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| Un basso palermitano |
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| Rubriche - I Cunti | |||
| Scritto da Antonia Arcuri | |||
| Domenica 13 Giugno 2010 16:08 | |||
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-Non si asciugano, bene, le lenzuola lì, vicino al muro! -Prima, ce li mettevo , ma poi i cani, durante la notte, le tiravano giù. E’ piccola di statura, ha i capelli bianchi alla radice e biondi sulle punte, e sorride. Arriva giù un paniere, legato ad una cordicella, che sfiora le nostre teste. Carmela ride. - E’ la signora del primo piano, che mi manda le lenzuola asciutte. -E’ vedova, sola come me. -Sa chi era il marito? Io scuoto la testa. -Quello che vendeva il baccalà, all’angolo del Corso Olivuzza - Se lo ricorda? Io sorrido e faccio un cenno. -Non sapevo che lei abitasse qui da sola! -No!, ma io non sono sola. -Entri!, le faccio vedere i miei figli. Un portaservizio zeppo di tazze, piattini e fotografie. La stanza è due metri per due, con un pavimento in cemento, un po’ malandato, tirato a lucido. Carmela sorride e aprendo uno sportello a vetri, mi mostra la foto, in bianco e nero, di un bambino con i boccoli. -E’ mio marito, no, è mio figlio, il grande. Mi mostra una foto a colori. -Questa è mia figlia, quella che abita qua vicino, che ha avuto due gemelli. -Li vede come sono belli, ora si devono fare la prima comunione. -Loro mi vogliono sempre, ma io preferisco stare a casa mia. -Che ce n’è di questa vita. La mia casa è assolicchiata, certo solo d’estate, di pomeriggio, però, io con la sedia mi metto sul marciapiedi, di fronte, e sto lì. Passa tanta gente, come lei. Io dico buonasera, e loro rispondono. -Anch’io abito da sola, le dico. -Perché suo marito è morto? Si fa il segno della croce. -No, dico io, abbiamo deciso di vivere ognuno per conto nostro. -Ah, dice lei, meno male. Mi tira per un braccio. - Venga, le faccio vedere la stanza da letto. Mi mostra un angolo della stanza. - Qua c’è lo spazio per un lettino, dice, non si sa mai, se qualche mio nipote vuole venire a dormire, qualche sera! A me sembra che lo spazio non ci sia, ma non dico nulla. Mi accorgo che non ci sono finestre. -Questa è una casa antica, dice. -Li vede i muri? Sono robusti. -Si , effettivamente! dico io -Però, che bello-, aggiungo,- qui da lei è tutto così pulito. -Che devo fare tutto il giorno, mi passo il tempo! -Non è solo questo, dico io. -E’ che lei ama questa casa. - Le mattonelle nella cucina non c’erano. -Non c’era niente. Io ho fatto mettere il lavello, per i piatti, nuovo. La cucina, un metro per due, ha una finestrina che dà sulla strada. I sacchetti della spesa mi serrano le mani. Li poggio in un angolo. Mi sento un po’ imbarazzata. Passo da dieci anni da questa strada, e da allora saluto la signora Carmela, ogni volta che la vedo sulla porta. Qualche volta, scambiamo brevi battute sul tempo. Oggi, per via dei sacchetti, mi sono fermata e lei mi ha abbracciato. -Mio marito, dice, faceva il cocchiere. -Noi prima abitavano più in là, sa dove c‘è la Madonna dell’Orto? -No, ma prima non era così!, aggiunge. -Mio marito mi raccontava che suo nonno gli diceva, che qui, prima, era tutto un giardino. -Lei, la conosce questa storia? -Ho letto da qualche parte qualcosa, dissi io. -No! Ma lei la deve sentire, è tanto bella. -Lo vede dove c’è la chiesa? Con la mano indica un punto. -Là c’era un convento di suore e tutto intorno c’erano arance e limoni. Il profumo di zagara a marzo a chi passava , gli faceva girare la testa. Là, ad una monaca apparve la Madonna, una notte. Poi più sopra, al rione Quattro camere c’era una villa antica.. antica. Erano tutti cocchieri nella famiglia di mio marito e la sera raccontavano queste storie. Ma vere sono? Certo è che si diceva che nella villa c’era una grotta, con una camera dove tutti correvano a rinchiudersi, quando c’era scirocco. In mezzo c’era una fontana, e attorno attorno animali che buttavano acqua, dalla bocca.. -Bella, doveva essere! Certo, a guardare ora! Io ho queste piante, che lascio sempre fuori, chi se le vuole prendere, se le prende. Giro lo sguardo. I vasi di terracotta sono poggiati su una mensola che ripara il contatore dell’acqua. Due piante ben curate : una di menta, l’altra di basilico. -Però, non li hanno mai toccate, aggiunge: -La vita passa! Ci vediamo! Quando si vuole fermare! Arrivederci! Riprendo i miei sacchetti. La signora Carmela è di quelle persone che fanno stare bene. Sfoglio con curiosità “Palermo Felicissima , di Nino Basile. E’ proprio vero!Nel 1500, c’era la Villa Quattro Camere. “Nell’entrata a più bagli, spaziosi e grandi. Un labirinto di mirti, con una piazzale nel mezzo, con montagna e grotta, con diversi giochi d’acqua e altre delizie. …Questa grotta, seu camera di scirocco, è di fuori coperta tutta di edera, dentro è rotonda, con un gran vaso nel mezzo, e fatta a lamia, a volta ,con fontana in mezzo e tutto in giro un lavoro di crocchiale con diversi animali per buttare acqua…” Le pergole, i mirti, i granati, le rose alessandrine dimorano nella memoria di Carmela, ora anche nella mia. Salgo tre gradini ed entro in un salone ampio, statue dorate di stucco, fanno bella mostra di sé, il pavimento di mattoni di Valenza narra le favole di Ovidio. I tetti sono dipinti e fiorati d’oro, seguono poi quattro camere, due per parte. Una statua diVenere è ancora intatta. Mi avvicino, la posso vedere meglio. Ma no!, ha un braccio rotto, e un’espressione arcigna. Sulle pareti sono dipinte delle scene erotiche molto spinte. Don Carlo d’Aragona, duca di Terranova, Principe di Castelvetrano, proprietario e costruttore della villa, doveva avere dei gusti non poco kich. Eppure alla fine del settecento in queste camere viene celebrato un matrimonio sacro. Maria Antonietta Lo Faso sposa Antonio Giusino. Non sono nobili, ma appaiono molto felici. Mi viene voglia di tornare indietro. Mi incammino tra terre coltivate e altre, aspre e piene di roveti. Un profumo intenso di terra, appena bagnata da un’acquazzina, misto a muschio e finocchietto dolce, mi fa compagnia. No, la zagara non c’è. Siamo a dicembre, eppure la campagna attorno a Palermo ancora emana calore. E all’imbrunire, sento un rintocco di campane. Si intravedono delle finestre illuminate, posso anche ascoltare delle voci, sembrano dei canti sacri. Sono quelli del vespro. Una carrozza tartaglia sulla strada, un fazzoletto di seta viene agitato a mò di saluto. Da una bifora del convento una mano fuoriesce per qualche attimo. Spesso l’amore non conosce regole.
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