giovedì 6 maggio 2010

I 150 anni dell’Unità…aspettando il nuovo Risorgimento.


Lo stivale spegne 150 candeline. Si potrebbero scrivere tante cose: che ce ne vuole d'ignoranza per non capire il senso della grande epopea di volontariato e giovanilismo che partiva proprio 150 anni fa con l'avvio della spedizione garibaldina delle camicie rosse…che prima di riscrivere la storia bisognerebbe prima studiarla…perché questa festa è una cosa seria, ed è giusto che una nazione si ritrovi unita a celebrare la propria storia, il proprio presente e il proprio futuro. I propri miti. E i propri eroi. Ma si potrebbe anche scrivere che il Risorgimento in versione edulcorata serve al triste tentativo di far dimenticare che i piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto. Ma tante volte, per anni. E cancellarono per sempre molti paesi, in operazioni “anti-terrorismo”, come i marines in Iraq. Che si incarcerarono i meridionali senza accusa, senza processo e senza condanna, e si spogliarono le ricche banche meridionali, le regge, i musei, le case private (rubando persino le posate), per pagare i debiti del Piemonte e costituire immensi patrimoni privati. Si potrebbe scrivere che lo stesso Garibaldi, riferendosi a quanto successo, parlò di «cose da cloaca». Difficile oggi immaginare che l’Italia unita facesse pagare più tasse a chi stentava e moriva di malaria nelle caverne dei Sassi di Matera, rispetto ai proprietari delle ville sul lago di Como.

Si è scritto tanto sul Sud, ma parlarne significa ripetere il già detto (leggi: il già fallito), perché tale stato di cose è utile alla parte più forte del paese, anche se si presenta con due nomi diversi: “Questione meridionale”, ovvero dell’aspirazione del Sud a uscire dalla subalternità impostagli; e “Questione settentrionale”, di recente conio, ovvero della volontà del Nord di mantenere la subalternità del Sud e il redditizio vantaggio di potere. Tutto questo sembra dimenticato, ma è nostra abitudine essere volontariamente affetti da simili “turbe della memoria”. Ma a cosa serve coprire il passato di una sottile patina dorata? La storia va soltanto celebrata o affrontata?

La storia è sempre liberatoria, spezza tabù, svela paranoie. Forse, avendo meno timore, potremmo arrivare a capire che l’operazione di 150 anni fa è stata non solo ripetuta ma estesa attraverso nuovi strumenti. Basterebbe ricordare che le nostre banche del Sud sono sparite nuovamente. Capiremmo che le spedizioni non servono più perché la conquista del potere è una pericolosa operazione di marketing. Ma che una nazione non è una multinazionale perché è fatta di uomini e donne, di problemi reali, di sogni e speranza, e per questo non può chiudersi in se stessa annullando il proprio passato, coprendolo di lustrini e tirando così a campare senza futuro.

Perché una nazione per non morire di cancrena cerebrale deve rinnovarsi non accontentarsi.

Una nazione deve sempre essere rivoluzionaria.

E allora, che rivoluzione sia!

Maurilia Rizzotto

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