mercoledì 7 maggio 2008

Peppino Impastato uno di noi



Lunga è la notte
e senza tempo.
Il cielo gonfio di pioggia
non consente agli occhi
di vedere le stelle.
Non sarà il gelido vento
a riportare la luce,
nè il canto del gallo,
nè il pianto di un bimbo.
Troppo lunga è la notte,
senza tempo,
infinita.

Giuseppe Impastato

Sono passati 30 anni dal 9 maggio 1978 quando il corpo di Peppino Impastato fu dilaniato dal tritolo nei binari della linea ferrata Palermo-Trapani. Ancora non ero nato e un giovane siciliano di appena 30 anni veniva assassinato. Ma perché? Perché Peppino era un ragazzo che non era come gli altri, aveva deciso di impegnarsi politicamente e socialmente per cercare di cambiare la sua Cinisi. Per noi di Dialogos Peppino Impastato ha un valore in più è un simbolo che ci rappresenta. Peppino e i suoi compagni utilizzavano l’informazione per parlare con i cittadini e con quetsto spirito fondarono prima un giornale l’idea socialista e poi Radio Aut. L’informazione come strumento di cambiamento della cultura. Certamente la Corleone del 2008 non è la Cinisi del 1978 ma per noi di Dialogos rimane sempre viva quella voglia di far cambiare la cultura. Infatti, Peppino era un ragazzo come noi che aveva in un’altra Cinisi, di poter combattere quella mafia che lui conosceva bene. Aveva creato un grosso movimento giovanile e si era messo in testa di candidarsi alle elezioni comunali con Democrazia Proletaria, per controllare l’attività amministrativa ancora da più da vicino. Ma Peppino per la mafia stava diventando un rompi palle e così u zu Tanu decise che era arrivato il momento di ucciderlo. U zu Tanu come Dio, per chi crede, decide quando una persona deve morire. Peppino era uno come noi che aveva capito l’importanza dell’informazione. Noi andremo a Cinisi per ricordarlo, perché ricordare significa dimostrare che la sua, come la morte delle tante vittime di mafia, non è stata vana e che le sue idee ancora oggi sono le nostre idee.

Giuseppe Crapisi

3 commenti:

Stranistranieri ha detto...

Non posso venire alla manifestazione per l'anniversario della morte di Peppino Impastato. Ringrazio e mando un caro saluto a tutte quelle persone che "vanno" e stanno in prima in fila difendendo il diritto sacrosanto all'informazione e alla giustizia.
Daniela Tani

freesud ha detto...

Forum Sociale Antimafia "Felicia e Peppino Impastato"

Sono passati 30 anni dall'assassinio di Peppino Impastato. La notte tra l'8 e il 9 maggio del 1978 Peppino veniva orrendamente trucidato dalla violenza miserabile della mafia siciliana. In questo modo si metteva a tacere una voce libera ed un rivoluzionario puro.

Dopo trenta anni, però, sarebbe giusto sapere chi ordì il depistaggio e per quali concreti motivi personaggi istituzionali coprirono gli autori mafiosi del delitto. I colletti bianchi, in questo paese, non pagano mai.

WWW.RIBERAONLINE.BLOGSPOT.COM

alfonso ha detto...

Peppino Impastato fu ucciso la notte fra l’8 e il 9 maggio, il nove maggio le BR recapitarono il cadavere di Aldo Moro. Fu un caso? Forse no, infatti i giornali non ebbero spazio per la notizia dell’uccisione di Peppino se non nelle ultime pagine ed in microscopici trafiletti. Mi domando, con amarezza e livore, se possiamo concederci il lusso, in questo momento, delle “commemorazioni”.
Di Peppino Impastato non si ricorda più nessuno, e nemmeno di Aldo Moro. Per capire in che tempi viviamo: un paio di sere fa, il TG1 ha mandato in onda una breve serie di fotografie, raccolte attraverso una sorte di concorso fra i telespettatori, che ricordassero i momenti della tragedia di Aldo Moro, ebbene, fra le tante che ritraevano cittadini commossi mentre depositavano fiori in via Caetani, ce n’era anche una che ritraeva una scritta su un muro (“BR carogne!”) firmata con una svastica. Neppure la sensibilità di discernere il dolore, lo sconcerto, la paura di cittadini onesti e sinceramente preoccupati per le sorti di questo Paese, dallo squadrismo fascista.
Per capire in che tempi viviamo basti pensare che è stato eletto Presidente del Senato della Repubblica, tal Renato Schifani che trent’anni fa (ai tempi dell’uccisione di Peppino) sedeva nella Sicula Brokers, una società di brokeraggio fondata col fior fiore di Cosa Nostra e dintorni. Cinque i soci: oltre a Schifani, l’avvocato Nino Mandalà (futuro boss di Villabate, fedelissimo di Provenzano); Benny D’Agostino (costruttore amico del boss Michele Greco, re degli appalti mafiosi, poi condannato per concorso esterno); Giuseppe Lombardo (amministratore delle società dei cugini Nino e Ignazio Salvo, esattori mafiosi e andreottiani di Salemi arrestati da Falcone e Borsellino nel 1984). Completa il quadro Enrico La Loggia, futuro ministro forzista. Nei primi anni 80, Schifani e La Loggia sono ospiti d’onore al matrimonio del boss Mandalà. All’epoca, sono tutti e tre nella Dc. Poi, nel 1994, Mandalà fonda uno dei primi club azzurri a Palermo, seguito a ruota da Schifani e La Loggia. Il boss, a Villabate, fa il bello e il cattivo tempo. Il sindaco Giuseppe Navetta è suo parente: infatti, su richiesta di La Loggia, Schifani diventa “consulente urbanistico” del Comune perché - dirà La Loggia ai pm antimafia - aveva “perso molto tempo” col partito e aveva “avuto dei mancati guadagni”. Il pentito Francesco Campanella, braccio destro di Mandalà e Provenzano, all’epoca presidente del consiglio comunale di Villabate in quota Udeur, aggiunge: “Le 4 varianti al piano regolatore… furono tutte concordate con Schifani”. Che “interloquiva anche con Mandalà. Poi si fece il piano regolatore generale… grandi appetiti dalla famiglia mafiosa di Villabate. Mandalà organizzò tutto in prima persona. Mi disse che aveva fatto una riunione con Schifani e La Loggia e aveva trovato un accordo: i due segnalavano il progettista del Prg, incassando anche una parcella di un certo rilievo. L’accordo che Mandalà aveva definito coi suoi amici, Schifani e La Loggia, era di manipolare il Prg affinché tutte le sue istanze - variare i terreni dove c’erano gli affari in corso e penalizzare quelli della famiglia mafiosa avversaria - fossero prese in considerazione dal progettista e da Schifani… Il che avvenne: cominciò la stesura del Prg e io partecipai a tutte le riunioni con Schifani” e “a quelle della famiglia mafiosa, in cui Schifani non c’era”.

Domanda del pm: “Schifani era al corrente degli interessi di Mandalà nell’urbanistica di Villabate?”. Campanella: ”Assolutamente sì. Mandalà mi disse che aveva fatto questa riunione con La Loggia e Schifani”. Il tutto avveniva “dopo l’arresto di Mandalà Nicola”, cioè del figlio di Nino, per mafia. Mandalà padre si allontana da FI per un po’, poi rientra alla grande, membro del direttivo provinciale. E incontra Schifani e La Loggia. Lo dice Campanella, contro cui i due forzisti hanno annunciato querela; ma la cosa risulta anche da intercettazioni. Nulla di penalmente rivelante, secondo la Dda di Palermo. Nel ‘98 però anche Mandalà padre finisce dentro: verrà condannato in primo grado a 8 anni per mafia e a 4 per intestazione fittizia di beni. E nel ‘99 il Prg salta perché il Comune viene sciolto per infiltrazioni mafiose nella giunta che ha nominato consulente Schifani. Miccichè insorge: “E’ una vergognosa pulizia etnica”. Ma ormai Schifani è in Senato dal 1996. Prima capogruppo forzista, ora addirittura presidente.
Per capire in che tempi viviamo, basti pensare che a presiedere la prima seduta del nuovo Senato della Repubblica è stato tal Giulio Andreotti già Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio del Presidente Alcide De Gasperi; lo stesso senatore per il quale la Sentenza della Corte di Cassazione n. 49691 del 15 ottobre 2004 - depositata il 28 dicembre 2004, ha dichiarato…..
«gli episodi considerati dalla Corte palermitana come dimostrativi della partecipazione al sodalizio criminoso (Cosa Nostra –nota mia-) (… sono..) accertati in base a valutazioni e apprezzamenti di merito espressi con motivazioni non manifestamente irrazionali e prive di fratture logiche o di omissioni determinanti».
In altre parole ha ritenuto confermato che sino al 1980 il senatore Andreotti è stato colluso con la mafia e al riconoscimento della prescrizione del reato, che continua a far dire a tutti che il Senatore sarebbe stato assolto dall’accusa, la stessa Corte faceva quindi, in conclusione della sua sentenza, seguire le seguenti parole:
«Al rigetto del ricorso dell’imputato consegue per il medesimo l’onere delle spese ai sensi dell’art. 616 c.p.p..
PER QUESTI MOTIVI
Rigetta il ricorso del Procuratore Generale e dell’imputato e condanna quest’ultimo al pagamento delle spese processuali.»
Le fonti non le cito perché sarebbe lungo e perché non me ne frega niente: è tutto in Rete, basta cercare. Trent’anni fa dovevamo fare una fatica immensa, noi del PCI, per contattare, parlare, spiegare, convincere, organizzare… oggi c’è la Rete (anche se siamo ultimi anche in questo)… ricordo i tanti compagni che, stanchi di dedicare le domeniche mattina alla diffusione de “L’Unità”, reclamavano già allora un “diverso modo di fare politica”… non sapevano neanche loro quel che dicevano, erano solo stanchi e frustrati. Ma sono passati trent’anni, tutto è cambiato, anche gli strumenti sono cambiati e dobbiamo pur trovarlo quel “modo diverso” per organizzarci e ripulire questo Paese.

Alfonso Picciullo