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| Rubriche - I Cunti | |||
| Scritto da Antonia Arcuri | |||
| Domenica 13 Giugno 2010 14:00 | |||
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Torna all'indice della rubrica I Cunti
Erano giorni di prèscia: il tempo era ritornato buono. In Sicilia il mandorlo, aveva fiori candidi; gli altri alberi erano di un colore rosa confetto, qualcuno un po' più sfavito, quasi grigio perla. Le finestre stavano aperte, qualche ora al mattino, per fare asciugare l'umido dell'inverno e fare respirare le case. -Chi facìti?, si chiedevano le persone, l'un l'altro, quando si incontravano. Avemu chiffare: stamu livannu i cuttunini. L'aria era più calda e necessitavano coperte più leggere. Quelle preferite erano in filo di scozia, lavorate a tombolo, ma anche di lino e di canapa, o, se disgraziatamente poveri, di pezze. In casa di Bartolo Catassi c'era un supplemento di agitazione: il capofamiglia si era messo in testa che per l'otto maggio, tutta la sua famiglia, parenti, amici e vicinato compreso, avrebbero dovuto recarsi sulle sponde dell'Oreto, per una cerimonia, a dir poco, sacra. La moglie, Ciccina, era abituata alle sue stranezze; però, rumuliava sempre Il più contento di tutti appariva il figlio Vicinzino, che avrebbe, per l'occasione indossato, per prima volta, i cavusi longhi- Che ci dobbiamo mettere, chiedevano tutti.-Quello che avete, tuonava Bartolo, con la sua voce da baritono,- abbasta che sia pulito. Noi siamo poveri, ma onesti e quello che conta, veramente, è la divozione. In nome di questa divozione, in casa di Bartolo, venivano fatti, all'occorenza, altari per pregare. Se la notte imperversava la tempesta, veniva messa sul comò la carta dei santi, e, davanti un lumino acceso, tutti recitavano:. “ San Gisippuzzu, cu li caddi a li mani, facci agghiurnari sani, dumani; Santa Lucia, cu l'occhi alla via, facci sta grazia e cosi sia; sant'Antonio dei puvireddi, riparaci l'ali comu l'aceddi; Vergine Immacolata, dacci una vita affurtunata”. La litania era lunga e, ad un certo punto, sia per stanchizza , sia perché la cira squagliava, veniva interrotta e per non recare offesa a quelli che non era stati nominati si diceva: -E pi tutti l'atri santi, fora e dintra lu paradisu, rimane intisi lu nostru surrisu. A questo punto, tutti tiravano un sospiro di sollievo e andavano a dormire. Bartolo, di suo, era un affabulatore nato. Niente di meno, diceva che discendeva dai pastori dell'antica Grecia, quelli che abitavano nell'Arcadia. Pastori nomadi che facevano una vita semplice ma dove non mancavano i riti e le preghiere. -Aaaah..., gli disse un giorno la moglie, quando venne a conoscenza delle sue origini, ora capisco da dove ti viene la divozione. Ma tutti queste munzignarie cu ti li cunta? Padre Liborio; certo, quello che chiffare ha! Agghiorna e scura, sa dove gli viene il pane, ma tu? -Lascia stare il parrino, gli rispondeva il marito, se proprio lo vuoi sapere ho fatto io queste scoperte. E cerca che ricerca, di qua e di là, nella canonica e nel municipio, per bocca di uno e per bocca di un altro, nei proverbi del mottoantico, sono arrivato a questa verità. -Ma quale verità! Vai a prendere il carbone che il fuoco si astuta. I battibecchi non finivano mai, e così passavano i giorni, in attesa dell'otto di maggio. II PARTE Padre Liborio stava sotto la pergola con gli occhi chiusi.-Ma che fa?, dorme?, o veglia?, si chiedevano quelli che si trovano a passare, e, grusiteri gettavano uno sguardo nel suo baglio. Bartolo lo sapeva che non dormiva, così lo chiamava: Padre Libò, vi devo parlare! -Entrate, entrate!- e, così dicendo, si passava la mano sugli occhi, che, di colpo, si aprivano. Ma voi siete sicuro che le acque di questo fiume Oreto siano miracolose. -No, non sono miracolose, ma in un momento dell'anno, quando tutto rinasce, chi vi si immerge, con animo puro, può assistere a dei miracoli. Bartolo si tolse la coppola e, lentamente, e con fatica disse: -Come può essere l'animo di quello che si susi alle cinque, tutti i santi giorni, che pinìa se un albero secca e non dà più nessun frutto? Come può essere, se ,dopo avere seminato, guarda la terra ogni giorno larmiando tempo buono e acquazzina fresca? -Lo so, disse padre Liborio, tu appartieni a questa categoria di uomini, ma non basta! A volte, ad essere, così, non succede niente. -Allora , state dicendo che devo diventare come un diavolo? -Ma, No!, lo rassicurò, il frate, voglio dire che niente è sicuro a questo mondo. -Però ti voglio raccontare perché si chiama Oreto. Si dice e si racconta che ai tempi quando i greci vennero in Sicilia, una volta un dio, minore, che si chiama Oritha, era, infatti, orei génos e orei archés, nato sui monti e re di essi, venne invocato da un ragazzo che pascolava il gregge sul monte Matassaro, affinché lo aiutasse a ritrovare la più bella pecora del gregge, che si era smarrita. Con la pena nel cuore, pensando fosse caduta in crepaccio, cominciò a cercarla, affidandosi al dio. La ritrovò che beveva in una pozza d'acqua sorgiva che lui chiamò oritha,per ringraziare il dio. La pozza d'acqua divenne poi un grande fiume che si getta dopo una lunga via, nel mare di Palermo. Ecco perché è un fiume sacro, concluse padre Liborio. -Appena la sente mia moglie, questa storia! Biii..bi..bi! Tutto contento l'uomo fece ritorno a casa, ma mentre camminava pensò:- Ma, padre Liborio, in quanti santi crede? A quelli del suo dio, di sicuro, ma, a quanto pare anche, in altri. Meglio! che male gliene può venire, tutti santi sono! disse ridendo, infatti, tutte queste storie sulla Grecia lo rendevano euforico. Quando lo raccontò alla moglie si sentì dire:-Tu, brillo sei! sciatere e madre, e voglio dire. Ma mentre diceva queste parole fu presa, per la prima volta dal dubbio. - E se tutte queste dicerie fossero vere? Trascorse una notte agitata, votandosi e rivotandosi mille volte. Al mattino, quando il marito le chiese il perché di quell'agitazione, di colpo si ricordò di aver fatto un brutto sogno. -Di che si trattava?-, chiese l'uomo. -Camminavo in una trazzera di montagna, ed ero tutta contenta, quando, ad un certo punto ho sentito dietro di me, come un lamento. Mi sono girata ed ho visto una pecora in pericolo su un crepaccio. Io volevo gridare e dire:” Non ti muovere!, ma perdevo l'equilibrio e sciddicavo. -Ma sicuro che eri sola?, chiese il marito. -Ma che ci incucchia con chi ero? -Lo so io!, bii.. se lo so! Bartolo a volte fabbricava storie su minuzie e dettagli irrilevanti. -Perché, devi sapere, che è possibile che qualcuno ti seguiva, oppure ti stava pensando. E queste taliature, a distanza, malevoli, alle volte causano danno, come la tua sciddicata; quindi, stasera diremo un'orazione per togliere la taliature. -Mi dovevano tagliare la lingua, mi dovevano!, disse la moglie, molto amareggiata. III PARTE Quanti giorni mancano?- chiese una mattina Vincenzino, dopo aver mangiato pane duro bagnato nel latte fresco.-Perché ti devi andare a maritare?, fu la risposta acida di Maricchia, madre di Ciccina, che, posato l'uncinetto sul grembo, si tolse gli occhiali, per poter guardare tutti. -Senza capizzone non vedo niente! Ma che c'è da vedere? Sempre, le stesse facce di passa pititto. Io, quando ero picciotta, ballavo sopra un piede. Volete vedere?,- e così dicendo si alzò dalla sedia, sollevò una punta del fadale e stava per muovere una gamba, secca come un manico di scopa, quando, dalla cucina tuonò la voce autorevole di Bartolo: -Fatela sedere, perché, poi, dobbiamo correre dal medico!Ve lo siete scordato quello che successe, alla vigilia di Natale? Maricchia, dopo i rimproveri della figlia, si convinse a prendere in mano la corona del rosario e si fece il segno della croce, baciando il crocifisso. -Comunque, domani ci dobbiamo alzare tutti alle cinque, perché si va a Palermo. Il giorno è arrivato e Padre Liborio verrà, per benedire il fiume, nel punto in cui diventa mare, così mi ha detto. Le parole di Bartolo zittirono tutti. E chi dormì quella notte! Prepara le cose da mangiare- non ti scordare la tovaglia da stendere a terra- e il vino da benedire-la carta dei santi, la metto, io, tra le salviette, così non la perdiamo! Bartolo parlò senza mai fermarsi. Quando andarono a dormire la campana della piazza segnò dodici rintocchi. Alle cinque, in punto, tutti , di nuovo, in movimento. Che valeva la pena! Nenche il tempo di prendere sonno!Tanto valeva restare piedi piedi-, disse Ciccina. -Ma sempre si lamenta?, commentarono tutti. -Se non si lamenta, non è contenta; lasciatela in pace!- Questa fu la spiegazione che diede il marito. Il viaggio non fu né lungo, né corto. Arrivarono al ponte di Mare, in prossimità della tonnara di Sant'Erasmo alle nove, il sole faceva la sua figura e tutti tirarono un sospiro di sollievo. - Mi voglio bagnare subito in questo fiume-, disse Vincenzino. - -No!, disse Bartolo, -aspettiamo Padre Liborio; intanto, che il tempo c'è, prendiamo una carrozza. Per un giorno, voglio essere come un signore, e vi porto a vedere il mulino della cartiera del Maglio-. Sull'Oreto vi erano sparsi una decina di mulini: per la lavorazione delle pelli, per macinare il grano, per fabbricare la carta. La carrozza costeggiava il fiume e tutti poterono ammirare le piante che vi crescevano ai bordi: per lo più pioppi, ma anche muschi e licheni; c'era, anche, qualche cespuglio fiorito di ginestre e tanta edera. -Questo fiume è proprio argento vivo-, disse Maricchia che era cresciuta vicino ad un altro fiume, quello dell'Oleandro: non così lungo, certo, ma l'acqua fresca e trasparente scorreva frusciando su pietre minuscole, larve e foglie che formavano il suo letto. Poi, a chi camminava ripa ripa, arrivava un profumo intenso di mentarosolio e savuco; nel periodo della fioritura degli oleandri, anche, un aroma dolciastro che stordiva i sensi.
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