sabato 8 maggio 2010

Due Italie? No, grazie!!!

Il progetto di Cavour si fermava lì, in un regno dell’Italia del nord: dopo la seconda guerra d’indipendenza e con l’aiuto determinante di Napoleone III, l’annessione della Lombardia poteva anche bastare. Le successive richieste di annessione avanzate subito dopo dalla Toscana e dalle Legazioni pontificie dell’Emilia Romagna , diedero al progetto un respiro più ampio, ma tutto avrebbe dovuto fermarsi lì. Garibaldi invece, con l’assenso e i soldi di Vittorio Emanuele II si buttò in un’impresa più ambiziosa, unificare lo Stivale. Dietro l’operazione, oltre le vittoriose battaglie ci fu anche un gigantesco sistema di corruzione dei generali del regno napoletano .C’è qualcuno che pensa, e ben a ragione, che egli fu costretto a cedere le sue conquiste, dopo l’ultima vittoria sul Volturno, al Savoia, presentatosi a Teano con tutto il suo esercito. “Sei stato bravo, tante grazie, puoi tornare a casa”. Fu proprio in quel momento che si presentò il problema se dar luogo a uno stato federalista, con ampie autonomie locali, o a uno stato centralizzato. Il federalismo, sostenuto prima da Cavour, poi da Farini e Minghetti, nasceva dalla considerazione delle profonde diversità , storie, dialetti, leggi, economie tra i vari stati della penisola, il centralismo invece era sostenuto da coloro, essenzialmente l’alta borghesia piemontese, che temevano che il nuovo stato, ancora fragile e troppo eterogeneo, si sfaldasse davanti alle spinte autonomistiche. Si scelse la centralizzazione, l’estensione dello statuto albertino a tutte le regioni e la “piemontesizzazione” , ovvero l’invio di funzionari piemontesi che ricoprivano le cariche istituzionali delle varie regioni, particolarmente di quelle meridionali. La vendita all’asta dei beni confiscati alla Chiesa e un sistema fiscale particolarmente esoso nei riguardi della Sicilia, considerata “il giardino d’Europa” misero a disposizione le risorse per realizzare l’industrializzazione del Nord. Francesco Saverio Nitti, nella sua monumentale opera “Scienza delle finanze”, scrive questo prospetto sul l’apporto finanziario delle singole regioni nel primo ventennio successivo all’unità:

Regno delle due Sicilie milioni 443,3

Lombardia 6

Ducato di Modena 9

Romagna, Marche, Umbria 55

Parma e Piacenza 1,9

Roma 33,5

Toscana 84,2

Veneto 12

Piemonte, Liguria, Sardegna 27

Il che è sufficiente per spiegare la rapina di ricchezze traslocate al Nord Italia e il conseguente depauperamento del meridione. Per non parlare delle risorse umane spostatesi in cerca di lavoro, il cui contributo, al di là di tutti gli sfruttamenti, è stato determinante nell’incrementare il divario Nord-Sud. Con questi soldi sono stati pagati nel nord l’industrializzazione, la meccanizzazione dell’agricoltura, la rete viaria, urbanizzazione, i servizi pubblici e tutta una serie di strutture che, hanno segnato, dopo l’unità, il divario tra le due Italie.

Adesso il federalismo è rispuntato dopo 150 anni, sostenuto da tutte le parti politiche e da quelle regioni che una volta scelsero o approvarono il centralismo. Ma attenzione, non si tratta di un federalismo politico, ma di federalismo fiscale. Il neo-governatore leghista del Piemonte, Cota, lo ha detto subito, all’indomani della sua elezione: “I soldi dei piemontesi devono restare in Piemonte”. Dietro queste sparate si leggono tentazioni secessioniste ed egoismi regionali, oltre che una becera propaganda secondo cui il Nord è la locomotiva d’Italia, Roma, quando fa comodo, è ladrona e il Sud vive parassitariamente sulle ricchezze del nord-locomotiva. Il primo teorico della Lega Nord, il prof. Miglio, padre spirituale di Bossi, aveva ridisegnato la sua Italia in tre zone ben separate, la Padania, la Papània e la Terronia. Cioè una riedizione degli stati prerisorgimentali, il Lombardo-Veneto, con l’aggiunta del Piemonte, lo Stato Pontificio o Italia Centrale e il Regno delle die Sicilie. A parte i luoghi comuni è vero che gran parte dell’economia meridionale è un’economia assistita, che il sud ha ingoiato risorse senza fare investimenti produttivi, a causa di una gestione clientelistica e mafiosa dell’apparato elettorale, identificato come macchina di consenso. E tuttavia, quando negli anni 60 la Cassa del Mezzogiorno rovesciò fiumi di milioni nel Sud non poche furono le industrie del Nord che incassarono gli incentivi per investire al Sud e poi lasciarono perdere tutto: basti guardare la zona industriale di Termini Imerese, con centinaia di costruzioni abbandonate, dove avrebbero dovuto nascere industrie. Per non parlare del quinto polo siderurgico che avrebbe dovuto nascere a Gioia Tauro. Gli investimenti più redditizi sono stati realizzati nella Sicilia orientale, oltre che a Milazzo e a Gela, per impiantare un’industria petrolchimica che ha avuto la conseguenza di distruggere l’ambiente e di rendere più precaria la salute dei cittadini. Certe frange dell’autonomia siciliana reclamano ancor oggi un abbassamento del costo dei carburanti, sia per il duro prezzo pagato per l’installazione delle raffinerie, sia per il petrolio che viene estratto. C’è un altro problema non sempre analizzato, ovvero il flusso di denaro proveniente dall’economia illegale, non solo dal lavoro nero, dall’evasione fiscale, ma anche dai traffici di droga, dalle estorsioni, dagli appalti alle ditte meridionali di lavori al nord. La cifra non è quantificabile, anche se i proventi dell’economia mafiosa sono stati stimati in cifre tra i 100 e i 150 miliardi di euro. Questi soldi sono reinvestiti al nord, soprattutto in progetti di speculazione edilizia, lavori pubblici o pseudo ecologia ambientale: lo ha fatto Bontade con Berlusconi, a partire dal 1974, continua a farlo soprattutto la ndrangheta specialmente nelle ricche province di Lombardia ed Emilia. Gran parte delle banche provengono dal Nord e costituiscono pompe aspiranti di denaro meridionale che viene riciclato o reinvestito in quei grandi canali di accumulazione costituiti dalla privatizzazione di gran parte dei servizi pubblici, portata avanti dai governi degli ultimi 20 anni. In questo periodo ha preso piede l’installazione di villaggi turistici, centri commerciali ed ipermercati, le cui sigle appartengono a grandi società del Nord, (anche se non sono mancati investimenti mafiosi), con il compito di rastrellare soldi e dirottarli verso chi investe, cioè sempre al nord, anche mettendo in conto il rischio dell’estorsione mafiosa. Come si vede è un contesto di relazioni economiche e politiche intercambiabili, di intrecci inestricabili tra economie legali e illegali con cui il Leghismo, a parte la propaganda per gli allocchi, dal suo secessionismo, adesso riciclato in federalismo, non è chiaro quanto potrebbe guadagnare o perdere.

(Salvo Vitale)

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