mercoledì 17 dicembre 2008

Il superboss s'impicca dopo l'arresto

Nuova Cupola in cella. In serata trovato impiccato il capomafia Lo Presti




PALERMONovantanove arresti per bloccare la nascita di una nuova «cupola» di Cosa Nostra. Una retata notturna con mille carabinieri in azione, una sberla alla mafia per fare abortire la cosiddetta «commissione provinciale» che a Palermo manca dai tempi di Totò Riina. Ma il blitz ha avuto un epilogo drammatico a tarda sera, in carcere, dove si è tolto la vita impiccandosi uno dei 99, Gaetano Lo Presti, 52 anni, indicato come il capomafia di Porta Nuova succeduto al boss Niccolò Ingarao ucciso nel 2007. Un suicidio forse da collegare alle intercettazioni di suoi sfoghi utilizzabili contro Riina e il figlio Giuseppe Salvatore. C'era pure lui in un summit di maggio e nell'ultimo tenuto il 14 novembre in un garage di Bagheria dove si cominciavano a preparare «cose gravi da decidere», come ripete il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso. Un eufemismo che evoca i lutti degli omicidi eccellenti. Una riproposizione della strategia di Riina che avrebbe imposto al più giovane dei figli, da poco rientrato a Corleone, di «non uscire da casa» e di chiedere il permesso di andare a lavorare al Nord. Operazione sgancio da un territorio ormai rovente.

Incoraggiata dalla madre, Ninetta Bagarella, maltrattata dal boss Nino Spera parlando sottovoce di Riina jr: «Ci mancano le palle a sua madre». Ma evocano anche la strategia di un nuovo scontro con lo Stato le voci captate nel garage dove risulta loquace un ignaro Giuseppe Scaduto, figlio di uno degli assassini dell'esattore Ignazio Salvo. Intercettazioni provvidenziali. Perché è stato possibile ricostruire presenti, assenti, argomenti e decisioni: «Rifondare la nostra cosa». Ecco l'obiettivo dichiarato da padrini con nomi noti perché sono sempre gli stessi, perfino i vecchi Gerlando Alberti e Gaetano Fidanzati, accanto ai Biondino, agli Adelfio ed altri condannati nei maxi processi, in contatto con il trapanese Matteo Messina Denaro nel ruolo di «consigliere». Campeggia il profilo di questo superlatitante sull'inchiesta che rivela però l'autonomia dei palermitani, in gran parte decisi a designare per il loro vertice Benedetto Capizzi, 64 anni, boss della borgata di Villagrazia. Con migliaia di ore di intercettazioni e tre pentiti s'è dato «un colpo senza precedenti», stando ai complimenti del ministro Alfano e alle valutazioni del colonnello Teo Luzi, comandante dei carabinieri di Palermo, fiero della scoperta di un traffico d'armi, di un carico di 10 chili di cocaina, di foto e voci. Negli scatti degli investigatori si vedono i mafiosi che si baciano davanti al garage di Bagheria o davanti a un magazzino attiguo alla chiesa di Porta Nuova a Palermo. Facce spavalde come quella di Capizzi, il primo della fila in manette ieri, che non mostrava gli acciacchi dello scorso inverno quando in cella si iniettò un medicinale procurandosi un malanno per ottenere gli arresti domiciliari con la «consulenza» di un infermiere arrestato ieri. Telecamere e microspie danno i loro primi frutti il 28 maggio quando scattano i primi contrasti sul vertice della nuova commissione. E contro Capizzi era candidato proprio Lo Presti. Osteggiato a sua volta da un terzo fronte attendista, perché mancava l'«autorizzazione » di Riina.

Di qui la convinzione del procuratore di Palermo Francesco Messineo che i tre gruppi cercassero «di tirare per la giacchetta il figlio di Totò Riina» per averlo dalla loro parte. Una ricostruzione che permette al magistrato di retrocedere lo «zio Binnu» in serie B: «Provenzano non era il capo di Cosa Nostra ma un ascoltato consigliere, la cui autorità dipendeva da quella di Riina». Argomento di riflessione e polemica. Come quello delle intercettazioni che sfiorano (senza riflessi penali) due deputati regionali «votati» dagli «amici», Alessandro Aricò (Pdl) e Riccardo Savona (Udc), un avvocato candidato nel 2001 nella lista di Rita Borsellino, e il segretario regionale dell'Udc Saverio Romano, passato al contrattacco contro la «divulgazione selvaggia» delle «voci».

Felice Cavallaro (Corriere della Sera)

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