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Bartolomeo v Naselli, principe-conte PDF Stampa Email
Rubriche - I Cunti
Scritto da Antonia Arcuri   
Domenica 13 Giugno 2010 13:54

 

 Torna all'indice della rubrica I Cunti

Due donne camminano fianco a fianco: una spedita e leggera, l'altra un po' più lenta, ma arzilla. Sono madre e figlia, uscite di casa, con la prima chiarìa, per cogliere verdura, nei campi attorno alla città di Palermo; l'occhio più accorto della madre indica il da farsi: - Spicàrono i giri, e la cardella aggiarnìa: si devono cogliere le ultime troffe intinìri.- Non c'è anima viva e per fare un po' di scruscio iniziano a cantare:- Lu suli, quannu spunta, mi trova alleramente, cu li sacchi chini e li sacchetti vacanti. L 'aria è fridda e c'è lu ventu, ma tu m'aspetti allu straventu. Una carrozza irrompe, all'improvviso, alle loro spalle. Il cocchiere grida per farle scansare.- Ohh! Arrassativi! Il principe-conte Baldassare V Naselli, in viaggio da Comiso verso Palermo, dove faceva parte della giunta Sicilia, risvegliato dal frastuono, si sporge e vede le due donne: la figura della più giovane si imprime nella sua mente. E' sera, quando, le due donne fanno ritorno a casa. E' stritta e senza sole, ma pulita. Tolta la verdura per il loro bisogno, il resto viene mondato e messo nei sacchi, per il mercato. Le due donne vivono in quella casa, da sempre. Sarina, la madre, era stata illusa da un soldato spagnolo che passava sempre lì, davanti, al tempo, quando viveva con il padre, la madre e quattro fratelli. Sempre, lì, alla brìaria , dieci case più in là, in via dei Biscottai, dietro la putìa del seggiaro. Lui si chiamava Pilar, ed era un pilastro scuro e forte. A volte, passava al mattino, e lei lo sentiva fischiare; spesso, però, faceva la ronda di notte, per sorvegliare il mercato. Sarina era uscita poco di casa, in vita sua, sempre a badare a tutti quei maschi: chi voleva gli scarponi ingrassati, un altro le robbe sempre pulite, il più piccolo, certo, che poteva avere quindici anni, pretendeva che gli facesse al mattino il pane e latte, e glielo portasse fino al capizzo. Lei, nella storia con il soldato spagnolo, si ci era buttata anche per solitudine. -Più scuro di mezzanotte, non può fare! Che ho da perdere? Il vicinato mi sparla: sono invidiosi perché le loro figlie non le talìa, nessuno, invece a me, chi passa di qua ci lascia gli occhi. Sarina era bella, nel suo stile. Carnagione acqua e sapone e tutti dicevano:- La vedete Sarina com'è sciacquata! Carmela rassomigliava al padre. Alta e scura, con quei capelli neri, da dietro, pareva un corvo; ma quando si girava ci volevano occhi a guardarla. -Carminè! Aiutami con questi sacchi, li dobbiamo portare al mercato. Erano pieni di fave secche. Li portava da loro un cugino di Sarina, che aveva un pezzetto di terra, fuori le mura delle cattive. E' li che il principe-conte aveva incrociato il suo cammino con quello delle due donne. Nel ricordo di quell'incontro, Carmela conservava un paio di occhi arrossati, dal fumo di tanti sigari, e da una luce, una scintilla di fuoco che a tratti si spegneva, lasciando una scia grigia, per riaccendersi all'improvviso, come una saetta. La marina di Palermo, a quei tempi, non era un luogo sicuro né di giorno, né di notte: spesso, il Naselli, approfittando del suo soggiorno in città, si dava alle scorribande notturne e la percorreva a piedi, confortato da un pugnale, che teneva in una tasca del mantello, all'altezza del petto. Amava il pericolo, gli incontri inattesi, la compagnia di donne di ventura e tutto ciò che può accadere nelle notti senza luna. In una di quelle sere, brillo, cominciò a risalire il Cassaro. La debole luce ad olio, gettava ombre sinistre agli angoli dei palazzzi. Lungo la via Maqueda ebbe la sensazione che qualcuno lo seguisse, così allungò il passo; svoltò a destra in vicolo che, lungo lungo, lo portò vicino la chiesa di San Nicolò, lì si fermò per prendere fiato e guardarsi alle spalle. L'ombra che lo seguiva si fermò anch'essa. Ormai, non aveva dubbi, un malintenzionato era alle sue calcagne. Si infilò in altri vicoli, poi, vide all'internò di una casupola una luce ad almapriatorio Qualcuno all'interno chiese con voce, identica alla luce, chi fosse e che cosa volesse a quell'ora di notte. Il marchese, corto e maloparato, disse chi era ed, anche, che si trovava in grave pericolo. La porta cigolò e si aprì a vanella, lasciando passare un piede e una mano. Carmela non fece in tempo ad affacciarsi alla porta perché il marchese l'aveva richiusa alle sue spalle. Quante volte, la madre le aveva raccomandato di non aprire la porta ,a nessuno, in sua assenza. Capitava di rado che la lasciasse sola, ma quando doveva portare qualcosa al mercato di Porta Carini, lo faceva, a malincuore, ma lo faceva. Che cosa la indusse ad aprire? Forse, l'aver sentito che si trattava di un nobile?

II PARTE

-Chiedo asilo per questa notte, disse il principe-conte, con voce melliflua. Poi, incominciò ad osservare bene la donna che gli stava di fronte: sciolti sulle spalle, i capelli, d'un nero luminoso, sembravano una mantella. Il corpo era avvolto in una camicia, lunga fino ai piedi scalzi. In mano reggeva un lumino, che gettava ombre dorate sulle guance e sul collo. L'espressione incredula le dava un'aria di ingenuità, a tratti infantile. Mosse qualche passo verso il tavolo, dove depose il mozzicone di candela. Poi, spostando una sedia fece un mezzo inchino, invitandolo a sedere. D'un tratto, gli occhi del nobile lampeggiarono: quella era la ragazza che aveva intravisto, sporgendosi dalla carrozza. Quella fortuna, insperata, lo rese, di colpo, di buon umore. Carmela lesse il suo sguardo e disse:- Mia madre sta per arrivare! -Non ve l'ho chiesto- fu la battuta pronta dell'uomo, poi, lasciando cadere il mantello, si accomodò incrociando le gambe. -Il freddo di questa notte mi ha quasi congelato, disse l'uomo, non avreste qualcosa, di forte, da bere? Carmela, rimase perplessa per un attimo; poi, si ricordò che c'era, nella madia, una bottiglia di vino, che la madre aveva ricevuto dal cugino, contadino. La prese e la sollevò, mostrandola al visitatore. Egli fece un cenno con la mano e il bicchiere fu riempito. Parve bene a Carmela, tirare fuori dal forno la guantiera di biscotti, all'aroma di cannella. L'uomo li divorò e bevve tutto il vino; poi, le afferrò una mano e l'attrasse a sé. A nulla valsero le proteste della giovane donna. “Da un essere umano, che cosa ci si può attendere? Lo si colmi di tutti i beni del mondo, lo si sprofondi fino alla radice dei capelli nella felicità, e anche oltre, fin sopra la testa, sì che alla superficie della felicità non salga che qualche bollicina, come sul pelo dell'acqua - gli si diano la tranquillità e di che vivere, al segno che non gli rimanga proprio nient'altro da fare se non dormire, divorare pasticcini e pensare alla sopravvivenza dell'umanità; ebbene, in questo stesso istante, proprio lo stesso essere umano che avete reso felice, da quel bel tipo che è, e unicamente per ingratitudine, e per insultare, vi giocherà un brutto tiro. Egli metterà in gioco persino i pasticcini, e si augurerà la più nociva assurdità, la più dispendiosa sciocchezza, soltanto per aggiungere a questa positiva razionalità un proprio funesto e capriccioso elemento. Egli vorrà conservare le sue stravaganti idee, la sua banale stupidità... » Una serpe, sulla trave del tetto, fu testimone del caso. Ad essa, Carmela, affidò la sua vendetta. ( Il brano, citato, è tratto da: F.Dostoevskij- Memorie dal sottosuolo)

III PARTE

I giorni successivi, al mercato della Briarìa, correvano voci diverse, sul perché Carmela, la figlia del soldato spagnolo, fosse scomparsa dalla vista di tutti. -Ha il virticchio, - sussurravano gli uomini. -No, è il sintòmo, - dicevano le donne, -Le picciotte, a quell'età, smaniano perché hanno bisogno di maritarsi. Certo, la storia di Carmela, strana, era strana: un principe-conte l'avrebbe posseduta, contro il suo volere e lei aveva chiesto l'aiuto di una serpe, per essere vendicata. Ancora ancora, per la serpe, ma, un principe-conte chi l'aveva mai visto! Molti consigliarono di portarla da sant'antonio: un vecchio che praticava, in un ritiro, appena fuori dal mercato. La stanza era illuminata a mala pena. Un'immagine di sant'Antonio sopra un comò, con, accanto, dei lumini accesi, faceva capire che si trattava di un luogo di preghiera. Un uomo in età avanzata, ma, ancora, con lo sguardo vivo, disse alle due donne:- Avete bisogno per la picciotta o per la vecchia?- -Mia figlia,- disse la madre di Carmela, -da qualche giorno, strammìa, e, poi, non mangia e non dorme. I Il santone disse alla giovane di togliersi la mantella, e la fece sedere su una sedia di spago; e lui si mise seduto difronte. Si fece il segno della croce, abbassò la testa e stette, così, assorto, per un po'. Quando si alzò, le pose le mani sulla nuca, e disse- Che i tuoi pensieri, infuschi, ti lasciassero in pace! Quello che ti spera il cuore avverrà. Fidati più degli animali che degli uomini! Carmela si sentì subito bene. Ora sapeva che la serpe avrebbe fatto il suo lavoro. Passò del tempo, come ogni giorno, Carmela, che era rinvigorita, faceva il giro del mercato per comprare lo stretto necessario. Passò, così, vicino al babbaluciaro e vide che aveva la cesta piena di crastoni. -Come sono grossi! Li avete trovati voi?- chiese Carmela. -No, questi vengono da un paese lontano: Comiso Un mio cugino ne ha trovati...., alzava una pietra e ce n'erano una decina, ne alzava un'altra... una quindicina...Così, me li portò per venderli a Palermo. Se lei lo conoscesse, signurina! Cunta cose! Si deve figurare che dice che a Comiso c'è un principe che che quando si avvicina ad una fimmina, subito, una serpe gli si agliòmmira nel collo. E non lo lascia finché non si allontana, dalla fimmina! Io gli ho detto che sono munzignarie, ma lui insiste che è vero. Carmela fece un balzo, in avanti, e cominciò a correre, tanto forte che stava facendo cadere il banchetto del venditore di cubaita e gelato di campagna. Giunse a casa trafelata e raccontò l'accaduto alla madre: insieme decisero che, il lunedì successivo, sarebbero andate a Comiso.

IV PARTE

Madre e figlia, in viaggio verso Comiso, evitavano, quasi, di guardarsi. Carmela era talmente infurniciata che non s'avvide del paesaggio splendido che scorreva sotto i suoi occhi: così, passarono inosservati il platano festaiolo, l'acero dai vari colori, il bosso sempre verde...c'erano anche le edere rampicanti, le viti lussureggianti di pampini...e a loro abbracciati gli olmi e i corbezzoli carichi di bacche.1 Infine, giunsero con l'animo come una lenticchia. L'ampio portone di noce, del palazzo, le inghiottì al suo schiudersi Salirono, lo sa solo dio, un'infinità di scale; attraversarono camere, lunghi corridoi lunghi e sale ampie, e, finalmente, furono introdotte nello studio del principe-conte. Alla vista delle due donne, l'uomo non batté ciglio, facendo loro cenno di sedere. Non ebbero neppure il tempo di pipitiare che furono travolte dagli eventi: una donna, dalla gonna di velluto frusciante, fece il suo ingresso nella sala, da una porta laterale. Si avvicinò all'uomo e gli sfiorò la spalla. Le due donne non le guardò neppure, come se non esistessero. Il principe aggrottò le sopracciglia e lanciò un urlo. Quello che videro fu uno spettacolo spaventoso: una serpe lunga, nera e viscida gli stringeva il collo. La dama cadde svenuta, la madre di Carmela si fece il segno della croce, Carmela si alzò lentamente, si avvicinò al principe, e, con lo sguardo sulla serpe, disse: -Vai! Lascialo libero! D'ora in poi, starò io al suo fianco. La serpe scomparve. L'incantesimo si era spezzato e la vendetta compiuta. L'uomo fece buon viso a cattivo gioco e fissò le date delle nozze, con la ragazza povera di via dei Biscottai, alla Briarìa. Il giorno solenne, in procinto di salire sull'altare le chiese: -Cuanto me amas?, - in omaggio alle origini spagnole della consorte. Questa fu la risposta della donna:-”E fu la notte per noi/ notte profonda sul nostro amore/ e fu la fine per noi/ resta il passato e nulla di più/ ma se dico -non t'amo più sono sicura di non dire il vero...(De Andrè) Poi gli si avvicinò e gli mise a posto il colletto della camicia, rigido per l'appretto.

 



 

 

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