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Il Foglio PDF Stampa Email
Rubriche - I Cunti
Scritto da Sergio d' ulivo   
Domenica 13 Giugno 2010 08:12

Accanto al portone di casa ho trovato un foglio. È a un metro di distanza, più vicino alla mia porta che a quella dei condomini di fronte.

Abito in un appartamento di una città di periferia, al terzo piano di un palazzo con i mattoni a vista. Sul mio pianerottolo vive un’altra famiglia, sono arabi, non so se sono marocchini, tunisini, egiziani.

Lo so perché ho visto un bambino con sua madre, pochi giorni fa, stavano scendendo le scale e non parlavano. Lei aveva un copricapo, non so se uno chador, un hijab, non ho idea di come si chiami. I capelli della donna erano coperti, il viso si vedeva tutto. Il bambino poteva anche essere italiano, solo che era con questa donna, sua madre ho pensato, quindi è evidente che è arabo. Se c’è una donna ci sarà anche un uomo. Padre, madre e almeno un figlio. Io che vivo qui da poco non ne so nulla. Se incontro qualcuno sulle scale, o in ascensore, saluto, accenno un sorriso e taccio. Non sono curioso, forse non mi interessano le altre persone. Comunque non faccio domande, non parlo del tempo, non parlo di niente. Non saprei che cosa dire d’altronde.

 

 

Il foglio che ho trovato è in terra, vicino alla mia porta, non alla loro, a quella degli arabi. Sto rincasando dal lavoro, sono appena uscito dall’ascensore e vedo il foglio. Apro il portone di casa, entro, poso tutto ciò che ho in mano sulla sedia che tengo nell’atrio, poi esco e guardo il portone di fronte a me. Poi mi chino a raccogliere la paginetta. Non è scritta in italiano, è in arabo. Ora sono in piedi e guardo il portone della casa di fronte. Forse qualcuno mi sta guardando dallo spioncino. Indugio qualche secondo in modo che se qualcuno mi sta guardando dallo spioncino del portone di fronte ha il tempo di aprire la porta e di venirmi a dire che questa cosa che ho in mano è sua. Guardo di nuovo il foglio per controllare che sia scritto davvero in arabo. Attendo ancora qualche secondo e poi rientro. Chiudo la porta, ora il foglio è mio.

 

La prima cosa che penso è che forse è un piano segreto per un attacco terroristico. La seconda cosa che penso è che ciò che ho appena pensato mi sembra molto improbabile. I piani terroristici di solito non si scrivono su fogli a righe di terza elementare. Ci sono molte altre ragioni per cui è improbabile che quel foglio in terra di fronte all’ascensore, accanto alla mia porta di casa, al terzo piano di una città di periferia italiana, contenga parte di un progetto per un attacco in stile 11 settembre 2001. A me è venuta in mente questa.

 

La cosa che penso subito dopo è che il foglio appartiene al bambino che ho visto scendere le scale qualche giorno fa, è probabile che l’abbia perso mentre usciva dall’ascensore, o entrava, e che forse sono compiti di scuola, o una brutta copia di un tema, o anche una lista della spesa. Come scrivono la lista della spesa gli arabi? Forse queste persone che condividono con me il pianerottolo dell’appartamento non sono neanche arabi. Se sono iraniani non sono arabi, credo. Controllerò su internet. Però sembrano marocchini, penso mentre mi siedo sul divano e guardo di nuovo il foglio.

 

Non c’è niente che io possa capire. Dovrei riportarlo da dove è venuto. Dovrei alzarmi, uscire sul pianerottolo, suonare alla porta dei vicini arabi e dire a chi apre: buonasera, questo è vostro? L’ho trovato lì. Poi dovrei sorridere, salutare e rientrare in casa.

 

È probabile che stiano cercando il foglio, forse la madre sta sgridando il bambino per aver perso la lista della spesa. O il bambino piange perché aveva finito i compiti ma non li trova più. Quindi ora mi alzerò, suonerò alla porta di fronte e restituirò ciò che non avrei dovuto prendere. Spero solo che non mi abbiano visto mentre lo raccoglievo, altrimenti mi diranno che volevo rubarlo. Mi diranno che sono un impiccione. Beh, ormai ce l’ho io. Se mi dicono qualcosa posso sempre dire che lo avevo preso ma non avevo capito che apparteneva a loro e lo avevo appoggiato in casa senza guardarlo. Allora: prima cercherò di capire che cos’è e poi lo restituirò. Forse è qualcosa di compromettente, magari una lettera d’amore segreta, forse potrebbe scoppiare una rissa in famiglia se il foglio finisce nelle mani sbagliate. Quando si entra nelle famiglie degli altri non si sa mai come comportarsi. Uno crede di far bene e poi succede un pandemonio.

 

Potrei chiedere a qualcuno che conosco di che cosa si tratta. Ma non conosco neanche un arabo. Ora che ci penso non conosco neanche uno straniero. Ne ho conosciuti, ma non ho neanche un amico straniero. Un extracomunitario, voglio dire. Sì, conosco uno svizzero e una americana, ma quelli non contano. Tutti i miei amici sono bianchi occidentali. Neanche uno povero. Tutte cene, teatri, partite di calcio, vacanze con italiani ricchi, più o meno. Dovrei conoscerne qualcuno, mi farebbe bene. Magari qualche bella ragazza somala. Le ragazze somale sono le più belle del mondo e io non ne conosco neanche una. O anche un bambino marocchino. La madre no, se non è presente il padre. Non si sa mai.

 

Ecco, ora vado di là, porto il foglio perduto, scopro che tutta la famiglia lo stava cercando da ore in ogni angolo della casa e che sono felicissimi del ritrovamento, si trattava di appunti importantissimi per loro, così mi accolgono con grandi sorrisi e abbracci, mi fanno entrare in casa loro, io mi mostro restio, loro mi costringono a entrare, a sedermi, a prendere un the, è così che si fa nel loro Paese, io divento rosso ma alla fine accetto e tutta la famiglia fa festa all’ospite, e conosco non solo la madre e il figlio, ma anche il padre, la nonna, i cugini, quanta gente vive in questa casa!

 

Mah. Anche questo credo che sia improbabile.

 

Apro il congelatore e guardo dentro. C’è un sacchetto con del merluzzo e un altro con i piselli, pertanto la cena di stasera sarà merluzzo con piselli. Sciacquo il pesce e metto sul fuoco i piselli. Penso a che cosa mangeranno di là i marocchini. Couscous? Non so che cos’altro mangino gli arabi. Forse la mamma è stata tutto il pomeriggio a preparare la cena. Ho letto una volta che da qualche parte le donne si alzano alle cinque di mattina per preparare il pranzo. La mia cena è pronta in quindici minuti e in dieci ho già finito. Dovrei mangiare più lento, ma quando sono solo non riesco a masticare il cibo.

 

Il foglio ora è sul tavolo e mentre sbuccio una mela provo a guardarlo per capire se posso scoprire qualcosa. Forse con internet, con un copia e incolla dai simboli di word. Posso provare, ma credo che sia impossibile. Bisogna che lo chieda a qualcuno.

 

Sento un rumore là fuori, è l’ascensore che è in funzione. Di solito non me ne accorgo neanche, ora mi precipito al portone a guardare allo spioncino. Resto in attesa un paio di minuti. Non arriva nessuno.

 

Torno in cucina, finisco la mela e lavo i piatti.

 

Ora sono in salotto, sul divano, e ho in mano il foglio. Guardo sempre il telegiornale dopo aver mangiato, ma stasera ho deciso di leggere. La televisione coprirebbe i rumori di fuori, se leggo un libro posso sentire se viene azionato l’ascensore.

 

Per tre volte mi alzo e vado a guardare sul pianerottolo. Forse sono pazzo. Non dovrei passare una serata intera in attesa di vedere qualcuno dallo spioncino. Sono già le nove e non sono ancora rientrati. Magari mangiano fuori. O forse sono già tutti in casa da un bel pezzo. Che cosa fanno gli arabi in famiglia? Guardano la televisione anche loro o parlano tutta la sera? Magari le loro cene durano tre ore e quando hanno finito vanno a letto.

 

Sento di nuovo l’ascensore che si mette in moto così, mentre continuo a leggere, piano piano vado alla porta. Guardo dallo spioncino, aspetto pochi secondi e la porta dell’ascensore si apre. Sono loro, penso. Corro in salotto a riprendere il foglio, lascio il libro e in pochi secondi sono alla porta di nuovo. Guardo. Stanno uscendo dall’ascensore. La donna è sempre con il velo che le copre i capelli. Quanti anni avrà? Trenta, quaranta? Chissà se è bella. Non so mai se una donna araba è bella. Forse se non fossero coperte non mi sembrerebbero affascinanti, con quei copricapo rimango sempre nel dubbio. I ragazzini sono due, ce n’è anche uno più piccolo, avrà tre o quattr’anni. Sembra che si dicano qualcosa. Il ragazzino più grande ha un’aria intelligente, mi sembra un bravo bambino. È ciò che immagino io. Non cercano niente, nessuno guarda in terra per vedere se c’è un foglio a righe di terza elementare con scritte in arabo. Forse dovrei aprire la porta, guardarli, salutare, abbozzare un sorriso e dare il foglio al ragazzino grande. Guardo il foglio, guardo nel foro della porta. Sembra che parlino a bassa voce. Il padre ha una barba folta e il viso serio. Vorrei parlare con loro. Come si chiameranno? Appoggio la mano sulla maniglia della porta, di nuovo guardo il foglio e subito rimetto l’occhio dentro lo spioncino. Vorrei che sorridessero. Se il padre farà una carezza al bambino piccolo o uno scherzetto a quello grande, se rideranno per una battuta che io non capirò, aprirò la porta e correrò verso di loro, e mostrerò il foglio scritto in arabo e sorriderò con tutti i denti, e parlerò a lungo con loro, sono pronto, aspetto solo che si mettano a scherzare tra loro, aspetto solo di vedere i denti dei bambini o della mamma, o anche del padre, ho una mano sulla maniglia della porta e con l’altra tengo il foglio del ragazzino, è suo e glielo riporterò. La loro porta è già aperta, ora non si dicono più niente e neanche si guardano, tra pochi secondi saranno dentro, il mio collo si irrigidisce guardando nello spioncino e la mano rimane ferma sulla maniglia, tutti e quattro i miei vicini sono dentro casa, e io sono ancora dentro, sono dietro la mia porta con il foglio in mano, vedo solo la madre che guarda nel vuoto, la vedo bella, ora mi sembra bella, e la guardo mentre chiude la porta di casa sua, e io sono qui, da solo, con la mano sulla maniglia e il foglio in mano scritto in arabo.

 

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