mercoledì 17 settembre 2008

Ancora a proposito dell’8 settembre …


In occasione del 65mo anniversario dell’8 settembre del ’43 siamo stati costretti a sorbirci, come spesso accade, le solite polemiche, i soliti “botta e risposta” su quotidiani e tv, le parole sciorinate da opposti schieramenti, le solite facce sulle solite televisioni, aggirando il nocciolo della questione. Siamo stati invitati dal Ministro della Difesa Ignazio La Russa a ricordare, accanto alle vittime tra i partigiani, anche il ruolo dei militari della Repubblica di Salò sostenendo che, "dal loro punto di vista, combatterono credendo nella difesa della Patria"… Di qui la netta replica del Presidente della repubblica Napolitano il quale ha sottolineato come la Resistenza "andrebbe forse ricordata nella sua interezza"."Farei un torto alla mia coscienza - ha invece detto il ministro La Russa - se non ricordassi che altri militari in divisa, come quelli della Nembo dell'esercito della Rsi, soggettivamente, dal loro punto di vista, combatterono credendo nella difesa della patria, opponendosi nei mesi successivi allo sbarco degli anglo-americani e meritando quindi il rispetto, pur nella differenza di posizioni, di tutti coloro che guardano con obiettività alla storia d'Italia".
E allo sdegno espresso da un coro di voci, che si sono sentite offese, dalle sue parole nella propria coscienza, in uno dei giorni simbolo della libertà dello stato italiano, il ministro ha ribattuto: "A chi volesse cercare a tutti i costi polemiche pretestuose invito a leggere tutto il mio intervento in cui il breve riferimento, non genericamente ai soldati della Rsi, ma ai militari caduti della Nembo è inserito in un ampio, costante, grato omaggio e riconoscimento a quanti si immolarono in quell'8 settembre per la libertà e la democrazia".
Per carità, pur nel rispetto delle diverse opinioni, avrei, personalmente, gradito che le parole del Ministro fossero più chiare, o che , almeno, facessero anche riferimento agli errori di quel cieco nazionalismo che hanno provocato morte e distruzione, e che oggi, per fortuna, sono altri i valori che reggono e devono reggere una democrazia come la nostra.
Ma simili parole non sono arrivate, forse, spero, perché già espresse dalle posizioni di Napolitano.
E allora, sempre nel rispetto delle diverse opinioni, nel tentativo “onesto” di comprensione più ampia e globale di quel “punto di vista” cui si faceva riferimento, mi pare utile riportare la testimonianza di una lettera che un soldato fascista, militante convinto della Repubblica di Salò, inviava alla madre mentre si trovava sul fronte della guerra fratricida che, di lì a poco, avrebbe stroncato la sua vita come quella di tanti altri giovani, di entrambi gli schieramenti:
28 ottobre 1944-XXII …Cara madre (…)Oggi purtroppo buona parte degli Italiani hanno perduto la dignità e il carattere di uomini, hanno gettato nel fango le loro coscienze e si sono ridotte ad essere degli stracci: hanno dato al mondo uno spettacolo pietoso e nello stesso tempo nauseante (…) Hanno tradito la loro fede politica per paura di assumere la responsabilità delle proprie idee, pronti a tradire le nuove idee non appena il vento cambierà direzione! In mezzo a tanta bassezza morale la mia coscienza si ribella e sono sempre più deciso a continuare nella strada intrapresa, anche se questa è presentemente la meno facile e la più pericolosa a percorrere. Ho la mia idea per la quale ho combattuto, lottato, sacrificato per tanti anni, fin dalla mia lontana gioventù; credo fermamente in questa idea e sono pronto ancora per essa a combattere e a sacrificarmi anche a costo della mia vita (…) La vita è bella e merita d’essere vissuta soltanto quando vi è la spiritualità, quando ci si leva dalla massa grigia dei più: sono i pochi quelli che dominano i molti, sono i pochi quelli che fanno la Storia; i più la devono subire! Io preferisco essere dalla parte di coloro che la impongono agli altri! (…)Sempre in me si fa forte il rispetto e l’ammirazione per il popolo germanico, che sta a combattere da solo contro il mondo intero e che da al mondo intero prova di compattezza, di disciplina, di calma, di serietà, di unione e di volontà di Vittoria! (…)Qualunque cosa accada di me, ho la coscienza d’aver fatto il mio dovere, d’aver portato con onore e fedeltà verso la Patria la mia divisa di soldato, d’aver agito con inflessibile giustezza verso amici e nemici nell’unico interesse della Patria, e di non aver mai approfittato di benesseri materiali: la mia più bella ricchezza è l’onestà che ho sempre saputo mantenere! Ass.naz.famiglie caduti e dispersi della Rsi Lettere dei caduti della Rsi, L’ultima crociata,1990


Alla luce di questo documento storico ecco che, sempre nel rispetto dovuto alle opinioni divergenti, forse è possibile chiarirsi ulteriormente le idee e prendere, con più decisione, le distanze da quel punto di vista.
Per non dimenticare che, 70 anni fa’, c’erano ragazzi che consideravano “ideale” e “spiritualità” il dominio sugli altri, e che la storia fosse fatta da pochi, che i più la devono subire, e che la Germania di Hitler fosse per l’Europa e per l’Italia un modello da seguire. E che stimavano degno di onore sacrificare la vita in nome di questo punto di vista e uccidere in guerra chi stava dalla parte opposta…
Nei confronti di questo punto di vista, per carità, non di una persona che in nome di esso ha sacrificato se stesso, qualunque coscienza di libero cittadino insorge sdegnata e ribadisce l’esigenza che tutti, soprattutto le nuove generazioni, non dimentichino cosa è accaduto.
Perché la “vita è bella”, come ricorda il titolo del film premio Oscar di Benigni in memoria delle vittime dell’olocausto nazista. E la “storia siamo noi”, come canta De Gregori nel suo stupendo brano.
E perché anche un “Maestro Buono”, duemila anni fa, sì, quello da cui “il giovane ricco” si allontanò “triste” perché gli riusciva dura la comprensione del punto di vista di quell’uomo che alle sue domande rispondeva “Vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; poi vieni e seguimi” (Lc 18,18-22), ebbene quel Maestro Buono si sarebbe fatto debole tra i deboli sul legno di una Croce, perché, un giorno, proprio i deboli, quelli che la storia la subiscono, potessero riconoscersi in Lui.
Perché nella banalità del quotidiano, dell’ambiguo e del non detto, gli spettri del passato non si facciano vivi. Mai più.


Marina D., insegnante meridionale

2 commenti:

alfonso ha detto...

Nei tre documenti fondanti del Partito democratico (il Manifesto dei valori, il Codice etico e lo Statuto), non c’è traccia della Resistenza e dell’antifascismo. I motivi di questa omissione non sono facilmente spiegabili.
È possibile che in questa scelta ci sia stata l’ossessiva ricerca di una sempre più marcata discontinuità con «tutte» le identità novecentesche della sinistra italiana e che il nuovo partito abbia scelto di azzerare tutto il passato senza distinzioni, facendo precipitare in un unico tritacarne di rimozioni e di oblio lo stalinismo e Giustizia e Libertà, i funzionari al servizio di Mosca e i partigiani morti combattendo per la democrazia, il partito di massa e le eroiche minoranze che furono protagoniste della Resistenza. È possibile che ci sia stato semplicemente un calcolo di pura opportunità, il tentativo di modellare i valori del partito che nasceva su quelli di un’ipotetica coalizione di governo di centro, al cui interno, verosimilmente, gli alleati non sarebbero stati certamente teneri verso quel tipo di eredità. A differenza della Dc, infatti, il mondo cattolico disposto a dialogare con il Partito democratico ha liquidato la Resistenza, seppellendola sotto l’etichetta della guerra fratricida e spostando l’attenzione piuttosto verso la cosiddetta «zona grigia» (fascisti e partigiani furono due minoranze contrapposte, rispetto a una popolazione che non voleva più saperne di combattere né da una parte né dall’altra), verso quella grande maggioranza di italiani che allora preferì non scegliere e tirare a campare.
Scelta culturale o scelta politica, si tratta di una scelta scellerata.. Aveva suscitato molte perplessità la «fusione fredda» che ha preceduto la nascita del Partito democratico: molti ragionamenti sugli spazi politici da occupare, sulle alleanze da disfare, sugli avversari con cui dialogare; pochissimi sulla propria identità, sulle proprie radici, su un qualcosa che rendesse l’adesione al partito un gesto diverso dall’iscrizione all’anagrafe o ai registri dell’Inps. Forse, in questo senso, l’antifascismo, con il surplus di democrazia che è racchiuso in quell’esperienza, e la Resistenza, con l’imperativo morale di scegliere da che parte stare, potevano essere riferimenti ingombranti, ma utili.

Marina ha detto...

Purtroppo spesso il mondo cattolico oggi è timoroso di prendere posizione...
E dire che, sempre in fatto di Resistenza, tanti uomini di chiesa, anche sacerdoti, si sacrificarono per nascondere nelle canoniche giovani partigiani, strappandoli alla mitraglia dei tedeschi & C,in nome della "non violenza"...
Eppure forse questo ricordo sfugge, o quantomeno,oggi si preferisce non guardare al passato e troppe volte rileggerlo a modo proprio...