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La currera e sua figlia PDF Stampa Email
Rubriche - I Cunti
Scritto da Antonia Arcuri   
Domenica 13 Giugno 2010 14:11
Vannuzza se la portava sempre appresso. - Si scanta che la sciamano, mormoravano quelli del vicinato, - perché fa la currera. -Non sono una mala fimmina! Ce ne fossero tante come me!, diceva, sotto voce, nelle rare volte in cui si sedeva davanti la porta a parlare con qualche conoscente. -Gnura Cicca, quando partite? - Otto giorni oggi,- rispondeva.- Allora, passate che vi do una commissione. Se dio vuole!- Poche parole per esprimere un assenso. Non sapeva né leggere né scrivere; eppure, portava tutto a compimento. - Sono arrivata alla seconda elementare, poi mio padre mi disse che aveva bisogno di aiuto, di fora, così me ne andai appresso a lui. Quando mi maritai mi dovevo spàrtere tra la campagna e la casa. Ma Vannuzza ha camminato sempre con me.- A volte, al mattino presto, quando doveva prendere la corriera che la portava a Palermo, aveva gli occhi spirdati, e con quella bambina sulla spalla, pareva una zingara. Lasciava la figlia dalle suore di madre Teresa, alla Magione, e presto presto, si incamminava verso la fiera vecchia. Vannuzza non diceva mai niente. Dove la mettevano, stava. -Gnura Cicca ma vostra figlia è muta? Ma quando mai! E' che lei parla con gli occhi. Questa era la risposta che la donna forniva, con un certo fastidio, quando qualcuno la tediava. Si infilava nelle mercerie leggera come una foglia e srotolando un fazzoletto ordinava sei metri di merletto di macramè, dodici metri di elastico, largo un dito, dieci matassine di seta di tutti i colori, dieci metri di tela per ricamo. Una volta, per trovare delle spagnolette tre cerchi, dovette girarla tutta la fiera vecchia. Fu quel giorno che, tornata a prendere Vannuzza, non la trovò. Le monache si agitarono tutte, giurando e spergiurando che, si, l'avevano vista giocare, seduta a terra, con un pugnetto di pietre. La donna si mise a correre come il vento. Girò per tutte le viuzze intorno alla piazza. Poi, le venne in mente di chiedere ad un compaesano che aspettava, come lei, la corriera.- Gnura Cicca, vostra figlia vi sta conservando il posto! Sbrigatevi! che a momenti partiamo. La donna sentì nel petto e nelle orecchie, come un suono di campane, le stesse che suonano a Pasqua, quando nostro Signore risorge. Sapeva fare i conti, e non sbagliava mai a dare il resto ai clienti. -Questi teneteveli per voi, per il disturbo,- dicevano in molti. Gnura Cicca sollevava un lembo della gonna e metteva le moneta in una tasca interna. Non diceva né grazie né prego, ma girava torno e se ne andava. -Ma vostro marito quando torna?,- le chiedevano ogni tanto le donne del paese. Jacu era emigrato, dieci anni prima, nell' Americazuela, quando Vannuzza aveva un anno. I dollari, pochi, li inviava dentro la busta con una breve lettera. Non lavorava di continuo perché aveva una salute cagionevole: una pleurite, da giovane, gli aveva lasciato degli strascichi. E poi lo si vedeva, spesso, quando era al paese, che arrotolava cartine con trinciato forte. Ma la currera non si lamentava: -tutto buono e benedetto quello che manda! Lei con quei viaggi settimanali riusciva anche a mettere qualche soldo da parte. Certo, ora, doveva, anche, incominciare a pensare al corredo di Vannuzza: infatti, aveva ripreso il telaio e l'aveva messo vicino alla finestra; quando poteva si sedeva a ricamare Sulla corriera, da un po' di tempo, guardava fuori dal finestrino e si svagava. All'inizio stava seduta e basta. Poi, si era accorta che Vannuzza guardava sempre fuori e cambiava espressione. Così, attraverso il suo sguardo, aveva cominciato, anche lei, a vedere macchie di roveti, querce, alberi di mandorlo, pecore e vacche che pascolavano. Ma la cosa più bella era l'alba. Quando la corriera partiva, d'inverno, c'era ancora buio, e nessuno aveva voglia di parlare. Dopo un'ora circa, la luce cominciava a filtrare e si sentivano bisbigli, respiri più lunghi e un calore che dalle spalle scendeva fino all'ugno pizzillo.

II PARTE

Viaggiare d'estate era più bello: al mattino presto, si sentivano, ancora, le cicale, poi, il calore del sole le faceva zittire. Ma, quello che più la colpiva era il colore del cielo. -Anche il cielo ha un'anima, proprio come i cristiani,- pensava la donna. Grigio, di malagurio; bianco, pare imbalsamato; celeste e rosa, se gli spera il cuore. Una volta la corriera ebbe un guasto e furono costretti a fermarsi. Si tolsero dalla strada, come suggerì l'autista, e si sedettero sotto un albero. Con la truscia tra le gambe si appisolò, per un attimo. Al suo risveglio, Vannuzza non c'era più.- Questa figlia mi fa disperare!,- disse, chiamandola a gran voce. Vannuzza non era molto distante; stava china su qualche cosa e armeggiava con un fazzoletto. Mascarata!, le disse la madre, insieme ad una timpulata. Lei alzò il braccio destro, tenendo, tra le dita, le quattro punte del fazzoletto. Gnura Cicca glielò strappò, con furia, e lo aprì. Un occhio chiuso e uno aperto fu quello che vide, tra una massa di piume.- Meschino! che male ti ha fatto? E lo posò a terra . Vannuzza la tirò per il braccio e per la gonna, protestando. Ma la madre fu categorica:- Fallo volare! Che gli possiamo dare? A queste parole, seguì un lungo sguardo tra madre e figlia. Succedeva sempre così: ognuna entrava nello sguardo dell'altra e capiva. Da qualche tempo, però, Vannuzza era diventata più solitaria. Quelle volte che andava a scuola, le compagne le correvano dietro dicendole: -Babba!, neanche il padre hai! Questo la currera non lo sapeva, ma quando arrivò una lettera del marito, dove diceva che sarebbe ritornato, vide che la figlia tirò un sospiro di sollievo. Lo andarono a prendere al porto, a Palermo. Ma questa volta con una macchina a pagamento. Jacu, non lo vide subito. Era stordita dal suono del vapore, che sembrava un grosso trombone. Tante mani si agitavano, tutte uguali. Cosa gli avrebbe detto? Lui, cosa avrebbe risposto? E il suo lavoro, di currera, avrebbe continuato a farlo? Come avrebbero vissuto, con quali soldi? Le girava la testa, le tremavano le gambe. Poi fu spinta dalla folla e cominciò a muoversi pure lei, la mano stretta a Vannuzza. -Ja'! disse, e lo abbracciò, chinando la testa. -Cicca!, sempre la stessa sei,- furono le parole del marito, smagrito e giarno. -Vannuzza, ti sei fatta più alta di tua madre! Se non fosse perché perché, neanche ti riconoscevo. Però i capelli non li hai neri? Ma a chi assomigli? Si, sei russa come alla madre di mia madre, buonarma, là dove si trova. Vannuzza si ritrasse, non conosceva il padre. Era vero che somigliava alla bisnonna Vincenzina, glielo dicevano tutti. Per Cicca e Vannuzza ebbe inizio una nuova vita. Niente più viaggi, erano fuori discussione. Vannuzza iniziò a frequentare la scuola, ogni giorno; ma le compagne, ora, la rispettavano. La currera cambiò lavoro: se ne andò a lavorare nei campi, a giornata. In estate a mietere, in autunno raccoglieva le olive e dava una mano ai vicini a fare il formaggio e la ricotta. Nella pausa invernale ricamava il corredo per la figlia. Jacu, non potendo riprendere nessun lavoro, per via dei polmoni deboli, trascorreva le giornate nella camera del lavoro, sempre circondato da giovani che volevano il racconto dell'Americazuela.

 

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