lunedì 26 maggio 2008

La faccia nascosta


E' di oggi la notizia che un poliziotto, o qualcuno in divisa non si è capito bene, ha fermato, a Firenze, due donne egiziane di cui si potevano vedere solo gli occhi. Il poliziotto avrebbe detto gentilmente che qui in Italia si deve camminare a viso scoperto. Grande levata di scudi da parte di tutte quelle organizzazioni che si ergono in difesa anche di una foglia un po' smossa nel caso copra qualcosa ritenuto religiosamente scabroso. Grande trauma subito dalle due donne che avrebbero esclamato: se avessimo saputo non saremmo venute in Italia! Fra le grandi possibilità di scelta che avrebbero avuto, non sarebbero venute in Italia!

Basta! Basta con questa informazione che strumentalizza tutto e si impietosisce per qualsiasi puntura di zanzara. In Italia si viaggia a viso scoperto. La testa può essere coperta ma il viso no. E allora? Se io andassi in Egitto con una minigonna per strada, qualcuno mi si avvicinerebbe e sicuramente non sarebbe così gentile. In Marocco, qualche anno fa a Fez, io e un'amica, vestite di tutto punto, siamo state prese a sassate da alcuni ragazzotti, perchè abbiamo osato andare - due donne sole! - a vedere un sito archeologico un po' fuori mano. In Algeria, alle sette della sera, vestitissima, uscita da sola in pieno centro per fare un giro e rientrare in albergo sicuramente prima di cena, mi sono vista accerchiata e braccata da uomini che spuntavano da tutte le parti. Ce l'ho fatta a tornare indietro, chiudermi in camera e trovare la mia amica in lacrime perchè molestata dal portiere. In Iran, prima che tutte le donne, straniere e non, fossero obbligate a indossare quel cencio nero, siccome osavo entrare nei bazar a testa scoperta, un uomo dopo l'altro, si avvicinava al mio amico iraniano e gli consigliava di portarmi fuori da quel luogo sacro (perchè c'era la moschea). Sempre in Marocco, io e la stessa amica, se volevamo dormire in alberghetti economici, dovevamo dormire con il tavolo o l'armadio appoggiati contro la porta. E' la loro cultura, rispettiamola. Ma anch'io voglio il rispetto della mia cultura attraverso l'osservanza delle leggi che ci sono qui. E qui la faccia deve essere scoperta. Quella degli uomini e quella delle donne. E scusate se sono incazzata.


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13 commenti:

alfonso ha detto...

E' CAMBIATO IL VENTO!

In una democrazia liberale seria, come quella americana, le due donne avrebbero citato in giudizio la Contea di appartenenza del policeman, e avrebbero vinto. Perchè gli americani, per quanto si prodighino nell'esportare "democrazia" in ogni parte del mondo, a suon di bombe e napalm, stanno sempre attenti che ne rimanga abbastanza a casa loro.

"Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perchè rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perchè mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perchè non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me e non c'era rimasto nessuno a protestare".
(Bertolt Brecht)

Alfonso Picciullo

Antonia Arcuri ha detto...

Credo che le due egiziane abbiano tutto il diritto di camminare a viso coperto.
Una legge che impone, viso coperto o viso scoperto, è comunque una legge che vessa.
Il velo, per tante donne, è un fatto identitario e non si può abbandonare, se non per scelta.
Antonia Arcuri

Redazione Dialogos ha detto...

Io devo dissentire con entrambi e sono decisamente d'accordo con Daniela. Penso che oggi sia giusto che non ci sia alcuna discriminazione di razza come sta avvnendo con i rom a livello nazionale e non solo, ma ciò non significa che la discriminazione sia inversa e cioè che i discriminati dobbiamo essere noi italiani. In una società ci sono delle regole e da noi queste regole non sono o non dovrebbero basarsi su basi teologiche ma si basano sul diritto e su dei principi a cui tutti ci riconosciamo. Queste regole devono essere rispettate da tutti i cittadini se le regole sono giuste, ius = diritto, e chi non le rispetta deve esser punito va sanzionata la violazione delle regole. Bene in Italia c'è una norma he vieta di esser a viso scoperto per motivi di ordine pubblico e credo che sia una norma giusta. Ora chiunque di altra cultura vuole stare in Italia sa che qui vi sono delle regole, come questa, che io definisco giuste. Bisognerebbe chiedersi se da loro avviene la stessa cosa. Cioè su cosa si basano le loro norme e la loro cultura? Su basi teologiche integraliste, dove una donna solo perchè prende un caffe al bar con un collega è costretta, anche se amercana, a stare in casa per rischio lapidazione. No al razzismo, no alla discriminazione si al rispetto delle regole giuste che devono essere condivise altrimenti il rischio è il far west.

Giuseppe Crapisi

alfonso ha detto...

Forse Giuseppe non conosce la legge 152/1975. E' giovane e non ha memoria di quegli anni. Io ne conservo vivissimo ricordo. La legge è del 1975, fu varata in piena "emergenza terrorismo", così ho scritto, per brevità, sul blog di Daniela, ma per essere più preciso dirò che quella legge fu confezionata sulla misura di quanti s'infiltravano con caschi, passamontagna e bavagli, nei mille cortei che attraversavano le città italiane in quegli anni, per provocarvi disordini e violenze. Spesso ci scappava il morto.
Passata quella sventurata stagione, nessuno più si ricordava di questa legge che vieta qualunque "mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo" (art. 5). A tutto si pensava tranne che al velo delle donne islamiche (che possono essere anche italiane!). Il “giustificato motivo” era d’obbligo, si pensi al casco dei motociclisti, all’abbigliamento protettivo da lavoro, agli sciatori sulle piste da sci, agli equipaggiamenti sportivi protettivi, agli imbacuccamenti invernali (cappucci, sciarpe e quant’altro) eccetera.
Il problema è capire se cultura o religione possono costituire "un giustificato motivo". Il ministero dell'Interno con una circolare del 2000 ha dato il via libera a veli e turbanti, considerati "parte integrante degli indumenti abituali", che concorrono "ad identificare chi li indossa, naturalmente purchè mantenga il volto scoperto". Ma come regolarsi con il burqa, che il volto lo copre completamente?
Sempre il Viminale, rispondendo nel 2004 ad un quesito posto da un comando di polizia municipale, ha scelto la linea morbida, chiarendo che l'identificazione da parte delle forze di polizia deve scattare solo se c'è un "giustificato motivo d’allarme", altrimenti “potrebbe apparire come inutilmente vessatoria”. Ma l'applicazione del divieto a coprirsi il volto finora è delegata per lo più ai singoli comuni, e non di rado risente del colore politico della giunta (basti pensare alle ordinanze antiburqa varate da alcuni sindaci leghisti). Da quest’ultimo chiarimento si potrebbero dedurre due cose: la prima, è che l’uomo in divisa che ha intercettato le due signore egiziane fosse, probabilmente, un vigile della fantastica coppia Domenici-Cioni, la seconda è che le due signore rappresentassero un “giustificato motivo d’allarme”… sennò ci troveremmo di fronte ad un atto “inutilmente vessatorio” che giustificherebbe, quindi, le proteste delle signore e di non so chi altri.
Attenzione alle date: il primo chiarimento del Viminale risale al 2000, ben prima cioè dell'attentato alle torri gemelle e dell'"allarme mondiale terrorismo islamico". Semplicemente le giunte leghiste del nord tentavano di usare quella vecchia legge a scopo vessatorio nei confronti delle donne immigrate, tant'è vero che nel 2004(quando al governo c'erano gli stessi di oggi!) il Viminale dovette intervenire con una successiva circolare per chiarire che dev'esservi un "giustificato motivo d'allarme" per procedere all'atto d'identificazione. Non mi risulta che nei giorni scorsi, a Firenze, vi fossero questi motivi.
Il problema è che è "cambiato il vento", dobbiamo aspettare che monti in tempesta per rendercene conto?
Alfonso Picciullo

Redazione Dialogos ha detto...

Io non capisco davvero una cosa. Perchè una donna americana che va in Arabia Saudita non può prendere un caffè al bar con un collega e una donna Egiziana non deve rispettare la legge? Io penso aldilà del caso singolo che ci sono delle regole che vanno rispettate da tutti. Immagino cosa succederebbe se a Palermo sarebbe permesso a tutti di mascherarsi altro che terrorismo. Chi me lo dice che chi indossa il velo non voglia commettere un reato? Come si fa a identificare una persona se ha il viso coperto? E' lei e un'altra persona? Se mi fermano a me devo mostrare documento e identificarmi anzi essendo corleonese appena mi fermano doppio controllo e invece una donna musulmana no? Diritti e doveri vanno di pari passo e poi bisogna utilizzare uno strumento internazionale fondamentale che è la reciprocità non è possibile che noi dobbiamo rispettare nei loro paesi le loro regole e loro no le nostre.

Giuseppe Crapisi

Stranistranieri ha detto...

Oggi su La Republica c'è un bell'articolo sul Quartiere Pigneto di Roma dove sono stati piacchiati degli asiatici. Il commissario di zona tenta di ricostruire attraverso gli esposti dei cittadini negli ultimi anni, il clima di illegalità totale in cui vive il quartiere e contro cui l'istituzione non ha mai fatto niente. E sempre citando il commissario, l'articolo finisce così:Qualche mese fa, negli uffici del commissariato, una "persona importante", di quelle che hanno cominciato a comprare in zona a 5-6mila euro al metro quadro, sollecitò un po' di pulizia "Altrimenti disse sarò costretto a far presentare un'interrogazione parlamentare". Da sinistra, aveva scoperto il piscio, le bottiglie, le grida notturne. Ci rinunciò, dicono. Sabato, invece i mazzieri sono stati di parola. " Il mancato rispetto delle leggi, (che dovrebbero essere uguali per tutti quelli che abitano lo stesso territorio) e il mancato intervento dell'Istituzione, costituiscono il primo passo per il contagio xenofobo.
Daniela Tani

alfonso ha detto...

Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani, disse qualcuno. La formula magica è stata alla fine trovata e si chiama, “tolleranza zero!” Ed è davvero magica, la formula, perché in un colpo solo riesce ad unire tutti i video-italiani e questi con la classe dirigente: un vero miracolo!D’accordo. Benissimo, “tolleranza zero!” sia, ma alla lettera, ma sul serio.
E allora bisognerà cominciare col riconoscere che una sola volta, nell’intera storia d’Italia, una politica di “tolleranza zero!” è stata tentata: nell’anno di grazia 1992, a partire dall’inchiesta passata alle cronache come “Mani pulite”. Un’ inchiesta che non ha guardato in faccia a nessuno. Una “politica” nata per caso, per merito di magistrati che facevano solo i magistrati, applicando quanto sta scritto in tutti i tribunali (e puntualmente disatteso): la legge è uguale per tutti. Sapete tutti come è andata a finire, è arrivato l'Uomo delle Televisioni e in breve tempo, anche agli occhi e alle coscienze dei video-italiani, i furfanti son diventati persone per bene e i magistrati, delinquenti.
“Tolleranza zero!” significa contrasto sistematico allo scippo, ai piccoli reati della microcriminalità, ma anche guerra senza quartiere ai macroscippi della criminalità d’establishment: falso in bilancio, tangenti, voto di scambio… corruzione, malaffare, intrecci perversi fra la politica, finanza, criminalità organizzata…
Altrimenti non è “tolleranza zero!”, lo dice la parola stessa, è privilegio-impunità per la criminalità dei quartieri alti e caccia alle streghe per chi non ha santi in paradiso. Ingiustizia schifosa, insomma. Non solo lurida sul piano morale ma inefficace e anzi controproducente su quello pratico, della sicurezza.
Per almeno due motivi. Perché non incide sulle leggi di procedura – alcune nate “ad personam”, altre allegramente bipartisan - che hanno vanificato la certezza della pena (oltre ad applicare a tutti i tre anni di sconto dello sciagurato indulto), e perché intaserà i tribunali di procedimenti contro l’immigrazione clandestina, consentendo che per ogni altro reato sia ancora più facile farla franca (incentivando così il crimine nostrano), e riempirà le carceri di clandestini che non hanno commesso alcun reato. Ma scusate, quando si dice che il “rumeno” che intende delinquere viene in Italia perché qui è più facile che in Romania, cosa si ammette se non che il problema dell’illegalità è tutto nostro e che il “delinquente rumeno” non c’entra niente? Infatti egli non è ancora partito, non ha ancora messo piede in Italia… ma ha progettato di farlo, perché, appunto, qui è più facile.
Avete mai pensato a quante forme di “sicurezza” proprio l’immigrazione ha prodotto? Per le persone e le famiglie, anzitutto: le schiere delle badanti hanno consentito di passare da un welfare sociale ad un welfare privato, diffondendo l’assistenza alle persone al di là delle classi privilegiate. Vi è stata sicurezza anche per il sistema delle imprese, provviste di manodopera altrimenti introvabile. E sicurezza per il paese, visto che è stato proprio il contributo al Pil degli immigrati ad evitare rischi di recessione tra il 2003 e il 2005, a contribuire al pagamento delle pensioni di tutti.
Evidentemente il tema dell’insicurezza non può essere affrontato ricordando solo che le statistiche sull’andamento dei reati dimostrano, per quelli più gravi, una loro diminuzione. Il senso d’insicurezza non nasce solo dal diffondersi di fenomeni criminali, ma da una richiesta di protezione contro un mondo percepito come ostile, contro presenze inattese in territori da sempre frequentati da una comunità coesa, dunque contro mutamenti culturali. Era già successo negli anni dell’emigrazione dal sud verso il nord. Chi è giovane non lo sa, chi è meno giovane non lo ricorda più.

Post scriptum per Giuseppe: sulla legge 152/1975, le cose stanno come ho detto perciò ti prego di non insistere se non puoi provare che ho torto: se ne deduce che l’episodio di Firenze (niente di “particolarmente” grave, per carità…) rappresenta un inutile atto vessatorio nei confronti delle due signore egiziane. Punto.

Alfonso Picciullo

Antonia Arcuri ha detto...

Il velo nel vuoto della modernità

Due donne vanno per la piazza
su e giù a piccoli passi
senza guardarsi intorno.

Di se stesse offrono gli occhi
il resto è avvolto.


E' vietato!, dice qualcuno
Strappate quel velo!

Perchè', dicono le due donne
a noi sta bene così!

Vi vogliamo liberare!
Chissà quanto soffrite!

Siete male informati
-Il velo ci esonera
dai vostri sguardi
dai sentimenti filtrati
dalle vostre mode
il velo ci tiene
ci scalda e ci rinfresca
sotto il velo possiamo odiarvi
possiamo desiderarvi
sotto il velo possiamo essere
quello che vogliamo.

Volete un velo anche voi?

Antonia Arcuri

Redazione Dialogos ha detto...

Daniela penso che ciò che sta avevnendo a Roma c'entri ben poco o forse si su quanto noi stiamo dibattendo. A Roma negli ultimi giorni c'è una escalation di atti intimidatori da parte di frange di estrema destra. Attacchi alle vetrine degli immigrati, attacchi ad un giornalista di una radio che parla di gay, quello che è avvenuto alla Sapienza di Roma ecc... Mentre Antonia penso che non hai capito il senso del discorso fatto da me e Daniela. Nessuno vuole liberare e civilizzare nessuno,solamente che le regole vanno rispettate da me, se giuste, come da un immigrato. La legge è uguale per tutti. Poi non capisco vogliamo un velo anche noi? E perchè non vogliono una minigonna anche loro?

Giuseppe Crapisi

Antonia Arcuri ha detto...

A me sembra che le idee espresse da Giuseppe e Daniela appartengano all'ordine del discorso di Creonte, e alla legge dello stato. Io parteggio per Antigone che sfida quelle leggi e si appella a quelle universali del sentimento umano.

Antonia Arcuri

Stranistranieri ha detto...

Per Giuseppe: Già, perchè?
Per Antonia: Appunto,stiamo parlando di sentimento, perchè non venga urtato quello di nessuno.

Redazione Dialogos ha detto...

premetto che sono felice perchè per l aprima volta grazie all'articolo di Daniela da me condiviso abbiamo aperto un bel dibattito anche se in realtà siamo in pochi. Ripeto Daniela ciò che avviene a Roma secondo me è indice di una ventata di razzismo che si è risvegliato ed è spinto da dichiarazioni di esponenti politici e fomentata dai mezzi di informazione. Forse però c'entra perchè dall'altro lato c'è stato troppo lassismo come dici tu e spesso noi dobbiamo rispettare le regole e gli immigrati no. Insomma volevo solo dire di aprire la prospettiva ma rimango d'accordo con te. Antonia è possibile che la mia sia una visione più legalistica ma è pur vero che quella legge di cui parliamo serve ed è stata pensata per l'ordine pubblico e quindi la sicurezza e quindi la vita umana.Tutti principi sanciti dalla Costituzione. Si può parlare se la legge sia giusta o sbagliata io penso che sia giusta e se e giusta va rispettata da tutti e in particolar modo da chi non è italiano.

Giuseppe Crapisi

alfonso ha detto...

E’ la legalità il nodo centrale. Su questo siamo tutti d’accordo. Il ripristino della legalità può avvenire solo restituendo efficienza e agibilità alle forze dell’ordine e alla magistratura. E’ l’esatto opposto di quello che è stato fatto in questi anni, e non per dabbenaggine ma per preciso calcolo.
Vi avevo inviato un breve articolo tratto da “L’espresso” di questa settimana a testimonianza di quel che sto dicendo, avete ritenuto di non pubblicarlo… provo allora a riassumerlo io, il titolo è:
“Giudici, lavorate meno. E’ un ordine!” Non si tratta di una battuta, né di una provocazione: lo dispone la circolare inviata a tutti i magistrati dal presidente del Tribunale di Venezia. Non c'è personale nelle cancellerie e quindi è inutile convocare udienze che nessun segretario verbalizzerà.
Per questo il presidente Attilio Passanante ha chiesto ai magistrati di ridurre la durata delle udienze, diminuire il numero di fascicoli per ciascuna udienza e di scegliere la data per processi e decisioni «non a breve termine». In pratica, ha consigliato di fare tutto ciò che serve per rendere più lenti i processi. E questo vale sia per i giudici penali che per quelli civili. Così ci sarà ancora meno giustizia e sempre più in ritardo. Passanante motiva la sua clamorosa decisione con la crisi negli organici del personale. In più, scrive il presidente del Tribunale, mancano «adeguati strumenti informatici»: non ci sono pc funzionanti. Anche il consorzio di stenotipisti che trascrive udienze e deposizioni attende da un anno di ricevere i pagamenti dal ministero: in molti processi adesso i verbali si redigono a penna. Una disfatta. Che avviene nel cuore del Nord Est. Chissà poi cosa accadrà quando bisognerà smaltire pure i processi per il nuovo reato di immigrazione clandestina.
Di fronte a questo scempio, scientificamente provocato, la classe politica sta consumando ora il più criminoso dei disegni: quello di alimentare prima, ed inseguire poi, le pulsioni più violente ed intolleranti pur presenti in larghe fette della nostra società malata.
Lo dico senza tanti giri di parole, papale… papale…, mi piacerebbe vedere, in questa situazione, che le persone più “attrezzate”, culturalmente ed intellettualmente, come certamente sono Giuseppe e Daniela, non si prestassero a questo disegno e che dessero una mano, ciascuno per quello che può e pur mantenendo le proprie opinioni e riserve su tutto ciò che concerne il “mondo” dell’immigrazione, a contrastare questa ventata putrida che si sta sollevando e che non ci porterà nulla di buono. E’ garantito dalla Storia.
Giuseppe si dice preoccupato per quello che è avvenuto a Roma e fa bene ad esserlo, ma se ci riflette un po’ capirà che è molto più “preoccupante” quel che è avvenuto al campo rom di Ponticelli. Lì non c’erano i soliti naziskin che saltano fuori al primo focolaio di tensioni sociali (sempre ineliminabili nella società moderna), in Italia come altrove. A Ponticelli c’erano giovinastri forse assoldati dalla Camorra (l’Antistato) e tanta gente, “normale”, persino anziani, che si sono sentiti legittimati dalle irresponsabili dichiarazioni di questi giorni da parte di esponenti del governo (lo Stato). Guardate, che pur nelle condizioni più difficili, pur trovandosi a vivere un profondo disagio come quello in cui versa la popolazione di Ponticelli… non è così semplice decidersi a partecipare ad un atto criminale di estrema gravità. Chi, o cosa, ha fatto loro ritenere che quel che stavano per commettere, nel contesto generale, non era poi così grave? Da chi pensavano d’aver ottenuto quella specie di “licenza di auto-giustizia”? Sarebbe questa un’altra interessante discussione da aprire.

Alfonso Picciullo