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I due Pavoni PDF Stampa Email
Rubriche - I Cunti
Scritto da GIORGIO GERACI   
Giovedì 13 Ottobre 2011 16:54

pavoniNon era un sogno quello che mi tornava alla mente quel giorno. Ero lì, con mio padre, mia sorella ed il mio fratellino, che pranzavamo in una vecchia masseria al centro della Sicilia.

C'era una grande stanza, con le pareti grezze ma imbiancate da poco, un lungo tavolo sgangherato con circa venti coperti e delle lampade che, legate ad un filo elettrico, scendevano fin sul tavolo a rischiarare il cibo. Poche aperture ai muri, solo un grande portone e due finestrelle in alto. Fui colpito subito dalla penombra e dal forte odore di urina e fieno. Non potevo rendermi conto di che luogo fosse quello, ma ne rimasi affascinato non poco. In città una casa così non c'era.

Non avrebbe potuto esserci perché quella era la stanza attigua alla stalla.

Fu chiaro poco dopo quando, da una apertura laterale piccola e chiusa da una tendina, sbucò fuori una vecchia donna con un recipiente di metallo ricolmo di latte appena munto, caldo ed ancora fumante. Il loro modo di parlare era strettamente dialettale ed incomprensibile per noi che venivamo dalla "capitale". Era un misto di spagnolo – francese - siciliano, con una ritmicità che colpiva dritto l'anima. Formaggio, salami, prosciutti, carciofi, pomodori freschi e secchi sott'olio, pane caldo ed a grandi forme appena sfornato "per Lei e per i suoi figli Ingegnere", vino in grandi bott glie scure, olive ricotta. Ogni angolo della tavola era ricolma di ogni ben di Dio e poi frutta, limoni, biscotti ripieni di frutta secca, mandarini, mele, pere e chissà quanto di altro la mia memoria non riesce a riprodurre.

Fuori era una giornata bella, d'autunno. Emanava per l'aria un forte profumo di terra, come di terra appena bagnata. Tutto intorno animali che vagavano liberi. Galline di diverse razze, cani che le inseguivano per gioco, capre e pecore, un asino, una coppia di cavalli e, fiore all'occhiello di questa fattoria, una bellissima coppia di pavoni! Per molto tempo erano stati soltanto abitanti della mia fantasia , per la prima volta mi si presentavano in tutto il loro reale splendore, con la loro superba ruota ed i fantasmagorici colori.

Che grande emozione!

Ero grato a mio padre per avermi dato la possibilità di appagare la mia voglia di conoscere.

Con lui questo era possibile, non era proibito avere curiosità.

Non era proibito andare in giro per conoscere, non era proibito mangiare quello che veniva offerto, perché, anzi, era buona educazione in quei contesti, accettare e non mostrarsi "schifiltosi".

Con mio padre andavamo in giro per le campagne della nostra Sicilia, lui per lavoro noi per diletto, e con lui andavamo incontro alla natura e bisognava soltanto lasciarla entrare.

Con mio padre si andava in giro per la Sicilia dentro una macchina nera, con lo stemma dello stato attaccato al parabrezza e tutti ci/lo riverivano.

Era importante mio padre. Per me!

Partiva per lavoro molto spesso e, quando si poteva, io ero lì, pronto a partire con lui e con il fido signor Spatola, l'autista del suo ufficio, con la 1100 Fiat nera con i sedili in pelle rossa ed il cambio al volante.

Ero sempre pronto ad andare incontro a lunghi viaggi esplorativi, in mondi per me sconosciuti, ma che loro due mostravano di conoscere molto bene, come le loro tasche.

"La curva dopo quel rettilineo che vedi in fondo nasconde un abbeveratoio, tra un po' ci fermiamo".

Spesso era estate , e faceva un gran caldo, ma noi, come i contadini, avevamo una bottiglia avvolta dentro un sacco di iuta per mantenere l'acqua fresca, e ad ogni "rifornimento" la cambiavamo per averla sempre fresca.

Il rifornimento d'acqua, in queste zone della Sicilia, erano dei solenni abbeveratoi, con acqua fresca sia per gli animali che per gli uomini, delle vere e proprie oasi nel deserto.

Era lì che si incontravano mandriani e contadini che bagnavano le loro coppole sudate o caricavano acqua su grossi recipienti posti ai fianchi dei loro muli.

Molti anni dopo, le stesse scene, le vidi in giro per le oasi della Tunisia, dove il mulo era sostituito dal cammello, le scenografie erano diverse, ma quelle facce erano inspiegabilmente le stesse!

Io non ero lì con mio padre, né con il suo autista, né con mia sorella né con mio fratello, ma solo con i miei amici e con me che ero ad un tempo esploratore ed autista di me stesso.

La voglia di conoscere, di esplorare, quella curiosità che non sentivo inibita da mio padre continuava a guidarmi verso altre Sicilie, verso altri mondi.

Cercare, conoscere, vedere, riempire la sacca della mia curiosità era rimasta intattamente fanciulla in me e continuavo a volerla riempire.

Ma non solo di elementi geografici.

Faccio lo psichiatra.

 

 

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