giovedì 26 novembre 2009

Epopea semiseria del sindaco di Chiusa Sclafani dal bronzeo viso.



Anno del Signore 2009. Chiusa Sclafani, Italia.

Le coordinate spazio temporali non bastando da sole a suggerirci il senso dell’assurdo che pervade la storia che vi racconterò.

Un sindaco, uno di quelli di un paese piccolissimo dove non succede mai niente e dove ogni briciola viene sezionata fino nelle più piccole parti per poterne trarre alimento. Dicevamo un sindaco di un paese piccolissimo, un giorno, esausto dopo aver passato l’intera mattinata a sudare sulle carte e sui permessi e sui regolamenti e giù al bar, torna a casa dalla moglie e dai figli appena rincasati da scuola.

La moglie ha già preparato il pranzo e l’intera sua residenza è occupata da un profumo di cose buone.

Dal posto a capo tavola, lì dove suole sedersi nell’attesa che tutto sia pronto sfogliando qualche pagina dell’Avvenire, il capofamiglia e capopaese, si alza, prende il pane, rende grazie con una preghiera di benedizione, lo spezza, lo da ai suoi familiari e recita in maniera lineare e senza sbavature che possano avere il sapore della genuinità il Padre Nostro.

Sedutosi, chiesto ai figli della giornata scolare e alla moglie della sua mattinata lavorativa, accende il Tg4 dove un preoccupato Emilio Fido sta annunciando, con faccia paonazza, l’ultima trovata di un magistrato pazzo, stavolta europeo. “La Croce deve essere tolta da ogni edificio che si dica pubblico” “Subito!”.

Rosso d’ira e con le labbra ancora sporche del sugo della prima forchettata di maccarroni, si volta verso quel quadro appeso nella stanza e circondato da alcuni ceroni da cui suo padrino, ovvero il Presidente del Senato Renato Schifani, lo guarda torvo. Butta via la bavetta, saluta con un bacio la moglie (sporcando di sugo anche lei) e corre come un forsennato verso le stanze consiliari. Un bisogno gli agita il cuore. Mettersi a capo della nuova crociata che metterà fine alla vergogna delle vergogne, l’abolizione del Cristo in classe, primo passo verso l’abolizione dell’ora di religione, dell’8 per mille, del Concordato, della neutralità delle banche svizzere, di tutto un sistema di valori che dai gloriosi tempi della gloriosa Dc sostiene l’apparato scheletrico della nostra, gloriosa anch’essa, nazione.

Entrato in comune, sedutosi alla scrivania, scrive in lettere di sangue (o di sugo, qui le fonti cominciano a differire)

MAI PIU’ CHIUSA SCLAFANI

AVRA’ SCUOLE, UFFICI, OFFICINE, BAR, SUPERMERCATI,

PUTIE, SALE DA BILIARDO, TABACCHINI, STUDI DENTISTICI, MA SOPRATTUTTO SCUOLE

NELLE CUI STANZE NON VI SIA IL CROCEFISSO

e scrivendo, comincia a ricordare e un dubbio atroce lo assale, e saettante come un fulmine gli lacera l’anima e lo tormeta e gli toglie il respiro. Il ricordo, dapprima flebile come la fiamma di una candela adesso forte come un incendio d’estate a Roccamena, di quella stanza di quella direttrice, peraltro altezzosamente antipatica e troppo cittadina nei comportamenti, di quella scuola in cui la croce, ahilei, non c’è.

A questo punto chiama il capo dei vigili urbani, gli espone il problema, ricevendo, con encomiabile spirito di asservimento e di dialettica interistituzionale, un “Obbedisco!”.

So che avete fretta di arrivare alla fine che avete da fare, ma la storia ha un’architettura classica e basta toglierne un pezzo perchè crolli il tutto e non ci si raccapezzi più.

Seguiamo a questo punto il verbale del vigile:

«Io sottoscritto Urbano Vigile, in sella alla mia Harley, con gli occhiali dei Chips, gli stivali dei chips, la chewing-gum in bocca già masticata dai Chips e il ciuffo un po’ da Chips, sgommando verso la scuola incriminata ivi trovo, vergognosamente rilassandosi alle 13:55 leggendo una lirica del perverso e precedentemente indicizzato Baudelaire, la suddetta direttrice che a guisa di sfida rivolge saluto di cortesia»

Avvisata l’apostata delle nuove leggi, il vigile penetra nella direzione e fra l’orrore della folla per l’occasione radunata in direzione, trova la stanza spoglia della croce.

Cercando di non svenire dal dolore, rivolgendosi alla direttrice con in mano la Bibbia aperta sulla prima pagina del Deuteronomio le consegna la multa da 500 euro e la marchia sull’abito Dolce e Gabbana (stilisti gay pertanto comunisti) con le lettere di color scarlatto PDL, acronimo della medievale formula Pericolosamente, Decisamente, Laica.

La storia è finita, amici, e io che in questi casi quasi mi vergogno a dire che di quel sindaco condivido profondamente fede e confessione, ho solo da dirvi due parole.

Quando le decisioni dell’anima cominciano ad essere vietate o imposte per decreto, in egual modo di lì a poco si assisterà ad un escalation di estremismi, che susseguendosi ci porteranno all’odio della diversità e alla religiosità più bieca e deforme. Non c’è più nessuno che non si sia macchaito di decisioni grottesche. Non ho più nessuna soluzione da proporre, dal mio piccolissimo pulpito, sulla questione della croce. Ho solo pena per quell’omino messo in croce, ucciso e dilaniato, reso ostaggio del cieco orgoglio e della peggiore ipocrisia. Ho pena perchè temo che un giorno, nella quotidiana bagarre fra crociati e iconoclasti, di quell’omino messo in croce ci si dimentichi il nome, e con esso, il senso.

Walter Bonanno

1 commento:

francesco ha detto...

Caro Walter, condivido pienamente le tue idee sull'Omino messo in croce. Haimè è diventato anche Lui un pretesto sul quale dibattere, discutere, fare una comparsa in TV e magari anche approntare una lotta politica. Anche a Chiusa è stato perso il vero senso della croce e dell'Omino....

Francesco Colletti