lei,  quando aveva ascoltato  la musica della sua voce, pari a quello di una sirena. Si era sentito trasportato, di colpo, in un luogo d’incanto, da cui aveva avuto, ed ancora provava, difficoltà a distaccarsi.
Madamigella non poté trattenere le lacrime e tra un singhiozzo e l’altro disse:
-Io vi salverò!, vi salverò da questo maleficio che vi impiuma; non mi importa se  dovrò rinunziare alla mia vita;
-Altre donne prima di me lo hanno fatto Una greca,  Alcesti! Anche lei  si sacrificò per Admeto, suo sposo ed io per chi?,   disse, con tono accorato.
-Sono Filippo Lanza,  duca di Salaparuta, rispose l’uomo, non                                                                                         del tutto uomo.
-Davanti a voi c’è  Eleonora Castiglia, figlia unica del conte di S. Maria dell’Ogliastro-, disse la giovane;- ma mio padre mi chiama Madamigella.
Scoprirono d’essere nobili, entrambi, e questo rafforzò la loro intesa.
Così, fatto ritorno al palazzo, Madamigella comunicò a tutti la decisione che aveva preso,  provocando la costernazione dei suoi genitori, che erano, si, avvezzi alle stranezze della figlia, ma quella fu giudicata una follia, vera e propria.
Anche Fina e Gnamaranna tentarono di dissuaderla, ma invano.
Il giorno successivo si fece sistemare una sedia sul terrazzo della sua stanza, e si sedette lì, senza più  allontanarsi.
Con il volto e lo sguardo  rivolti alla montagna attese le albe e i tramonti.
Resistette alla pioggia: a quella sottile che inzuppa fino alle ossa e  a quella  che sferza il viso e infradicia tutto il corpo.
Il sole, impietoso, scavò profondi solchi sulla sua pelle.
Allo scadere dei due anni, circolò la voce che il duca di Salaparuta, dopo lunga scomparsa, era ritornato nel suo  feudo, e a quella notizia Eleonora   esultò. Era libera e miracolosamente, ancora, in vita; ora avrebbe  potuto coronare il sogno d’amore.
Dopo essersi acconciata alla sanfasol, poiché non voleva più attendere, si presentò al duca.
Questi, per festeggiare il ritorno a casa, aveva dato una festa, ed era intento a ciuciuliare con le ragazze, quando vide venire verso di sé una donna dalla carnagione scura e rugosa, che strascicava i piedi  mentre pronunziava il suo nome,  con una voce da orco.
-Tu sei   Madamigella  Eleonora Castiglia? No! Se, in questo momento, qualcuno mi trafiggesse con un pugnale, non uscirebbe neanche una goccia di  sangue! Sono  di ghiaccio!
Eleonora, che non voleva più essere chiamata Madamigella, rispose con un tono grave.
- Sono Eleonora, quella che ha rinunziato alla bellezza, per ridarti  un volto.  Ed ora mi rinneghi!
Un urlo disumano echeggiò in tutto il palazzo.
Brividi, come lame sottili,  corsero lungo la schiena  dei convitati.
Fina e Gnamaranna che erano rimaste dentro la carrozza,  sentirono un boato, come un ciclone, che  sconquassò le portiere e fece partire a galoppo i cavalli.
Durante il tragitto Eleonora raccontò quello che era accaduto, versando fiumi di lacrime.
Le due donne la consolarono e le dissero che si sarebbe trovato un rimedio.
Gnamaranna, parlottando con Fina, disse:
-Solo ‘a  Za Maria  può fare qualcosa!
Una casa dal tetto basso: una stanzone con letto e cucina; tutto qui, il  retrè era dietro la casa.  L’interno era pieno di fuliggine. Si intravedeva una cucina a legna con il fuoco acceso.  Peperoncini e aglio, a trizza, pendevano dal soffitto, insieme a  fichi secchi e  rappe di racina. Rami di alloro circondavano un piccolo altare, dove spiccava l’immagine della sacra famiglia.
Con il muscaloro in mano e un fazzoletto, ben stretto, in testa, Za Maria, seduta su una sedia  impagliata, badava al fuoco.
-Cu è, cu è? Se siete femmine  trasìte, se mascoli state dove siete!
-Siamo tutte femmine, disse Gnamaranna, e una ha bisogno delle vostre  orazioni.
-Se era bella, si farà più bella, se era lària, più lària.
Non volle sapere niente. Per la cura, la fece distendere sul letto, sopra la cuttunina; accese un lumino, e cominciò a pregare.
Recitava, a voce sommessa,  il salveregina  dei poveri:

- “Regina   delle madri, e tu lo sai,  questi figli!
Chi più chi meno lo diciamo e speriamo
Se  ci fosse  Eva , sai  in questa valle, pure lei non riderebbe.
Meraviglia!  Siamo poveri ma consacrati E sempre grazie! (s’inchina) Per la luce e per il pane di ogni giorno e anche per quello delle feste

Facci vedere questo bambinello che  salta  sulle  tue ginocchia
Lo  carezziamo,  oh! Quanto è bello!
Saluta  per noi Angelo Gabriele e  tutti gli altri, tu li puoi vedere meglio.
Certo anche  a lui  siamo devoti,  per il rispetto che ti portò, e chi se lo può scordare!
Celeste di splendore vestita!
Ora e sempre!”

-Ora e sempre-!, risposero, tutti.
Erano in ginocchio  e nessuno pipitiava; solo ‘Za Maria si muoveva, leggera nonostante la sua corporatura, strofinando il corpo di Eleonora con un unguento scuro,  come pece.
Ci volle del tempo, ma alla fine Eleonora riacquistò la sua freschezza.
Il pensiero dell’onta subita non l’abbandonava mai, così decise di vendicarsi.
Vestita con abiti di sciccheria, durante una festa, si introdusse nel palazzo del duca e  iniziò a ballare e a ridere con un nugolo di corteggiatori.
Il duca la vide e  cominciò a spasimare,  senza riconoscerla.
Il giorno dopo la chiese in sposa. Lei  rispose che l’avrebbe sposato, se avesse fatto costruire un ponte di rose, tra la sua casa e quella del duca.
Il ponte fu fatto a tamburo battente, ma mentre lo percorreva Eleonora finse di cadere,  e di  essersi fratturata    una caviglia.
Tutti  gli invitati ritornarono a casa con gli occhi chini e le mani vacanti.   Dopo la finta guarigione chiese un ponte di gelsomini.
Stessa storia, stessa caduta, tutti di ritorno nelle loro case, non senza commenti sui piedi della donna, che parevano picchiati, nel senso del picchio,che qualcuno,  cioè, le augurava  del male.
Questa volta Eleonora chiese che il duca, per amore suo si facesse trovare disteso in un letto, consato a morto.
Il duca, ex gazza e ora peppennappa, si vestì di scuro e si distese in un letto, immobile.
Quando Eleonora lo vide, rise a scaccani e disse:
-Mai potrei sposare un uomo tanto stupido,  che si finge morto,  per amore.
Il duca ebbe come un lampo che gli attraversò la mente, comprese  tutto, finanche  quanto male le avesse fatto;  poi con tono di rammarico  le disse:
-La pecora quando disse beè,  perdette il boccone.
Rispose Eleonora:
-Chi pecora si fa, il lupo se la mangia
-U Picca m’abbasta e l’assai mi assoperchia, ed io ti amo veramente!, disse il duca.
-La pietra non si può spremere, quantunque ti amo anch’io,  concluse Eleonora.

E vissero per lungo tempo, se proprio felici,  noi non lo sapremo mai; d’altronde gli amanti che stanno insieme non sanno dire cosa vogliono l’uno dall’altro. 
Allora, verrebbe da dire, perché stanno insieme?  Così, dobbiamo raccontare un’altra storia, quella di un dio che per castigare l’uomo lo tagliò in due e diede ad Eros il compito di farli ricongiungere; forse è così, se no perché ci procuriamo tanti affanni?

 

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