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Artemisia sulla timpa PDF Stampa Email
Rubriche - I Cunti
Scritto da Antonia Arcuri   
Domenica 13 Giugno 2010 16:01

  

artemisia_absinthiumxProcedeva a piccoli passi, evitando siepi, pietre e sterpi. Sotto una luna pallida, ma presente, stringeva un paniere. Gettò uno sguardo in basso e intravide un agrumeto; le sarebbe piaciuto sentire il profumo asprigno della zagara, sul nascere. Dalla parte opposta, la vista del costone roccioso le procurò un brivido che la scosse: doveva fare presto e rientrare al primo chiarore. Sentieri sconosciuti si aprivano, ininterrottamente, davanti e lei: percorreva, solo, quelli illuminati dai riflessi lunari. Alcuni finivano in piccole conche, preannunciate da pietre ricoperte di muschio, altri in radure con spessi tappeti di foglie, a marcire. Un capanno, in legno di quercia, le si stagliò di fronte, all’improvviso; era giunta! Depose il paniere sul davanzale di una delle due finestre, vi tirò una pietra che levò un suono cupo, e scomparve, come inghiottita dalle ombre. -Ura di malura! disse l’ uomo che si fece sulla porta. L’ora era veramente tarda. L’uomo, con un robusto crocifisso di legno al collo, aveva il corpo avvolto in una bunaca, e un barracano di lana grezza, gettato sulle spalle. Quando prese il paniere sentì un cìocìo sommesso ! -Puddicini! E ‘a çiocca unn’è? Gettò uno sguardo intorno, non vide chiocce, o chicchessia. Rientrò in casa, accese una stearina e la sospese sul cesto. Tra due coperte di lana, fatte a mano, comparve una pupa di pezza, con due mandorle, appena intiniri, per occhi, e un confetto come bocca. Fu che, ad un tratto, si mise a piangere, e il romito esclamò: -Cristiani sunnu,! Chi semu cuntenti! La vita del romito subì un cambiamento: insieme alla capra, le galline, i conigli ebbe una bambina da allevare, e siccome in quel periodo fioriva la pianta di Artemisia, la chiamò così. Da Capo Mulini si inerpicavano stretti sentieri che conducevano al costone roccioso della Timpa. E’ lì che visse Artemisia in compagnia del padre romito: così lo chiamava lei. Più in basso c’era un fondaco con una ventina di case intorno. Correva l’Anno del Signore 1330. Un pomeriggio di settembre, mentre padre romito raccoglieva, poco distante al capanno, finocchietti di mare e capperi, Artemisia tagliava con mano esperta steli di ginestre. Ne aveva fatto un bel fascio e avrebbe riempito tutta la casa, pensava. Ormai, era lei ad occuparsi di tutto. Padre romito ogni giorno diceva: -Ah! Quant’è bella a vista di l’occhi-, ma, come diceva lui, per fortuna, i finocchietti li riconosceva dal profumo. Quel tranquillo pomeriggio fu l’ultimo che li vide insieme. Da un siepe, improvvisamente, un saraceno con un urlo feroce si parò loro davanti, sollevando la giovane, a volo, sul suo cavallo. Un diavolo pareva. In basso, sulla costa, una barca li condusse via. Artemisia non riusciva, neppure, a piangere; era come pietrificata. Il saraceno non badava a lei: si capiva che stava eseguendo degli ordini. Dopo un po’, la barca accostò e sbarcarono; dalle occhiate furtive, che riuscì a dare intorno, capì che doveva trattarsi di un isolotto. Il romito la aveva parlato di una isola minuscola, Lachea, che sorgeva poco distante dalla Timpa. -Che sia proprio questa!, pensò. Salirono un’ampia scalinata scavata sulla roccia che li condusse, in una torre, che pareva abbandonata; da lì, attraverso una porta seminascosta da piante rampicanti, ridiscesero una scala, stretta e mal ridotta, e si ritrovarono in un salone illuminato da fiaccole, appese alle pareti. Fu lasciata lì con i suoi pensieri bui. Quando riuscì ad abituarsi all’oscurità, scorse morbidi tappeti che ricoprivano un pavimento in pietra rossastra e un tavolo basso con della frutta, in un angolo; un odore dolciastro, di erbe aromatiche saturava l’aria, procurandole nausea e capogiri. Non c’era nessun dubbio, pensò, quella doveva essere la dimora, seppure provvisoria di un califfo; poi, vinta dalla stanchezza, si addormentò. Non seppe quando rimase così, ma, solo, che fu destata da una nenia: accanto a lei una giovane donna cantava una canzone, e, con lunghe dita d’ambra, pizzicava le corde di un salterio. “Spose del mio signore e donne mie, danzate liete amando lui con cuore puro; venga chi vuol giocondare e alla danza si tenga con allegrezza. Donne venite e danzate!” Poi, così come era apparsa, scomparve. Il saraceno ritornò, portando un vassoio con del cibo; poi, senza guardarla, disse che il suo signore avrebbe chiesto un riscatto e che, fino ad allora, sarebbe rimasta in quella torre. Artemisia commentò dicendo che padre romito era molto povero, e che era tutto invano. -Non al romito, ma al barone di Niceta lo chiederemo-, disse un uomo che apparve sulla porta. Per quanto cercasse di vedere chi fosse, non ci riuscì: oltre alla penombra, una maschera gli ricopriva parte del volto.

II parte

Giorni e giorni, come grani di un rosario, scivolarono lenti. Poi, una notte, le fu detto di prepararsi perché l’avrebbero condotta via. La liberano nello stesso luogo dove l’avevano presa, con la forza, un mese prima; ma, all’ultimo istante, Artemisia, con un gesto di rabbia, strappò la maschera al suo carceriere. Vide, per un breve istante, due occhi che erano mandorle amare, e una saetta la colpì. Si ritrovò sola sulla Timpa: il romito, ormai vecchio, non riuscì ad attenderla. Ci volle un po’ di tempo per riprendersi, ma, intanto, era arrivata l’estate e i giorni, diventarono alacri. Occorreva tirar fuori le masserizie dal capanno ed esporle al sole. Poi ebbe inizio un lavoro, certosino, di raccolta di frutti, di cui alcuni venivano essiccati al sole, e altri cotti e conservati. Ci fu, anche, la ricerca delle erbe aromatiche. Con quanta cura padre romito le aveva insegnato a distinguerle, una per una: la salvia vellutata, l’alloro lucente, il timo, la borragine pungente con i fiori violetti, la menta fresca e pizzicante, la maggiorana, la santoreggia, e il rosmarino argentato come un ulivo, riempivano vasi di terracotta, esposti sulla cucina a legna. Venne settembre, ed Artemisia, che aveva maturato l’idea di recarsi giù al paese per avere notizie delle sue origini, un giorno, chiuse il capanno, e in un paio d’ore fu nei paraggi di un gruppo di case, che circondavano il fondaco del barone di Niceta. Accanto a lei un monaco, con una bisaccia sulle spalle, di ritorno da Gerusalemme, girava casa per casa raccogliendo povere cose: noci, fichi secchi, qualche pugno di farina. Sguardi di grusità si levarono verso di lei, quando cominciò a chiedere se qualcuno, per caso, conoscesse la storia di una bambina che era stata abbandonata, venti anni prima, sulla Timpa. -In qua! chi ni sapemu! siddu, siddu u baruni ni sapi!, le dissero in molti. Tutto lasciava supporre che fosse il barone di Niceta a conoscere quella triste storia; così si inoltrò nel fondaco, cercando qualcuno con cui parlare. Al piano terra non scorse anima viva. Cominciò a salire le scale, che la condussero in un salone ancora pieno di luce, nonostante stesse per imbrunire. -Ehi!, voi di casa, c’è nessuno?, gridò. Dal salone attiguo riusciva, a malapena, a distinguere delle voci, poi via via sempre più chiare: -Ormai, sono rimasti dieci buoi, venti mucche, trecento pecore, tre muli e otto asini,- disse un uomo, con tono riverente. -Abbiamo avuto annate migliori, ma, neanche ci possiamo lamentare! disse un‘ altra voce, con un che di compiacimento. C’è nessuno?, disse Artemisia-, che ormai cominciava a provare disagio, per avere osato introdursi in una casa sconosciuta. -Assuntina! Assùu!, vedete chi è!, disse la voce di prima. Assuntina entrò nel salone da una porticina laterale, sollevando un lembo del grembiule da un lato e assestandolo sotto la cintura, mentre con l’altra la mano si aggiustava il tuppo. -Trasìte! trasìte!, disse Artemisia rivolse a lei la stessa domanda e in più aggiunse: -Mi hanno detto le donne, giù al paese, di chiedere al barone, se lui, per caso, ne ha sentito parlare! Assuntina sbiancò e portandosi una mano alla bocca, la trascinò in un sottoscala, facendo segnale di tacere. -Chi è’, si può sapere?, chiese il padrone di casa. -Niente, niente, barone, è la figlia di Calò, ha portato le uova-, disse la donna. - Ah si!, domani mattina tre sbattute! E mettetecelo un poco di marsala, che il medico, di me, sono io, intesi? -Come vuole vossignoria!, disse Assuntina Assuntina, sempre, spingendola dolcemente, la fece entrare nella stanza del rimazzito, e lì le disse: -Siete scurciata a vostra madre! Artemisia in poche battute conobbe la sua storia, simile a tante altre: la madre aveva partorito due gemelli, un maschio e una femmina; ma il barone aveva detto che di figlie femmine, in casa, non ne voleva vedere, e la madre era stata costretta a portarla al romito, di cui si diceva, in paese, fosse un santo. Il fratello si chiamava Guglielmo e in quel momento era a caccia, e lei doveva andarsene, presto, prima che tornasse. La madre non c’era più, ma Assuntina le avrebbe portato un suo regalo. Tutta una vita racchiusa in poche parole! Le ombre della sera erano più tristi di Artemisia. Quell’uomo che l’aveva tenuta prigioniera doveva essere il fratello, cresciuto all’ombra dell’odio del padre. Aveva riacquistato le radici, ma erano fradice! Assuntina apparve sulla Timpa, dopo qualche giorno, con un pacchetto: dentro c’erano delle lettere e un cammeo. Le disse che il barone l’avrebbe mandata via, da lì a poco, perché ormai era vecchia e che stava cercando una sistemazione presso una cugina. Artemisia le offrì di stare con lei, lì alla Timpa. Assuntina rifiutò, ma le disse che sarebbe venuta ogni giorno, fino a quando le gambe l’avessero accompagnata. Appena Assunta andò via, Artemisia aprì il pacchetto delle lettere e cominciò a leggere. Era una notte stellata, quella in cui Artemisia, con lo sguardo al cielo, cantò la nenia del romito, “ Cu ti purtau palumma era e un ciuri di rosa ti regalau pi la to vucca jardino di majo un ciuri di rosa ti regalau Angilu era cu ti purtau angilu angilu angilu veru cu l’ali bianchi e trasparenti dall’acqua e d’u ventu ti riparau Cu ti purtau era agnidduzzu Di lana biancu e di pettu bonu Di latti e lana ti fici cristiana Pi li to carni intiniri intiniri Cu ti purtau fortuna si chiama Grazia di celu e terra di madri Cu ti purtau amuri si chiama Cu ti purtau amuri si chiama…

 

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