martedì 6 maggio 2008

Peppino Impastato, trent’anni dopo. Intervista a Giovanni Impastato, fratello di Peppino

"Trent’anni dopo, molto è cambiato. Ma i giornalisti che narrano i fatti di mafia rischiano ancora. E non è giusto che a difenderli siano le scorte delle forze dell’ordine. I giornalisti coraggiosi, quelli che amano ancora condurre inchieste devono avere come unica scorta il consenso della società civile. I primi a far loro da scorta devono essere gli editori, gli altri giornalisti, i lettori". Giovanni Impastato. Lo raggiungo al telefono. E’ al suo banchetto del tabaccaio, in quella pizzeria di Cinisi che è il simbolo della piccola impresa che si ribella. Del negozietto aperto a tutti ma chiuso al pizzo, alle protezioni di zii e nipoti, figliocci e padrini. E’ una Sicilia dove tutti possono sentirsi fratelli anche se non parlano siciliano e neppure italiano. Mi risponde mentre prosegue a vendere quei fiammiferi e quelle sigarette che sono il segno dell’indipendenza della sua famiglia.

Mentre più in là lievita la pasta per la pizza e qualche operaio sporco di calce addenta già un panino con un bicchiere di birra fredda messo lì a liberare i pensieri per le quattro chiacchiere con i compagni che anche per oggi se la sono cavata senza cadere giù dall’impalcatura o finire sotto uno scavo tirato via troppo in fretta e senza puntelli. E’ la Sicilia viva, vera, che lavora e guarda a quel futuro che Cosa Nostra e i suoi servi in giacca e cravatta si ostinano a rubarle. Peppino Impastato era un giornalista incazzato e senza tesserino. Non aveva tempo da perdere con le scartoffie. Aveva messo su una radio di paese e denunciava gli inciuci tra democristiani e comunisti. Tra mafiosi e imprenditori. Le violazioni urbanistiche per realizzare il vicino aeroporto di Punta Raisi che ora porta il nome di Falcone e Borsellino.

Se ne faccia una ragione quel politico che trova triste l’intitolazione ai giudici antimafia dell’aeroporto del quale Peppino denunciò gli intrecci mafiosi e l’olezzo di corruzione. Dall’8 all’11 a Cinisi nessuno piangerà, saranno giorni di festa e se vuoi di incazzamento. E se qualche lacrima scapperà, inevitabile, stia tranquillo che questi ragazzi di Cinisi che al mattino si cercano un lavoro e alla sera si ritrovano uomini liberi, sapranno dare parole alle lacrime.

Peppino Impastato fu sequestrato e ucciso nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978. Il suo corpo fu ritrovato lungo la ferrovia con una carica esplosiva accanto. Un terrorista ucciso mentre preparava un attentato, la facile soluzione del caso. L’assassinio di Moro oscurò la vicenda e persino autorevoli testate di sinistra liquidarono la vicenda accogliendo la tesi del terrorista. Anche a certi comunisti siciliani andava bene quella menzogna. Peppino l’impiccione se l’era voluta. Ma la lunga marcia silenziosa della madre Felicia Impastato non diede tregua ai suoi assassini. Le sue dichiarazioni nette ed essenziali davanti alle telecamere di quei pochi giornalisti d’inchiesta rimasti in Italia scossero il paese e il giorno dei funerali di mamma Felicia c’era l’Italia che crede che Cosa Nostra si può battere. Parte di Cinsi, no.

"Sì, non è come trent’anni fa – mi dice Giovanni, mentre, sento, dà il resto ai clienti - la sua vicenda giudiziaria ha avuto uno sbocco, molti mafiosi sono stati condannati. La legge 109 sulla confisca dei beni comincia a dare i suoi frutti. La mafia stragista è stata attaccata e colpita al cuore. Adesso c’è Addio Pizzo. Ma la mafia come modello culturale e politico c’è ancora. Anzi, la cultura dominante, di riferimento è quella mafiosa. Non solo in Sicilia ma anche in Italia. Ovviamente, non mi riferisco all’ala militare di Cosa Nostra, della ‘ndrangheta, della Camorra, di tutte le mafie, ma alla borghesia mafiosa".

L’antidoto?
"Dobbiamo fare leva sulla cultura. Non dico che la repressione non sia importante. Ma il contrasto alla mafia non può essere ridotto ad un problema di ordine pubblico. Ha una dimensione culturale che va combattuta sin dalle scuole. Dal confronto fra la gente. E’ una priorità per chi ha la responsabilità di informare, formare, educare".

Ecco. Partendo dall’esperienza di Peppino. Cosa dovrebbero fare i media?
"Devono fare di più. Molto di più. Devono prendere coscienza del fatto che otto giornalisti sono stati uccisi perché indagavano sulla mafia e sui suoi rapporti oscuri col potere politico, economico, imprenditoriale.

"Devo dire, però, che i giornalisti il loro dovere lo fanno. Quel che mi impressiona è l’incapacità di indignarsi della gente. Le parole di Dell’Utri e Berlusconi, i loro attestati di eroismo nei confronti di Mangano, sono state riportate, commentate, criticate dai giornalisti ma poi tutto è scivolato via. Come se la cosa non riguardasse la vita di tutti i giorni e la gente non si indigna più".

Perché?

"Perché l’informazione non basta. Perché non basta più fare antimafia nei salotti televisivi. Occorre riscoprire un’antimafia dei bisogni e dei diritti. Un’antimafia che si preoccupi dei problemi quotidiani, che torni tra la gente, che comprenda le necessità. Che faccia comprendere che è proprio la mafia ad inasprire i bisogni, a gestire arbitrariamente lo stato di necessità che lei stessa ha prodotto. E’ Cosa Nostra che cancella i diritti sanciti non solo con le illegalità palesi ma con i favoritismi, i mezzucci, le connivenze. Illuminare a giorno questa radicata cultura mafiosa è l’unico antidoto all’assuefazione popolare".

E che cosa salveresti dei media negli ultimi trent’anni?
"Il giornalismo d’inchiesta. C’è ancora chi prova a farlo. Ma a grandi linee quel tipo di giornalismo non si scorge più.

"Negli ultimi trent’anni?

Direi le inchieste dell’Ora. Quelle che non si fermavano ai dispacci di polizia e carabinieri. Quelle che mettevano in luce i rapporti tra mafia ed eversione neofascista. Tra mafia e cavalieri del lavoro. Adesso, invece, scorgo la volontà di non scontentare nessuno. Di essere politicamente corretti. Leggo una scrittura più blanda, più rilassata. Non vedo informazione d’assalto. Certo, comprendo anche le preoccupazioni. Perché un giornalista non dovrebbe mai rischiare la vita. E ancor prima non dovrebbe mai temere di restare solo. Dovrebbe essere sempre sostenuto dal suo giornale, dall’editore".

Insomma c’è una responsabilità sociale nel fare antimafia.
"Certo. Perché non è possibile educare i giovani alla lotta alla mafia senza averli prima educati alla democrazia, alla capacità di comprendere le connessioni con i poteri forti. Ecco. Questo mi preoccupa. Dell’Utri beatifica Mangano e non si indignano? Non reagiscono di fronte a cose così gravi. Poi cala il silenzio. La capacità di intromettersi in ogni piccolo affare della mafia, di raccogliere capillarmente il pizzo non è più un problema di sicurezza. Il problema è il rumeno presunto stupratore. Il rumeno finisce per fare più paura di Cosa Nostra. I lettori non ricordano più cos’è Cosa Nostra col suo immenso potere e le sue immense ricchezze. I lettori temono il rumeno non più i boss. Sono preoccupato, sì. Questo modo di spostare la lettura della verità è un pericolo per la democrazia e per la nostra vita di tutti i giorni. Sono preoccupato. Ma spero nei giovani che ricordano ancora la storia di Peppino e che vengono qui a Cinisi per interrogarsi, per scambiarsi verità, per esercitare il vizio della memoria. La lotta alla mafia cammina sulle loro gambe".

E sono gambe che vengono da lontano. Sul sito del Centro Impastato non appena appare il programma delle manifestazioni per il trentennale dell’omicidio di Peppino si anima il glob, arrivano le adesioni da tutta l’Italia. Tita scrive: "La Valle Camonica ci sarà". Benvenuta Val camonica in Sicilia. Perché se trent’anni hanno insegnato qualcosa ai giornalisti che scriviamo di mafie, quel qualcosa si riassume in poche parole: "Mai più soli"!.

Pino Finocchiaro
www.liberainformazione.org

1 commento:

alfonso ha detto...

In America la stampa è considerata il “cane da guardia” del Potere al servizio dei cittadini, in Italia è il cane da compagnia del Potere. Purtroppo gli “editori”, cui fa appello Giovanni Impastato, in Italia non esistono. Gruppi industriali, petrolieri, banche, bancarottieri e figli di puttana di vario lignaggio sono i proprietari di quasi tutti i giornali che si pubblicano ogni giorno in Italia. Delle televisioni non parliamo nemmeno. In Italia ci sono stati giornalisti coraggiosi finiti ammazzati come Beppe Alfano ucciso con tre pallottole, di cui una in bocca. I giornalisti coraggiosi rimasti sono pochi, sono un facile bersaglio. Prima vengono diffamati, poi isolati, anche dalla loro categoria, e spesso sono uccisi. Dopo la loro morte l'informazione di regime li sottera con grande velocità. Un po' si vergogna, ma in fondo è soddisfatta.
In Italia per scrivere la verità o per applicare la legge bisogna essere eroi. Molti si scoraggiano, si adeguano, si ritirano. Non ha un futuro un Paese in cui neppure le morti di Falcone, Borsellino e di Livatino scuotono l'opinione pubblica. Non ha un futuro un Paese in cui i condannati si rifiugiano in Parlamento e ci irridono.
I giornalisti che ancora danno dignità a questo Paese con la loro voce vanno protetti dagli sciaccalli di regime, dai killer della parola. Ma è triste, ha ragione Giovanni, il dover costatare tutti i giorni l’incapacità della gente ad indignarsi. E’ grave che, nel momento di massimo decadimento etico della nostra Democrazia, i cittadini non sappiano fare altro che scimmiottare i politici, rendendosi colpevoli complici e strumenti del loro malaffare.
Persino Pippo, il mio barbiere siciliano, forzaitaliota e juventino, l’altro giorno s’è detto indignato (e mentre lo diceva assumeva l’inquietante fisionomia, con l’espressione disgustata, dell’inciucista Petruccioli) per la trasmissione “Anno Zero” di Santoro e degli interventi di Travaglio. “E’ una vergogna per il servizio pubblico!”, ha detto ripetendo le parole del fottutissimo di cui sopra. Allo stesso modo con cui il benzinaio, il barista e l’operaio in fabbrica mi dicevano che “Santoro fa un uso criminoso del servizio pubblico”.
Per mia fortuna godo di ottima salute ma ultimamente tendo a somatizzare troppo… e in certi momenti vorrei proprio avere fra le mani il collo di D’Alema, Veltroni, Fassino e quello di qualcun altro…
Alfonso Picciullo