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Vicolo del forno, ai maestri d'acqua PDF Stampa Email
Rubriche - I Cunti
Scritto da Antonia Arcuri   
Domenica 13 Giugno 2010 16:10

 

modica-vicoloTienila ferma questa lucerna! Non so se sono io che trantulìo, o tu che ti scanti.

-Allestiti!, sento scruscio, deve essere la ronda.

Tano e Brasi, avvolti in lunghi mantelli, stavano deviando le acque della condotta civica. Quella notte avrebbero arrifriscato gli orti dei contadini, scarsi di piccioli, ma ricchi di dignità. Erano acqualori, di professione, al servizio del podestà, sua eccellenza, Masino di San Secondo, nominato dal duce, in persona.

-Noi, stanotte, rischiamo grosso; se mi dovessero arrestare, tu sai quello che devi fare,- disse Brasi.

-Certo, perché se ti arrestano, a me che mi fanno?

-Ma che dici, manco sai da dove ti mangi il pane - rispose Tano, molto contrariato

-Abbiamo, tutti e due, famiglia e i picciotti sono ancora nichi, - disse, per finire.

Si dileguarono nell'ombra, un attimo prima che una sferragliante ronda apparisse a capo della via.

Il giorno dopo, in via del Forno, tutti poterono vedere una cesta con una coppia di galletti, dietro la loro porta. Non ebbero invidia perché sapevano che entrambi li avrebbero fatti ingrassare fino a Natale, e poi li avrebbero mangiati in compagnia di tutto il vicinato. E' questa la legge dei poveri: quello che soverchia, si divide.

Tutto pareva scorrere tranquillo. Il lavoro li teneva impegnati e la sera, si vedevano alla taverna da Settimo, il pacchione.

-Hai la grunna!, disse una sera Tano al compagno di lavoro,- perché, che cosa ti rode?

-Non lo so, non mi sento tranquillo, mia moglie mi ha detto che ieri ha visto due persone, con il vestito scuro a doppio petto, che facevano domande a tutto il vicinato.

-Ma che cosa chiedevano?, si informò Tano

-Niente, quanto erano in famiglia, se avevano la tessera del partito, le solite cose.

Se vengono da noi dobbiamo dire che la tessera l'avevamo, ma l'abbiamo perduta, intesi?, disse Tano.

Venne Natale, e la vigilia il podestà fece il discorso a piazza del teatro Massimo. Per l'occasione, ebbero un'ora libera.

-Si può sapere che ha detto?, s'informò Tano , di sera, alla taverna.

Cose che, se non venisse da piangere, farebbero ridere con le ciancianelle.

-Si, ma che cosa, di preciso?, insistette l'amico.

-Che l'Italia cresce, i soldati sono valorosi nel fare il loro dovere, il lavoro c'è, il pane e la pasta nelle case non mancano e che stanno costruendo un grande potenza.

-Furfanti!, commentò Tano- e le purghe , le manganellate, la gente in carcere, quella se la scordano? E poi, dov'è questo pane, vergogna! con la tessera, vergogna!, e sputò sul pavimento.

Quando si prendevano certi discorsi, Tano perdeva il controllo: i muscoli del collo si gonfiavano, diventava paonazzo e una forza sovraumana si scatenava dentro il corpo.

 

II Parte

 

I primi giorni, del mese di settembre del 1921, furono decisivi per i due acqualori: gli uomini in borghese risultarono essere dei federali che giunsero, anche, alle loro porte.

-Aprite, in nome della legge!,- dissero, e questo fu solo l'inizio.

Dopo le prime domande, passarono ad una vera e propria perquisizione. I materassi vennero buttati all'aria, insieme alle altre povere cose.

In un cassetto del comò tirarono fuori una copia del giornale “Umanità Nuova”, piegata a fazzoletto.

La prima pagina era tutta segnata in rosso.

Qualcuno lesse ad alta voce:-”Guerra civile. Qualunque sia la barbarie degli altri, spetta a noi anarchici, a noi tutti uomini di progresso, il mantenere la lotta nei limiti dell’umanità, vale a dire non fare mai, in materia di violenza, più di quello che è strettamente necessario per difendere la nostra libertà e per assicurare la vittoria della causa nostra, che è la causa del bene di tutti. Ed il fascismo scomparirà, quando vedrà che prepotenze non se ne vogliono più subire..”.

La firma era di Enrico Malatesta.

-Ah, si!, per il momento sarai tu a scomparire, -disse il federale, più anziano, a Brasi, che fu condotto via.

La stessa sorte toccò a Tano. Solo le celle del carcere furono diverse.

La notizia del loro arresto si sparse rapidamente e tanta gente venne in via del Forno, per testimoniare il rispetto.

Nei giorni successivi, le mogli, dei due amici si recarono sotto le mura dell'Ucciardone, per avere notizie; così l'abbanniatore, per la somma di due centesimi gridò: - Chi dicinu' Tano e Brasi?-

-Una parola ogni tantu, - fu la risposta che giunse dal carcere.

Nel gergo significava che erano vivi, anche se un po' malconci per le bastonate.

Tutti tirarono un sospiro di sollievo, ma il futuro rimaneva nebuloso.

Le ipotesi sull'arresto non furono, poi, tante: qualcuno, sicuramente, aveva fatto la spia.

Corse voce, dopo un mese, che per i prigionieri politici il podestà stava organizzando un processo speciale.

-Speciale in che senso?, -si chiesero in molti, e un pallore diffuso e due cerchi neri sotto gli occhi, furono i segni tangibili della loro preoccupazione.

III Parte

Il processo si svolse a porte aperte, nell'estate del '36. I due amici si rividero in tribunale, con i ferri ai polsi. Erano smagriti, ma una luce brillava, ancora, nei loro occhi. Il capo di imputazione era pesante: cospirazione finalizzata all'insurrezione armata. Il gruppo dei prigionieri politici era difeso da un avvocato pagato dall'associazione antifascista “Alleanza Nazionale per la Libertà”, fondata dal poeta Lauro de Bosis, nel 1930. Evitarono di parlare tra loro, ma si scambiarono lunghi sguardi eloquenti. I prigionieri si dichiararono tutti innocenti; l'avvocato, così, concluse la sua arringa:- Non si può essere colpevoli, per non amare un regime che affama il popolo e che non rispetta nessun diritto. Qualcuno, tra le fila del pubblico, lo disse nella lingua materna:- Ora va! signor giudice!, a questo Mussolino ci avissimu a dire, pure, grazie, di farci mangiare scorci di fave, babbaluci e una vota all'anno quarume.- Il giudice minacciò di fare sgombrare l'aula; poi, lesse la sentenza dove si diceva che la pena di morte, prevista per il reato di cospirazione, veniva tramutata, per intercessione del duce, in servizio da rendere al paese, andando a combattere in Spagna, accanto alle truppe del generale Franco, il caudillo, contro la plebaglia anarchica che insanguinava il paese. -Nooo! -Fu l'urlo che si levò dal banco dei prigionieri; -piuttosto, lasciateci morire in carcere. Un anno dopo, nell'agosto del 1937, la corazzata Giulio Cesare sbarcò i suoi soldati sulle coste spagnole: tra essi c'erano Tano e Brasi. -Cani!, ci hanno mandato a combattere contro i nostri fratelli, che stanno aiutando la gente a riprendersi le terre.,- queste furono le parole che passarono di bocca in bocca. Le milizie popolari anarchiche, sorte spontaneamente all'indomani del colpo di stato del generale Franco, volevano mettere le basi per una società ispanica senza stato, autogestita dagli stessi lavoratori. Quella stessa notte, un gruppo di soldati si allontanò, frettolosamente, dalla caserma, alla volta delle montagne. Erano disertori? No, solo liberi combattenti anarchici. I due amici non fecero più ritorno al vicolo del Forno, che per ricordarli, da allora, fu chiamato: vicolo del Forno, ai maestri d'acqua.

 

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