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La lunga notte / 4 PDF Stampa Email
Rubriche - I Cunti
Scritto da Nino Papa, Roberto Giuffrè, Benedetto Casto, Pietro Zichichi, Salvatore Bonfiglio, Maurizio Savoia   
Domenica 13 Giugno 2010 17:39

Racconto breve di: Nino Papa, Roberto Giuffrè, Benedetto Casto, Pietro Zichichi,
Salvatore Bonfiglio, Maurizio Savoia.
Coordinamento di: Pina Parrinello. Supervisione di: Giorgio Geraci.
Collaborazione di: Renzo Porcelli

Prefazione
Notte_1Sei persone del Centro Diurno Psichiatrico “Tempo di Volare” della ASL 9 di Trapani , Antonino, Benedetto, Maurizio, Pietro, Roberto, Salvatore, riunite con la volontà di iniziare un racconto, hanno affrontato un “dramma esistenziale”.
Roberto ha scelto come filo conduttore, della storia, il “morire e rinascere”, e da questo punto di partenza si è creato il personaggio principale: Filippo.

 
E’ con lui che, attraverso rappresentazioni immaginarie di una certa realistica credibilità, si è riusciti a realizzare il racconto: ”La lunga notte”.
Il lavoro è iniziato nel febbraio del 2005, a distanza di qualche mese dalla scomparsa di un nostro utente, Pino e, forse, non è venuta a caso la scelta della trama da elaborare ( un vero e proprio percorso elaborativo di tipo psicodinamico).
Dentro ognuno dei partecipanti al “Laboratorio di Costruzioni Storie”, da anni ormai “artisti per caso”, nonostante l’apparente e tranquilla continuità della vita di ogni giorno, gli scherzi, le risate, i litigi, c’era qualcosa che aveva voglia di venire fuori.
E fuori è venuto, lentamente, con i ritmi naturali, senza l’assillo di una scadenza (per la pubblicazione s’intende!), con il peso evidente di una sofferenza che non permetteva, in particolari momenti, di proseguire nella narrazione, di proseguire nel racconto di se stessi e del loro dolore.
Gli autori, alla fine, sono riusciti così ad esternare, incosciamente, le loro aspettative di vita, le loro delusioni, le speranze ed anche gli eventi dolorosi.
Hanno trovato anche “la soluzione”, la “cura”, che li avrebbe portati a guardare al futuro con serenità pur conservando la memoria della sofferenza.
Il “sapere dei folli” è rimasto per molti anni confinato in quelle strutture segreganti, passivizzanti, infantilizzanti, annichilenti che erano i manicomi.
Oggi, questo nuovo racconto scritto a più mani dagli utenti del centro diurno “Tempo di Volare” rappresenta la possibilità di condividere quel sapere.
Una delle avvertenze con cui abbiamo voluto accompagnare il lettore dentro al racconto recita così: “ Si consiglia la lettura di questo racconto (ma anche degli altri due) a persone sensibili. Se non siete disposti ad emozionarvi, fate attenzione, rischiate di non potere entrare in sintonia con quanto è stato espresso dagli autori”.
Pina Parrinello – infermiera
Giorgio Geraci – psichiatra responsabile
Trapani li: 29 maggio 2007


Il racconto

A Roccaserena, un paese di montagna, giravano delle strane storie sulla fine del mondo.
C’era chi asseriva che la terra sarebbe sprofondata e che le persone, gli animali, e tutto quanto l’esistente, sarebbe stato inghiottito e bruciato nelle viscere della terra.
Altri dicevano che al calar della sera, nell’oscurità, si sarebbero materializzate delle ombre ed alcune figure disumane, entrando nelle case della gente, le avrebbero divorate.
Altre voci, arrivate da un paese vicino, dicevano che… si sarebbe avvicinata una stella , che avrebbe emesso una grande luce e si sarebbe vista anche di giorno.
La stella avrebbe avuto le dimensioni di un piccolo sole, avrebbe emanato una luce bianca tale da illuminare la notte come se fosse giorno.
Il suo calore sarebbe stato tale da riscaldare la terra in maniera insopportabile sino a bruciarla.
Alcuni pensavano di potersi salvare prendendo la via del mare navigando su grossi barconi.
Ma c’era chi diceva che la fine del mondo sarebbe arrivata anche in mezzo al mare poiché… si sarebbero formate delle onde gigantesche che avrebbero travolto tutto.
La terra sarebbe stata coperta da onde alte tali da arrivare fino al cielo.
Non ci sarebbe stato scampo per niente e per nessuno, non ci sarebbe stata via di salvezza.
Filippo, il falegname del paese, un uomo di quasi trent’anni, dal mese di ottobre lavorava pochissimo, soltanto qualche riparazione.
Nessuno più gli ordinava panche, tavoli, cassapanche e quant’altro potesse servire nelle case.
Sembrava che non ci fosse più necessità del suo lavoro.
La paura della morte distoglieva la mente dai progetti per il futuro.
A cosa sarebbe servito lavorare tanto se fosse bastato il poco per sfamarsi?
La gente si riuniva spesso a pregare in attesa della prevista imminente fine del mondo, doveva pensare alla salvezza dell’anima, almeno quella l’avrebbero potuto salvare.
Correva il 999 dell’anno del Signore.
Nel mese di dicembre, il giorno del Santo Natale, anzichè far festa per la ricorrenza della nascita del Bambino Gesù, digiunarono, sia per penitenza che per scarsità di provviste.
L’attività predominante era diventata la preghiera e la penitenza, ora che sembravano essere arrivati gli ultimi giorni.
La mattina del 31 dicembre Filippo, dopo la veglia, uscì dalla chiesa e andò nella sua bottega che utilizzava anche come casa.
Si chiuse dentro e passò tutta la giornata da solo a pensare come fare per potersi salvare.
Sperava in cuor suo che qualcuno potesse rimanere vivo e si augurava di potere essere lui l’unico od uno dei pochi ad essere miracolati.
Teneva custodito in qualche angolo della dimora un libro avuto in regalo da un religioso in cambio delle sue opere; lo cercò affannosamente fin quando lo trovò in un vecchio cassetto pieno di polvere e ragnatele.
Lo spolverò con le mani e si accorse del disegno dorato raffigurante una croce che campeggiava sulla nera copertina.
Cominciò a sfogliarlo, era scritto in latino.

 

 Continua (1)

La mattina del 31 dicembre Filippo, dopo la veglia, uscì dalla chiesa e andò nella sua bottega che utilizzava anche come casa. Si chiuse dentro e passò tutta la giornata da solo a pensare come fare per potersi salvare. Sperava in cuor suo che qualcuno potesse rimanere vivo e si augurava di potere essere lui l’unico od uno dei pochi ad essere miracolati. Teneva custodito in qualche angolo della dimora un libro avuto in regalo da un religioso in cambio delle sue opere; lo cercò affannosamente fin quando lo trovò in un vecchio cassetto pieno di polvere e ragnatele. Lo spolverò con le mani e si accorse del disegno dorato raffigurante una croce che campeggiava sulla nera copertina. Cominciò a sfogliarlo, era scritto in latino. Lui sapeva leggere quel poco che gli permetteva di capire qualche parola, ma non il significato della sacra scrittura. In alcune pagine erano raffigurati sacrifici e martirii di religiosi santificati in seguito dalla chiesa che lui interpretò come segni di salvezza. Era molto stanco e confuso essendo digiuno fin dal giorno precedente. Ad un tratto gli sembrò di perdere i sensi, aprì la porta e si affacciò per prendere una boccata d’aria. Faceva molto freddo e nevicava, rientrò, richiuse bene la porta ma si sentiva ancora male, vedeva girare tutto, non arrivò neanche al suo letto, fece appena in tempo ad avvicinarsi al tavolo da lavoro e vi si distese sopra. Non capì più niente, e cadde in un sonno profondo. Fuori una processione girava per le vie del paese guidata da un uomo molto alto che reggeva tra le mani una croce di legno massiccio, le donne portavano rami di ulivo, mentre ai lati del corteo i ragazzi con le fiaccole illuminavano il percorso. Si dirigevano verso la Rocca Sacra, il luogo dove erano soliti andare a pregare nei momenti di difficoltà. Al ritorno si riunirono tutti nella chiesa del paese. Era gremitissima di donne e bambini e si notavano degli uomini molto robusti, con braccia nerborute e possenti che mai avevano partecipato ad una messa. Ora erano lì a pregare anche loro, come se si sentissero indifesi. Anche essi, spaventati, avevano preso coscienza dell’imminente passaggio nell’aldilà. Ed intanto fiocchi di neve leggera cadevano lentamente e tutto il paese si trovò sotto un manto candido. Filippo si svegliò dopo un lungo sonno e si sentiva finalmente ben riposato. Uscì e stranamente non trovò tracce della neve che si aspettava di vedere. Si guardò attorno e vide persone sconosciute. Continuò a scrutare i visi della gente in cerca di qualche conoscente, ma nulla! Chiese allora notizie di mastro Leonardo, il vecchio falegname del paese che gli aveva insegnato a lavorare, ma gli risposero che non lo conoscevano. Continuando a camminare per le vie di Roccaserena, si avvicinò ad un gruppo di bambini che giocavano con le pietre, li guardò attentamente per vedere se ne conosceva qualcuno, ma loro, vedendosi osservati da uno sconosciuto, scapparono spaventati ed altre persone si allontanarono man mano che lui si avvicinava perché si sentivano guardati in modo strano. Lui pensò: “o sto sognando, oppure…oppure questo è un paese simile al mio” e non riusciva a capire come mai fosse capitato lì. Gli venne in mente di andare in chiesa per parlare con il parroco e raccontargli delle cose strane che gli stavano accadendo. Arrivato in chiesa e non trovando il parroco, chiese di frate Pio ma nessuno lo conosceva. Diventava sempre più inquieto e, seduto su una panca, si disperava per quello che gli stava accadendo e pensava di essere uscito fuor di senno. Parlò con un certo Frate Andrea, gli raccontò quello che stava accadendo, che le persone lo evitavano e chiedeva la benedizione. Frate Andrea capì, ma non aveva i poteri per scacciare quel male, lo ascoltò e lo benedì. Filippo non si dava pace, e chiedeva continuamente spiegazioni: “ Perché, padre, se siamo ancora sulla terra il mondo in una sola notte è così cambiato o…o…o questo è il Paradiso? E poi perché tutti gli altri si conoscono tra di loro ed io sono l’unico estraneo? E poi un’altra cosa strana: ieri sera ha cominciato a nevicare ed oggi la terra è asciutta. C’è da impazzire, solo per me è avvenuta così la fine del mondo?” Frate Andrea cercò di consolarlo, dicendogli che quest’anno non era ancora nevicato, e che probabilmente la neve l’aveva vista in sogno. “ No, Padre, ci sono troppe cose strane. Ieri eravamo preoccupati per la fine del mondo ed ora invece tutto è stranamente tranquillo, nessuno ne parla più. Non sarebbe più opportuno che tutti stessero a pregare per la grazia che abbiamo ricevuto? Chi se lo sarebbe aspettato: tutti miracolati!” Rispose il Frate “Ma figliolo, siamo nel 1100 dell’anno del Signore, quello che si diceva doveva accadere, non è più accaduto, ma questo cento anni fa! Non pensare più a queste cose.” Filippo, all’ascolto di quelle parole rimase quasi paralizzato, ora gli era tutto chiaro, si trovava in mezzo ai diavoli! Confuso uscì dalla chiesa senza salutare e senza farsi il segno della croce. Gli pareva di sentire delle voci che gli sussurravano:”… siamo nel 1100, siamo nel 1100…” ed altre parole strane che lui non riusciva a capire. Era come se non avesse più un suo pensiero.

Le persone al suo passare si allontanavano e lo guardavano in modo strano, quando entrò nella sua casa.

Quella era chiamata "la casa maledetta" per via di rumori strani che da essa provenivano durante la notte.

Nessuno osava entrarvi anche se era disabitata, o almeno si credeva così in paese.

Entrò nella sua falegnameria e pensava alle parole che gli aveva detto il frate.

Stanco si stese sul suo pagliericcio a pensare, ma la fame lo costrinse di nuovo ad uscire per procurarsi qualcosa da mangiare.

Portò con sé qualche moneta, ma al momento di pagare gli fecero notare che aveva delle monete antiche non più in uso.

Pensò che tutti lo stessero prendendo in giro, e nella sua mente andava sempre più affermandosi l'idea che si trovava in mezzo ai diavoli, ma non riusciva ad adattarsi a questa riflessione.

Non gli rimaneva che andarsene.

Si diresse verso Piana di Monfort, il suo paese natale, distante circa un centinaio di chilometri, alla ricerca dei suoi parenti.

Girando per quei luoghi si stupiva come durante la sua assenza il paese fosse cambiato.

Rimase sbalordito e cominciò a pensare che, effettivamente, non si trovava più nell'anno mille.

Sconvolto chiese notizie dei suoi parenti, andò in cerca di volti conosciuti e gli sembrò di trovare delle somiglianze familiari in una persona incontrata per le vie del paese.

Intrattenendosi a parlare con questo probabile parente si convinse davvero che era trascorso un periodo notevole da quando si era addormentato.

Non gli rimaneva che accettare con rassegnazione questo stato di cose pensando che tutto fosse opera dei suoi avi che avevano voluto farlo dormire profondamente per salvarlo da un pericolo grave quale la fine del mondo.

Forse che le sue fervide preghiere avevano ricevuto la meritata risposta dal Cielo?

In ogni caso qualcosa di molto misterioso era avvenuto.

Rimase a Piana di Monfort, non gli conveniva più tornare a Roccaserena, lì lo guardavano con sospetto.

La prima cosa che fece fu quella di cercare lavoro presso un falegname.

Ma non fu facile.

Lui ormai era uno straniero e non ispirava fiducia.

Dopo poco tempo, però, facendo conoscenza con il proprietario di un'osteria fu indirizzato, dallo stesso, presso un falegname suo conoscente.

"Rivolgiti a Tommaso De' Nardi, digli che ti manda Giovanni l'oste".

Filippo così fece ed iniziò a lavorare subito.

Eseguiva alla lettera gli ordini del padrone ed anche di più, completava i lavori a regola d'arte, i clienti volevano sempre più i lavori eseguiti da lui ed anche la paga gli fu ben presto aumentata.

Passarono i giorni, passarono i mesi, finchè arrivò il momento che, a malincuore, disse al datore di lavoro che sarebbe stato suo desiderio lavorare autonomamente come scultore.

Aveva scoperto un talento che non sapeva di avere, sentiva dentro di sé di potere eseguire lavori diversi da come aveva imparato.

Si appassionò tanto a questa nuova attività e si trovò sempre più occupato in lavori talmente impegnativi che lo portarono a produrre persino statue sacre per le chiese.

Dalle sue mani uscivano oggetti di valore che finirono per arredare molte case nobiliari non solo di Piana di Monfort ma anche del circondario.

Andava tutto bene, e, risparmiando, riuscì a mettere da parte una cospicua somma di denaro.

Aveva conosciuto una fanciulla molto bella, figlia di un ricco commerciante e pensava così di poterla sposare.

La ragazza aveva molti pretendenti, tutti benestanti.

Filippo le era simpatico, ma lei aspirava ad avere un marito molto ricco.

Non aveva molte speranze e lei, alla fine, gli fece capire che non poteva esserci posto nel suo cuore.

Deluso ed amareggiato si allontanò dal paese, in vista delle nozze della donna amata e vagando senza una meta, in preda alla rabbia, non si accorse che si fece buio.

Non trovava più la strada del ritorno e più camminava più si perdeva non riuscendo ad orientarsi per quei sentieri.

Era pieno inverno, faceva freddo, si rifugiò così in una grotta e lì si addormentò.

Si svegliò molto presto, era ancora buio.

Pensava a cosa gli stava accadendo, all'amore non corrisposto, alla grandissima delusione d'amore che stava vivendo, al matrimonio della sua amata con un altro...

Cominciava tra questi pensieri a farsi giorno e Filippo, incamminandosi per un sentiero, giunse finalmente in vista del paese.

Da lontano vedeva tanta gente, sentiva il rullio dei tamburi, immaginava che la sua amata stesse per sposarsi e che tutto il paese fosse in festa.

Amareggiato prese una decisione, giurò a se stesso che non avrebbe mai più messo piede al suo paese e che sarebbe andato lontano da quei luoghi e da quelle persone che potevano fargliela ricordare.

Non lo spaventava ricominciare da zero, aveva provato di peggio.

Giorgio Geragi(continua/3)

La lunga notte

Raggiunse ben presto un altro paese, ed anche lì trovò pressappoco la stessa situazione: tanta gente che accorreva ad ascoltare dei banditori che con alti rullii di tamburo giravano per le vie del paese ed invogliavano la popolazione ad andare in Terra Santa per difendere la religione cristiana contro i mussulmani.

Malinconico e triste si avvicinò a quel gruppo di persone e prendendo la palla al balzo chiese:

" Signori, cosa posso fare per aggregarmi a voi in questo sacro pellegrinaggio? "

" Per una santa missione cristiana abbiamo bisogno di giovani forti, volenterosi, che sappiano affrontare tutto ciò che avverrà. Preparatevi dunque a partire fra tre giorni per Castel del Forte, lì imparerete l'arte delle armi. Dopo le esercitazioni avrete il privilegio di entrare a far parte del glorioso esercito dei Crociati. Intanto apponete la vostra firma oppure una croce su questa pergamena."

Apprestandosi a firmare Filippo osservò la data di quel documento e rimase gravemente perplesso:

1 gennaio 1200 dell'anno del Signore!

Tra se e sé pensò di non avere visto bene la data.

Trascorse due giorni al paese di Torretta, ed il terzo si presentò per partire.

C'erano donne che abbracciavano i propri cari, tanta confusione e tanta eccitazione nei giovani che ardevano nell'animo per la voglia di partire.

Finalmente un rullio di tamburo impose il silenzio: era arrivata l'ora della chiamata.

Il banditore con voce autoritaria cominciò a chiamare i giovani che erano stati arruolati.

" Il giorno 4 di gennaio dell'anno 1200 del Signore, i valorosi uomini di fede che saranno di seguito nominati, potranno seguire il cavaliere che vi condurrà a Castel del Forte e li imparerete ad usare le armi per difendere, in nome di Dio, la nostra religione. Che il Signore vi assista!"

Filippo, smarrito, si rese conto che se non stava ancora sognando, stava invece vivendo un'altra nuova realtà come già gli era successo.

Cominciò a farsi le solite domande cioè se la realtà che stava vivendo fosse vera, se per caso non capitasse anche ad altri quello che stava accadendo a lui, se avesse potuto rivedere il suo amore...e chissà...

Perso dietro questi pensieri provò a chiedere, ai suoi compagni di viaggio, con dovuta cautela e scherzando:" Compagni, ma in che mondo siamo, a me sembra di vivere un sogno! "

Dapprima gli altri lo presero come un gioco e ci scherzavano su pensando di avere a che fare con un mattacchione al quale l'euforia dell'avventura gli aveva dato alla testa: "Ma dove sei stato tu fino ad ora? Da dove vieni, nel tuo paese sono tutti strani come te?"

Filippo capì così che doveva rinunciare a fare altre domande, e si unì allo scherzo per paura di essere preso per matto.

Dopo una lunga marcia, durata tre giorni, arrivarono a destinazione e, stanchi per il lungo viaggio, poterono finalmente riposare pensando che già all'alba del giorno successivo li avrebbe attesi un lungo e faticoso addestramento.

Filippo, seppure stanchissimo, non riuscì a chiudere occhio per tutta la notte.

Almeno così gli parve.

Era eccitato dall'idea di indossare la corazza da crociato.

Ad un forte squillo di tromba, ed al grido di un vecchio crociato balzò dal suo giaciglio e si apprestò ad eseguire gli ordini assieme agli altri.

Furono condotti in una grande radura e lì messi in riga.

Dopo una breve attesa arrivò il comandante che diede loro il benvenuto ed un plauso per la scelta che avevano fatto affidandoli subito dopo ai rispettivi addestratori.

Fu in quel momento che iniziò la delusione, perché lui, assieme agli ultimi arrivati, fu condotto nelle scuderie a pulire stalla, cavalli ed a governare tutti gli animali da fattoria che sarebbero serviti per il loro sostentamento.

Per un paio di mesi la sua vita non fu altro che questo ed altri umili lavori quali prendere l'acqua dal pozzo, preparare la legna per cucinare, pulire e sempre sgobbare senza mai discutere un ordine.

Aveva immaginato una vita diversa, che sarebbe diventato molto presto un cavaliere crociato, ed invece era soltanto un semplice tuttofare.

Con l'arrivo di altri giovani, anche loro inesperti come lui, ebbe la possibilità di fare finalmente un passo avanti.

Con altri compagni passò nell'armeria e lì cominciò a conoscere la vera vita di un soldato.

Il suo ruolo era quello di lucidare ed ordinare le lance, affilare le spade, curare le armi ed aiutare i cavalieri ad indossare le pesanti corazze.

Adesso era sicuramente più contento perché cosciente che avrebbe ben presto iniziato l'addestramento e che il giorno che sarebbe diventato cavaliere non avrebbe tardato a venire.

Trascorsero così parecchi mesi.

Quando fu finito il periodo di addestramento, per dimostrare l'abilità raggiunta, con i suoi compagni si trovò a partecipare ad un torneo.

Ai migliori sarebbe stato affidato un esercito.

Una moltitudine di persone accorse dai paesi vicini per ammirare la bravura dei cavalieri nel destreggiarsi con le armi.

La folla incitava, urlava, acclamava, sembrava come impazzita per l'avvenimento.

Filippo fu uno dei pochi a terminare vittorioso il torneo, ed esausto, preferì allontanarsi da tutto quel trambusto.

Si avviò verso un ruscello e si riposò sotto un albero dove per lo sfinimento finì per appisolarsi.

Al risveglio si accorse che era già buio.

Cercò il suo cavallo e non trovandolo si apprestò a ritornare al campo.

Dopo avere camminato un po' si smarrì e continuando a vagare, guidato dal chiarore della luna, trovò rifugio in una vecchia cascina abbandonata .

Decise di trascorrere lì la notte.

Alle prime luci dell'alba si svegliò ed il primo pensiero fu il timore di non sapere dove si trovasse.

Si ricordò che il giorno prima era il 31 dicembre e che per ben due volte si era ripetuta la stessa cosa cioè ritrovarsi in un tempo diverso da quello vissuto il giorno precedente.

Sentiva di essere entrato in un circolo vizioso dal quale credeva ormai fosse difficile uscire e non si rassegnava al pensiero che questo viaggio verso l'ignoto dovesse durare ancora.

Aveva la sensazione che il fato lo avesse avvolto in una misura estatica tale da catapultarlo in un futuro incerto e misterioso.

Aveva bisogno di verificare se ciò fosse vero. Nel doloroso dubbio di essere nuovamente considerato estraneo dai suoi concittadini, si allontanò da Monfort per evitare gli stessi errori accaduti nel passato ed essere scambiato per un folle.

Si diresse, quindi, fuori dal paese, verso un vecchio convento di frati cappuccini circondato da una zona collinare ricca di vegetazione.

Lì certamente si sarebbe trovato in una condizione di maggior sicurezza e tranquillità spirituale e senza l'assillo di dover porre domande inconsuete avrebbe capito la vera realtà dei fatti.

Bussò al portone del convento ed aprì un frate: Benvenuto nella casa della misericordia, di cosa hai bisogno, fratello?"

"Sono un povero pellegrino stanco ed affamato, chiedo ospitalità in cambio di umili servizi."

continua (4)


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