lunedì 16 febbraio 2009

A proposito di Pettirosso: tutte imbecilli?

L’assuefazione alla violenza, ai crimini sessuali, ai gesti disperati e violenti: è il vuoto che muove tanta distruttività e autodistruttività


Sono accaduti, in Italia, tanti eventi così drammatici (ultimo il gesto “incendiario” di pura violenza dei ragazzi alla ricerca di forti emozioni di Nettuno) dalla richiesta di spiegazioni della Commissione Parlamentare per l’Infanzia a Gino Paoli sulla canzone “Il pettirosso”, che le sue interviste non costituiscono più un evento. Ciò che comunque stupisce in una persona che ama “sottolineare il valore del sentimento e dell’emozione”, come lo stesso cantautore afferma nell’intervista del 1 febbraio su La Repubblica è la mancanza del senso dell’altro, del sentire altrui.

Quando le donne si sentono toccate nel profondo dei valori e della dignità umana per il messaggio di una canzone non si possono definire superficialmente “imbecilli”. Tale giudizio sembrerebbe confermare la priorità assoluta di liberare “sentimenti ed emozioni” in senso catartico per esigenze prettamente soggettive. La vecchiaia a volte può diventare anche pesante e liberare a ruota libera le proprie emozioni viene vissuto come una necessità “sociale” da addossare agli altri, che pur avendo emozioni, hanno ancora i confini dell’Io meno “allentati”.

Non si possono definire “imbecilli” le persone che non amano il senso di un messaggio. Nessuno mette in dubbio che nella brutalità della violenza tutte le parti in causa siano comunque delle vittime da compatire, ma resta il fatto che il messaggio si serve di un’immagine bambina assolvendo una perversione che desta indignazione in qualsiasi persona sana. Troppo spesso si crede di fare controinformazione culturale rientrando invece inconsciamente negli stereotipi che il sistema sociale stesso predispone pianificandoli o meno. Si può essere sostanzialmente conformisti in tanti modi.

Non è facile dimostrare come stia passando l’assuefazione alla violenza, ai crimini sessuali nelle maglie di una sistema sociale più di quanto sia facile constatare, dai gesti disperati e violenti, il vuoto che muove tanta distruttività e autodistruttività. Un vuoto creato nel tempo da una cultura materialistica che sottovaluta i pericoli reali di tante abitudini antisociali. Troppo spesso, soprattutto i giovani, cadono nei variegati stereotipi culturali necessari soltanto a sopire le coscienze. Basti pensare, tra l’altro, all’uso di sostanze stupefacenti, nessuna esclusa, o ad altri tipi di dipendenze –soprattutto culturali- per capire il vantaggio secondario di un potere distruttivo e dominante. Ora siamo impregnati di tale cultura e il vuoto ci può assalire insieme all’indifferenza o alla dipendenza acritica verso un sistema di valori.

Paul Klee sosteneva che l’essere umano, tediato dalle cose comuni, fosse attratto dall’opera d’arte, considerando la stessa un’educazione alla libertà. In questo senso ha ragione il cantautore a considerare “imbecilli” le persone che si ribellano alla descrizione di “sentimenti ed emozioni”. Occorre però riflettere con un pensiero meno inquinato a quale nube tossica apparteniamo, a quale stereotipo siamo involontariamente fedeli servitori.
In questa luce è lecita l’indignazione delle donne perché cristalline nella coscienza di una sana e libera appartenenza.
Bruna Baldassarre
(“Noi donne”, 9 febbraio 2009)

Nessun commento: