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I Manigoldi.Cricchio, Crocchio, Papanzico e Manico di Fiasco nel tempio di Giunone PDF Stampa Email
Rubriche - I Cunti
Scritto da Antonia Arcuri   
Domenica 13 Giugno 2010 16:04

 

Papanzico era il più  vecchio del gruppo, ed era stato lui che aveva incontrato, nel corso della sua vita, gli altri tre. A volte ci sono  affinità che fanno si che  uomini e cose finiscano insieme, ahimè! per lungo tempo.
-Chi vi ha uniti, vi deve dividere!
Così diceva, ogni tanto, la gente che veniva a conoscenza delle loro malefatte.
Papanzico, che in realtà si chiamava Sulivestri,  era il soprannome che gli avevano dato in molti, per via della pancia  sporgente e per un fare assoluto che spingeva tutti a dire: - Mih!, pare un papa, per come parla!
Non ci volle molto tempo per  attirarsi le simpatie di tutti quelli che volevano sbarcare il lunario, senza voglia di lavorare  con il sudore della fronte.
-Papanzico mi serve un carico di carbone a  buon prezzo,  gli chiedeva uno.
Papanzico  calava  la testa pelata e, dopo qualche minuto, dava ordini di dare fuoco al boschetto di nocciòli, più vicino.
Dopo una settimana il carbone era belle e pronto, e il committente poteva ritirarlo, non prima di avere pagato profumatamente.
-Papanzico!, dalla Russia vogliono la nostra  lana di pecora, dicono che è più  morbida!
Seduta stante, veniva ordinato di rassettare, nottetempo, le mannare dello Zu Caloiro, che si pappariava, tutto, che lui non aveva paura di nessuno.
Un lavoretto oggi, una cognintura domani e Papanzico divenne ricco possidente.
E gli altri?
Cricchio lo conobbe per via di un sirbizzo nella tenuta di Mascalucìa, dove egli controllava , sulla groppa del suo cavallo e con fucile sottobraccio, che i contadini lavorassero sodo.
Da un po’ di tempo, qualche testa calda cominciava a fare discorsi strani:
-Picciotti ci dobbiamo ribellare! Ci sfruttano per due lire, loro diventano ricchi e noi moriamo di fame!
-Giusto! giusto  è!, domani mattina, in piazza, quando verrà il caporale, ci faremo trovare con le braccia incrociate-, diceva un altro.
Cricchio allora si era rivolto a Papanzico, che, senza scomporsi, sollevando  in alto la mano destra fece un saluto, che era anche  un assenso.
Quattro picciotti, in piazza, la mattina seguente, non poterono incrociare le braccia, né lo poteremo fare, mai più.
Così. Cricchio divenne alleato di Papanzico.
Con Crocchio fu diverso.
Crocchio viveva in una piccola un’isola, in disparte, nel suo eremo
sopra un pizzo di montagna, studiava, leggeva, ma non sorrideva mai. Perché?, si chiedevano in molti; certo è che  la faccia non si poteva guardare, tanto era scura.
Tre volte a settimana,  a bordo di un barcone,  si recava nell’isola più grande, dove svolgeva le funzioni di  vice del governatore.
Fu Papanzico a chiedere un favore a Crocchio; infatti, si era ritrovato in brutte acque con la giustizia, e così fu costretto a rivolgersi a  lui, che, nel campo, aveva buone conoscenze.
-Chi sono gli altri? Nessuno immischiati con niente; io, solo, sono potente!, così diceva Crocchio, quelle rare volte in cui parlava.
-Bella comarca!- diceva la gente, quando li vedeva insieme.
Specialmente, quando con loro c’era anche Manico di Fiasco, detto così perché abbuccava con il vino.
Papanzico, una mattina, inviò loro una missiva in cui diceva che aveva bisogno urgente di vederli.
Ciavoro di picciuli sento!, disse Cricchio, che non disdegnava queste cose, anche perché, pur essendo una canna da stendere, aveva uno stuolo di donne sempre intorno.
Crocchio non fece commenti, ma il suo sguardo si indurì ulteriormente: non amava, per nulla, stare tra la gente.
Manico di Fiasco non si espresse, anche perché era impegnato a cantare, a squarcia gola,  una canzone patriottica:-

Acque di sorgenti pure
pure io vi amo e giuro
su questo fiume che lava l’onta
del nemico che sta a Roma
che un dì  andrete correndo
che un dì  andremo correndo
che un dì  ….

-Disgrazia chi curri!- , gridò, ad un tratto un uomo dalla finestra di una casa di fronte.                                     
Egli non rispose, ma tutti furono certi che, se fosse stato più sobrio, avrebbe  preso la carabina, che teneva sempre a portata di mano, e  ,sparando qualche colpo, avrebbe detto:
-Maial!  Turna nel desert con i cammel!
La risposta, certamente, sarebbe stata:
-  Sempre meglio che stare qui, tra scecch mort!

II PARTE

-Tutti a Girgenti!; tra quelle vecchie pietre, non daremo nell’occhio, penseranno che siamo studiosi-, aveva precisato Papanzico, nella lettera. Perché tanta segretezza, si chiesero tutti. Lo scoprirono ben presto, quando, giunti nel tempio di Giunone, Papanzico fece cenno di sedere a cerchio, e tirando fuori delle carte da una borsa, mostrò loro il progetto di un palazzo. Portali e balconi, decorati d’alabastro rosa, sulla facciata principale, e due cortili interni. I tetti dei saloni, affrescati, e un’ampia scalinata sotto il portone centrale, che in alto avrebbe avuto un rosone con lo stemma del suo casato, comprato a fior di quattrini, avrebbero completato l’opera. -Questo palazzo lo costruiremo qui, dove siamo noi, fu la conclusione di Papanzico. Ma come faremo? Questo è un tempio! disse Cricchio, Un gesto della mano fece capire a tutti che già egli sapeva dove gli dormiva il lebbro, e in ogni caso dell’olio versato in mani giuste avrebbe reso tutto più scorrevole. -Basta uno scossone e qui tutto crolla, disse Papanzico toccando una delle colonne. Le ultime parole furono udite da donna Giacoma, che con le figlie Concutrilla e Lisciannira si trovava lì, perché la più grande delle due, a breve, si sarebbe maritata e portava bene recarsi al tempio, prima delle nozze. Le tre donne si precipitarono accanto a loro. -Pensate davvero che il tempio possa crollare-, chiese, sottovoce, Concutrilla a Crocchio. Questi fece un mezzo giro e squadrò la donna. In quel preciso istante rivide in lei la balia asciutta, la madre e le sorelle, le zie e le cugine, le nonne e le bisnonne: tutto un universo femminile da cui si era sempre sentito oppresso, ed ebbe un moto di rabbia: -Accattati il parrapicca, poi rivolto verso gli amici,- queste fimminazze, imparpaglia piedi! Concutrilla stentava a credere alle proprie orecchie; poi, quando si riebbe, dalla sorpresa, disse: -Non vi avevo chiesto di uscire il disegno del ricamo, ma una semplice informazione! Donna Giacoma, vedendo la carta mala pigliata disse: - Via, via, una sciarra per la cutra, non è il caso! -Ma quale cutra!- disse Lisciannira, qui non ci danno adenzia perché siamo tutte donne! -Intanto il gruppo dei maschi si era agitato. Papanzico invitò tutti alla calma ed, soprattutto, ad essere gentili con le donne. Lisciannira rossa in volta disse: Parlò!, il cavaliere della mennula! Papanzico, per tutta risposta, le disse: -Come fa a sapere che tutti mi chiamano cavaliere? -Perché ce l’ha scritto sulla fronte!, ah, ah, disse ridendo. Intanto Lisciannira cominciava a spintonare Manico di Fiasco che era unico che non aveva detto niente, e lei lo interpretò come un comportamento aggressivo. Spintona e spintona questi si ritrovò sull’orlo delle scalinate e stava per rotolare giù, quando, ridestatosi dal sopore del vino, fece sentire la sua voce roca: -Bel pulzel riturn nella cas, a pelar le patat -Ranton! stai attento che, per lo scanto, ti viene lo scison’. La situazione si faceva sempre più accesa; donna Giacoma correva di qua e di là per trascinare accanto a sé, a turno, le figlie, che vociavano. Cricchio, vedendosi imputo, si tolse il cinturino e cominciò ad agitarlo in aria con una mano, mentre con l’altra si reggeva i pantaloni. Papanzico si teneva, con la mano un punto della fronte, dove aveva ricevuto un borsettata di Concutrilla, che si era tolta una scarpa e rincorrendo Crocchio gli diceva: -Veni ‘cà, che ti cunto quella del bello cardillo! L’arrivo delle guardie non placò la rissa, anzi la infuocò. Correva l’anno 1893, e la Sicilia da qualche tempo era scossa dai venti della protesta: contadini e operai si erano ribellati ai soprusi dei proprietari terrieri e dei padroni, e si erano uniti, per resistere meglio, in Fasci. Le guardie facevano ritorno, proprio quel giorno, da Caltavuturo, dove avevano tentato di sedare la protesta di molti di loro, e, vedendo quel parapiglia, scambiarono Papanzico e Crocchio per soprastanti e il resto per contadini. Nel frattempo, infatti, era accorsa altra gente che si era unita al gruppo, e tutti menavano colpi. Donna Giacoma, ad un certo punto, invocò l’aiuto dello zio- padrino, vescovo, a gran voce! Parrì!Parrì! mandate le vostre guardie! Qualcuno tra la folla gridò: -E che è papa? Papanzico sentendosi nominare, seppure con il nomignolo, disse: -Eccomi, eccomi! Sono qua! Le guardie capirono che qualche cosa non quadrava e intimarono l’alt! La storia fini lì, con le scuse delle guardie, tra le proteste di tutti. I manigoldi si salutarono con l’intento di rincontrarsi, non appena le acque si fossero calmate.

 

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