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| Don Nunzio diventa uomo |
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| Rubriche - I Cunti | |||
| Scritto da Antonia Arcuri | |||
| Domenica 13 Giugno 2010 14:10 | |||
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Dieci sarme di terra a lavuri. Il raccolto era buono e ogni anno il granaio si riempiva. La terra di don Nonò, i Favarotti, era la migliore. Quando aveva preso il comando, don Nunzio, il figlio, pareva che la terra si fosse ammargiata. Il lavuri aggiarniava e abbuccava come se gli mancasse l'armo. Aveva troppa acqua al piede, diceva qualcuno, come don Nunzio che, cresciuto all'ombra del padre, era venuto su farfanti e gridačero. Donna Marianna, la madre, ormai vecchia, nella penombra delle sue stanze gli diceva che, prima che lei chiudesse gli occhi, lui avrebbe dovuto sposarsi. -Mamà, diceva lui, c'è tempo, c'è tempo!. Quelle che hai conosciuto fino ad ora, sono pìspise che volarìano di qua e di là! diceva la madre,- per te ci vuole una fimmina all'antica, come Japica, la figlia di Tatà. Castrense Buttafuoco, inteso Tatà, era il fattore che si occupava delle terre e del bestiame, nella loro tenuta. -No,-diceva don Nunzio, quella, neanche san Giuseppe, che le ha passato il chianozzo, la vorrebbe. A quelle parole, di solito la madre sospirava, si faceva il segno della croce e recitava l'invocazione a san Giovanni apostolo:- San Giovannuzzu, che al bambinello foste fratuzzu, vattiate pure a Nunzino, col vostro amore a cori chino. Ma siccome le strade del signore sono infinite, un giorno, capitò nella loro casa proprio la giovane, per portare un'imbasciata del padre. -Donna Marianna, vi ho portato un paniere di ciliege e una carta da firmare, -disse Japica, bussando al portone della casa padronale. Donne silenziose e con il fazzoletto in testa la introdussero nelle stanze interne. Ne dovette attraversare cinque o sei prima di raggiungere quella giusta Donna Marianna, con una voce lamentosa, si fece mettere quattro cuscini, di lana, dietro la schiena e, poi cambiando tono, si rivolse a Japica con parole di zuccaro e miele:- Che si dice!, che si dice, eh, ti sei fatta grande, e dimmi dimmi uno zito ce l'hai? No! No! Non ho tempo per queste cose!, rispose la giovane donna, e, così dicendo, arrossicò. Donna Marianna, con la scusa della vista corta, fece chiamare il figlio per la firma. Don Nunzio entrò nella stanza lemme lemme, con una espressione imbronciata e uno sguardo caduto. -Nunzino, te la ricordi Japica? E' venuta per farci firmare una carta! Leggi, leggi! e, se è il caso, la firmi! L'espressione di don Nunzio immediatamente cambiò. Un'ira improvvisa gli fece contrarre tutti i muscoli del viso, si avvicinò alla ragazza per strapparle il foglio, ma appena le fu ad un passo, rimase stordito. Un profumo intenso, di muschio, resina e fiori di pistacchio, gli fece alzare lo sguardo su una donna, a lui sconosciuta. Una lunga coda di cavallo le ricadeva sulla nuca, coperta da uno scialle di lana che lambiva una gonna di velluto, che lasciava scoperte le caviglie. -Se questa è Japica, io mi faccio monaco!,- pensò. Allora signorina siete o non siete voi?, disse don Nunzio. E poiché nessuno rispondeva, disse:- E chi parlò don Nunzio? A questo punto la donna si mise a ridere senza potersi frenare, tanto che si stava, quasi, affogando. Donna Marianna non colse l'ironia del calembour e disse:- Figlio mio non ti annirvare, certo che sei tu che parli! Questi uomini! II Parte Il comportamento irriverente di Japica fece agitare don Nunzio che cominciò a satariare, come muzzicato da una vespa. -E santodiavolone di qua, e santodiavolone di là, perciò, io chi sono? Nessuno?, -cominciò a dire, mentre la ragazza non smetteva di sbellicarsi dalle risate. Ma quando l'uomo fece per alzare una mano su di lei, la donna, con una mossa repentina lo sbloccò, stendendolo a terra. Le urla di donna Marianna fecero accorre le donne di servizio e padre Saverio che si trovava a passare, per benedire le case. Non si era mai vista una donna del popolo che osava mettere un uomo, di alto rango, sotto i piedi: questo fu il commento della gente. Japica fece ritorno a casa senza firma e senza documento. Il padre non fu contento. Ma, quando seppe come si erano svolti i fatti, non poté che dare ragione alla figlia. Intanto, don Nunzio si era ripreso e aveva letto la carta dove si chiedeva, come compenso per i dieci anni anni in cui gni' Tatà non era stato pagato, un pezzo di terra equivalente a quattro tumini. Don Nunzio, uno era e cento diventò: -Gentaglia miserabile! Mangia pane a tradimento! Gliela darò, di persona, la risposta! Una giumenta nera, lucida come seta, lo condusse nel casolare del contadino, nel momento in cui questi si rivolgeva alla figlia: -Japica!, picara ninfa e draga, con gli occhi di fuoco inceneristi il nostro padrone. -Giammai ne ebbi uno se non nostro Signore. -Japica, di casa figlia devota ammansisci le furie e piega la testa -Giammai potrei financo al cospetto di un re -Japica, vento e acqua io sento arrivare -Campane e spade sono pronte per battagliare! Don Nunzio non aveva mai udito, in tutta la sua vita un duetto simile. Per questo, si fermò ad ascoltare affascinato e nello stesso tempo intimorito. Poi, il carattere rabbioso prese il sopravvento e premette, con furia, le nocche della mano sulla porta;- Aprite!, sono don Nunzio,- disse, con voce roca. Una finestra si aprì e Japica, con lo sguardo rivolto in lontananza, rispose:- Ogni casa è una chiesa e chi vuol entrare, con riverenza, ha da bussare! Poveri e superbi!, fu il commento di don Nunzio. Pur non di meno, bussò per la seconda volta, con più garbo. Fu Japica ad aprirgli la porta e lo accolse con un saluto riverente, piegando, leggermente, il ginocchio sinistro e inclinando, nello stesso tempo, la testa dal lato destro. I movimenti asimmetrici diedero luogo ad un mezzo inchino, da manichino, che non sfuggi a don Nunzio. Non dovevate disturbarvi di persona, potevate mandare la carta con qualcuno, - disse Japica. Ci sono delle cose che un uomo deve fare di persona. Certo un uomo!, ma voi? Voglio dire, un uomo qualunque, ma voi siete un signore! Il tono, falsamente riverente, di Japica stava per fare saltare i nervi, a don Nunzio, il quale però, essendosi imposto un comportamento da gentiluomo, si morsicò il labbro e poi disse: -Mi fermerei a parlare con voi, se avessi tempo, ma vado di fretta, quindi chiamatemi gni' Tatà. In una casa di contadini non ci sono misteri, è tutto all'affaccio: stanze, cristiani e animali; così gni' Tatà che stava seduto vicino ad un grande tavolo dove canestri piccoli e grandi contenevano ogni genere di frutta, si alzò e si avvicinò al padrone, fermandosi a cinque passi da lui.
III Parte
Il tono, con cui don Nunzio pronunciò le parole, non dava adito a fraintendimenti.- Che cosa sono queste carte? Faccio finta, per questa volta, di non averle ricevute! Siamo intesi? Poi, senza né bi né ba, se ne andò. Padre e figlia si scambiarono uno sguardo d'intesa, e basta. Intanto si avvicinava ferragosto, e come ogni anno i familiari di Japica, insieme ai vicini, si sarebbero recati a Tagliavia, per la benedizione degli animali e per abbeverarli con l'acqua del pozzo miracolosa. Invece che sul carretto, le donne quest'anno, sarebbero salite tutte sul vecchio camion di Brasi, il marito della sorella di Japica.- Ma come ci mettiamo?, chiedevano i familiari preoccupati- seduti sui vanchitti, diceva il padre, senza scomporsi. Partirono che appena chiariava. Il viaggio non fu lungo, ma la strada era una vecchia trazzera, e arrivarono tramozziati. Japica, insieme alle altre donne, si mise a sedere sotto un albero per riprendersi un po' dalla fatica. Qualcuno tirò fuori una corona, dalla tasca, e cominciò a recitare l'avermaria. Japica stava in silenzio: per lei la preghiera era quella muta e con il cuore. Si ritrovò, così, senza saperlo, a pensare a don Nunzio. Era un bel giovane certo, ma a lei non finiva di piacere. A vederlo così, pareva allappato, senza nerbo nella spina dorsale. Può piacere uno che non fa niente, dalla mattina alla sera? Don Nunzio si alzava a mezzogiorno. Tra tricche, tracche e barracche, arrivava l'ora del pranzo. Primo, secondo e terzo: pranzo completo! Poi si fumava un sigaro, e nel tardo pomeriggio raggiungeva gli amici al circolo dei galantuomini. Non lo invidiava, anzi, lo compiangeva. Lui, certamente, non amava il profumo delle castagne arrostite, sulla padella di ferro. Non mangiava la ricotta con il siero, al mattino, né il pane caldo con l'olio. Non aveva mai visto un pulcino uscire dall'uovo, né un agnello appena nato; che sapeva del mondo? Niente! La voce del padre la riportò alla realtà:-La funzione sta cominciando, entrate!,- disse, rivolto alle donne. Lei, si coprì il capo con una spagnoletta bianca, ed entrò. All'inizio non riuscì a scorgere niente: era alluciata dal sole. Poi, a poco a poco, vide sull'altare un ritratto della Madonna con il bambino,delle rose bianche, rosa e rosse, dei garofani nani, gialli e rosso cardinale, circondati da steli di ricciolino. Il prete era molto vecchio e le parole le bisbigliava, per cui concentrò la sua attenzione sulla Madonna. La donna, che aveva posato per quel ritratto, le dava la sensazione che volesse far vedere il suo bambino, ma solo per il tempo necessario, perché negli occhi mostrava tutta la preoccupazione di chi sa che ha tanto da fare, per farlo crescere. Il vestito rosso scuro, che le copriva anche i piedi, doveva essere di velluto pesante, così come il mantello blu cobalto, che stava sul sedile, con un lembo adagiato sulle ginocchia, dove poggiava i piedi il bambinello. L'aveva preso in braccio, sollevandolo, forse, da una culla, perché era coperto solo da un panno. Lei stava dicendo il rosario; certo, le era rimasto tra le dita e si era impigliato nel braccio del suo figliolo. L'interno era tutto in penombra, ma il legno della panca, dove stavano seduti, era lucido e ben curato. Anche questa volta la voce del padre la sottrasse ai suoi pensieri: - Fuori sta cominciando la cavalcata, presto uscite!, disse con tono autorevole. (Il quadro descritto è “La Madonna con il bambino” di Murillo- Museo del Prado
IV Parte
Quaranta uomini, sui cavalli e sui muli, vestiti con abiti scuri di velluto, e con robusti scarponi ai piedi, sfilavano sul sagrato in ordine di ceto. I signorotti in testa, dietro i campieri, i mezzadri e i braccianti. Japica li guardava distrattamente; poi, ebbe come un sussulto: in prima fila c'era anche don Nunzio. Volse lo sguardo altrove: non voleva esser vista. Di colpo, una fitta pioggia di confetti e buccellati a forma di uccelli, di canestri e di fiori, lanciati dai mezzadri, la fecero sussultare. Fu allora che incrociò lo sguardo dell'uomo. Non seppe, o non volle, nascondere uno sguardo di stupore e di commiserazione. Lui, per tutta risposta, rise. Quando tutte le candele della chiesa furono astutate, fecero ritorno al paese. Spesso Japica seguiva il padre in campagna. Agosto è il mese del sol leone e i frutti diventano carnosi. Un albero secolare di fichi, proprio dietro la casa, li impegnava in quei giorni nella raccolta. Avevano appena riempito alcuni panieri, quando sentirono uno scalpiccio: grande meraviglia alla vista della giumenta di don Nunzio, senza sella e molto sudata. Gni Tatà volse lo sguardo pensieroso verso la strada, poi salì sulla sua vecchia mula e si allontanò, dicendo a Japica:- Prima asciugala, poi, falla bere, ma non assai, perché si appanza. Non fu facile avvicinarsi alla giumenta, che appariva molto agita. Ma, Japica, con gesti lenti e sicuri, la asciugò e le parlò anche:- Ti ha fatto correre e hai troppicato!, non è vero? Non sappiamo cosa abbia risposto la giumenta, ma gli animali sono molto sensibili e in qualche modo avrà dato un segno. Però, mentre le parlava, sentiva dentro di sé una grande agitazione. In fondo è un estraneo, pensava, cosa mi importa! Il padre, intanto, stava percorrendo la strada che conduceva al paese e non fu difficile ritrovare don Nunzio. Ma sarà vivo?, si chiese l'uomo, quando lo vide riverso sul ciglio della strada. Una ferita profonda alla testa non lasciava tante speranze. Così, di buon grado, lo mise sul mulo, a faccia boccone, e lo riportò dalla madre. A donna Marianna non fu detto, subito, della caduta, da cavallo, del figlio; si preferì che fosse il medico ad avvisarla, il quale, quando seppe di chi si trattava, arrivò, correndo trafelato, con la sua borsetta di pelle nera. -Duttù!, duttù!, ci sunnu boni spiranzi?, chiedevano tutti. Il medico, prontamente, fece uscire tutti dalla stanza e chiese che gli fossero portatate una bacinella d'acqua bollente e delle fasce pulite.- Manco se dovesse accattare!, disse l'anziana cuoca, però tutti si attennero, rigorosamente, agli ordini. La ferita fu medicata e ricucita come meglio si poteva. La prognosi fu di trenta giorni, salvo complicazioni. Anche la giumenta fu riportata, nella sua stalla, da gnì Tatà, il quale chiese, educatamente, come stesse il padrone.-La mala erba non sicca mai; per poco non ammazzava questa creatura di dio, -fu la risposta, con gli occhi lucidi, dello stalliere. Japica, in cuor suo, pensava che fosse giusto andar a far visita a don Nunzio, per levarsi uno scrupolo di coscienza: gliene aveva dette, dal giorno che l'aveva conosciuto, di tutti i colori. Fu così che, una mattina di settembre, si presentò con un cestino di pere butìre, da fare cotte, per il pranzo: si sa, i malati devono mangiare leggero. Mentre adagiava il cesto sulla balata della cucina, gna Tanicchia le disse che il padrone voleva vederla:- A me? sbaglio ci deve essere!.-A voi, a voi!, non sono stòlita, ancòra, per grazia di dio!, -disse la donna, un po' risentita. Più morta che viva, entrò nella stanza. Un uomo pallido, con uno sguardo smarrito, le fece cenno di sedersi, e disse:-Volevo ringraziare voi e vostro padre, per quello che avete fatto. Mi hanno raccontato tutto. Japica non seppe cosa dire, e continuava a fissarlo.- Anzi, appena mi lasceranno alzare, verrò di persona!, continuò il giovane, -Sicuro! un po' di 'aria di campagna, mi darà più forza. Poi le chiese se poteva aiutarlo a sollevarsi. Japica stava per chiamare gna Tanicchia, ma lui la trattenne.- Sarei felice se foste voi a farlo, se non vi è di troppo disturbo. Così, la donna si ritrovò faccia a faccia con l'uomo che aveva tanto odiato. Non era più lo stesso! Pareva come san Paolo, folgorato sulla strada di Damasco. Sentì che, dentro la tavola del petto, il suo cuore si allargava.
V Parte
-Strantolìa, forte!, lo vedi che non cadono?. -Non lo posso abbrazzare, questo zucco è troppo grosso!, rispose Japica, con la funcia. Gni' Tatà era su un albero di noci, alla ricerca di quelle che non erano venute giù, e quando ne vedeva una diceva: -Mascarata! T'ammucciasti?, poi l'afferrava con un gesto deciso e la metteva nel tascapane. La figlia, intanto, tentava di scuoterne un altro, poco distante. -Sta arrivando un cristiano, fatti dare una mano di aiuto!, le disse il padre. Era vero. In lontananza, si vedeva un uomo a cavallo che si dirigeva, proprio, verso di loro. -Il povero, Dio l'aiuta!, disse il padre. Japica non fu dello stesso avviso: -Il Signoruzzo, con tutta la mala gente che c'è, è inchiffarato, e non può pensare a noi. Infatti, quando l'uomo fu più vicino e poté riconoscerlo, disse:- Allegrizza in sonno! L'uomo era don Nunzio. Il padre lasciò il ramo del noce, precipitosamente; certo, non era più un giovane ma la lena non gli mancava. Così, si affrettò a ridiscendere per mettersi accanto alla figlia. Don Nunzio non era più lui, tant'è che si avvicino, con, in mano, un paio di vertole, dicendo:- Sono venuto ad aiutarvi! Grazie, grazie, ma noi abbiamo già finito; piuttosto, sedetevi che vi voglio raccontare una parabola:- Si dice e si racconta che, tanto tempo fa, un monaco andava per la sua strada, quando vide due uomini che stavano sradicando un albero di noce.-Fermatevi, per amor di Dio! Che state facendo?- quando si avvicinò, manzo manzo, il padrone e disse che l'albero non faceva noci da tanto tempo, tanto valeva...- -Quest'anno li farà!, disse il monaco - Sissignore!, se è vera la vostra parola, faremo a metà-, rispose il padrone Venne la primavera e il noce fiorì. Venne l'autunno e ci vollero venti mani di venti braccia per raccoglierle tutte. Prima di Natale, il monaco passò, con la bisaccia sulla spalla, e bussò alla porta:- -Sono venuto per la prumissa-, - Quale prumissa? Non mi rammento! Era una voce forte e risoluta, quella che rispondeva. Cunto che ti cunto, il monaco venne a sapere che il padrone era morto, e questi era suo figlio. Non ci fu verso, però, per convincerlo a mantenere la promessa del padre; così il monaco se ne andò, da dove era venuto. Poco dopo, passò sulla bocca di tutti una storia curiosa: quel giovane superbo, al posto delle noci, aveva trovato ceste colme di foglie secche. Don Nunzio, alla fine del racconto, aggrottò le sopracciglia e, subito, disse che avrebbe dato la terra che spettava a gni' Tatà. Japica lo guardava con molta commiserazione. Quando stava per andare via, don Nunzio, buttò lì tre parole: -Se vostra figlia mi vuole, me la posso maritare. Quando si tirò la porta, nessuno gli disse né schi, né scu, né passellà. Ci fu un matrimonio e un menestrello cantava:- Mariage d'amour, mariage d'argent. Je vu se marier toutes sortes de gens! De gens de basse source e des grandes de la terre....Cortege nuptial hors de l'ordre courant. Quello era, davvero, un corteo nunziale, fuori dall'ordinario: su un carro, spinto da amici e parenti, stavano, l'uno a fianco dell'altro un uomo ed una donna. Lui col vestito scuro, lei con un abito di barracane, e una mantellina orlata di merletto bianco, fatto a mano: erano Japica e Turiddu. Lei figlia di gnì Tatà e gna Concetta, lui di mastro Pasquale e gna Pruvidè.
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