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Recensione Marina Di Giorgi a "deserto giorno" di Nicola Grato

 

desrto giorno

Nicola Grato: siciliano, insegnante, 33 anni, segni particolari: poeta. Si sbaglia chi lo immagina trascorrere le giornate curvo su un foglio, intento a elargire versi a un pubblico ristretto di cultori dal palato fine. Grato, infatti, affianca la passione poetica, coltivata come risposta a un’urgenza impellente fin dall’adolescenza e maturata, nel tempo, attraverso un’assidua familiarità con la lettura degli autori più vari, all’attività di educatore e di animatore di una delle realtà più vive del teatro sperimentale nostrano, il “Teatro del Baglio”, a Villafrati, che da anni offre autentiche perle nel cuore dell’entroterra siculo, lontane da logiche commerciali.
“Deserto giorno” è, dunque, il frutto ultimo della profonda tensione conoscitiva che anima l’autore: non a caso il titolo, come “ossimoro permanente” di montaliana memoria, allusivo alle contraddizioni dell’esistere, offre la chiave di lettura a un’operazione di scrittura ardita, che torna e ritorna con passione sulla parola poetica, scavata, evocata dal fondo dell’anima, intenta ad afferrare il senso-non senso ultimo delle cose, a tentare di riprodurle, attraverso un faticoso “labor limae”, nella loro scabra nudità e livida durezza. Una poesia vivacizzata da un forte cromatismo e da un potente senso pittorico, che, senza essere immaginifica e senza alcuna deviazione simbolistica, vive di “immagines”, cogliendovi il grado massimo di espressione. I suoi versi hanno il sapore salmastro di acqua ricercata e mai attinta, “acqua dolce acqua amara che fugge che crolla che s’ingrotta come striscia di serpe”, che sanno di ori preziosi, ma anche di fango e di polvere, di bagliori istantanei come di tenebre profonde. Immagini che richiamano la vita del nomade che, non potendo spiegare le vele verso un mare che “risuona di promisioni”, ma è “dirotto nel pianto”, si incammina nella pazienza del patire quotidiano, nell’osservazione di un paesaggio arso e inaridito in cui si colgono relitti di vita larvale, che esistono e resistono, come gli insetti che popolano il deserto-giorno, e in cui la luna, non più romantica consolazione, è essa stessa “relitto lunare”. Ma anche quella del mistico, che, nel contatto con la creaturalità, nella “razzumaglia di voci”, percepisce sulla pelle una intima spiritualità, intrisa di silenzi, sullo sfondo di una Sicilia colta nel suo tragico fascino, amata e sognata come sposa infedele, come “lembo d’oltre-mare”, tra sincopate sospensioni e cantilenanti nenie dell’anima di straordinaria intensità ritmica, offrendoci note di vibrante poesia.


Marina Di Giorgi