mercoledì 28 maggio 2008

Il caso Napoli è il caso Italia ?


Nei giorni scorsi i servizi dei telegiornali ci hanno riportato le immagini degli scontri avvenuti in Campania, nel napoletano in particolare, tra le forze dell’ordine e gruppi organizzati di cittadini che avevano predisposto dei blocchi stradali all’ingresso di alcuni dei siti individuati dal Governo per la realizzazione di nuove discariche, che serviranno a fronteggiare l’emergenza rifiuti che in Campania sembra non avere fine.

In particolare il presidio “anti-discarica” di Chiaiano, nei pressi di Napoli, è stato il luogo dove sono avvenuti gli scontri più duri tra manifestanti e forze di polizia, con alcuni feriti sia tra i cittadini che tra gli agenti. Solo nella prima mattinata di Martedì, dopo un lungo e aspro confronto tra il sottosegretario all’emergenza rifiuti Guido Bertolaso, le autorità, gli amministratori locali e i cittadini che avevano organizzato i blocchi, questi ultimi hanno scelto di desistere dalla protesta ad oltranza, consentendo ai tecnici dell’Agenzia campana per i rifiuti di entrare nella cava di tufo che ospiterà la discarica, per effettuare i necessari rilevamenti. La situazione è però costantemente monitorata, poiché non è affatto detto che la protesta sia conclusa.

Nel frattempo, a Napoli e in altre città della provincia, sono continuati i roghi di montagne di rifiuti, ammassati da mesi nelle strade, e il primo vero caldo estivo non fa che complicare ulteriormente le cose.

Da quando il caso dei rifiuti di Napoli e della Campania è esploso, non passa giorno che qualcuno non intervenga sull’argomento, per lo più per rammaricarsi della penosa immagine che Napoli e l’Italia danno al resto del mondo. Certo, anche questo è un problema, per carità. Ma le ultime scene partenopee che ci sono giunte attraverso le televisioni, a mio avviso, ci dovrebbero fare preoccupare seriamente, e non tanto per una questione di immagine, quanto piuttosto per il rischio concreto che corre la credibilità delle istituzioni, sempre che non l’abbiano già persa del tutto. Le immagini degli scontri di Chiaiano, infatti, dei blocchi dei cassonetti legati con il filo spinato, sono l’emblema dell’incapacità della politica, o quantomeno dei ritardi e delle inefficienze di essa. Sindaci costretti quasi a pregare i manifestanti di smettere le proteste, e solo ora che viene annunciata una linea di fermezza e rigore da parte del governo nazionale, probabilmente non sono più rappresentanti di un territorio, di una popolazione, ma sono ormai costretti al ruolo di mediatori tra Roma e i cittadini. E’ un paradosso, perché i sindaci e le amministrazioni locali dovrebbero semmai essere la voce dei cittadini a Roma (oltreché in casa propria, naturalmente).

La domanda che bisognerebbe porre e porsi è la seguente: di quanti “casi Napoli” è capace l’Italia di oggi? Il problema dei rifiuti in Campania è probabilmente una questione solo campana, d’accordo. Ma quanti altri problemi irrisolti o mal risolti esistono nel nostro Paese, e che ancora non sono saltati fuori con la violenza e l’esasperazione che abbiamo visto a Napoli?

Senza volere essere profeti di sventura, è meglio che la politica inizi ad affrontare certe situazioni con serietà e impegno, che inizi a guardare nei fatti agli interessi dei territori, delle città, dei cittadini. Prima che tanti (troppi) italiani decidano di legare i cassonetti col fil di ferro.

Giuseppe Alfieri

2 commenti:

alfonso ha detto...

Dall’Unità d’Italia ad oggi, tutto quel che succede a Napoli rappresenta o un’anticipazione di quel che succederà presto nel Paese o l’immagine riflessa, sicuramente ingigantita e deformata della realtà di questo Paese. Il problema rifiuti non è, purtroppo, un problema solo “locale”. Secondo Legambiente, nel suo rapporto "Le nuove frontiere dell’Ecomafia", l’intero business supera i 20 miliardi di euro all’anno.
Il preoccupante fenomeno ha il suo epicentro nel Mezzogiorno dove si registra il 40 per cento delle decine di migliaia di reati contro l’ambiente denunciato ogni anno in Italia. Le regioni più interessate sono, infatti, la Puglia, la Basilicata, la Sicilia e la Calabria, ma il triste primato di illegalità ambientali, riferite sia al ciclo dei rifiuti sia a quello del cemento, spetta alla Campania. Il meccanismo è quello caratteristico del circuito economico dell’ecomafia: parte dal controllo sul territorio e sulle attività estrattive e conduce alla trasformazione delle cave in discariche per ogni sorta di rifiuti. I fanghi di depurazione e i rifiuti industriali liquidi, formalmente destinati a inesistenti impianti di depurazione e riciclaggio, sono più spesso sversati direttamente nel territorio. E proprio i rifiuti tossici, provenienti da ogni parte d’Italia, costituiscono il nocciolo del problema: la chiusura dei conti con il passato è il nodo mai sciolto. Love Canal, la più famosa discarica degli Stati Uniti, quella che inquinava la cascate del Niagara, è stata bonificata grazie a lavori durati 21 anni e costati 400 milioni di dollari. In Campania invece il patto «nuovi impianti a regola in cambio della bonifica del pregresso» non è stato rispettato. Così l’inquinamento procede a strati, come in uno scavo archeologico: sotto i rifiuti tossici e forse radioattivi degli anni d’oro dell’ecomafia, sopra quelli degli scarichi abusivi più recenti, in cima gli ultimi rifiuti, quelli che godono di un bollo di ufficialità che si sta già appannando.
Capire più profondamente quel che succede a Napoli è difficile sia per quelli che non vi hanno mai vissuto, sia per quelli come me che non vi vivono da tanti anni. Quando lasciai Napoli, nel 1975, il termine “cammurrist” (dialettale) serviva solo ad indicare un bambino particolarmente vivace. Era un termine incomprensibile ai più. Quelli un po’ più informati, sapevano di una setta clandestina che aveva conosciuto il suo massimo “splendore” (molto folklore e incidenza marginale nella vita pubblica) fra la fine dell’ottocento e gli inizi del novecento, quando fu completamente debellata. Nel ’75 il PCI vinse le elezioni amministrative e Maurizio Valenzi guidò la prima giunta di sinistra a Napoli. Bassolino aveva vent’otto anni ed era segretario della federazione avellinese del PCI, la Jervolino ne aveva già una quarantina, di anni, e se ne stava nella DC (vice-presidente della Federazione Femminile). La città stava appena uscendo dalla “emergenza colera” e stava per iniziare la “emergenza disoccupazione”, contrassegnata dalla nascita dei comitati di “disoccupati organizzati”. Parlare di qualcosa di organizzato, a Napoli, è una vera contraddizione in termini, infatti i comitati sorsero come funghi, ogni quartiere aveva il suo: c’erano quelli di destra e quelli di sinistra, in base alla caratterizzazione politica delle varie zone della città. I comitati organizzavano le proprie “liste” di disoccupati, spesso in lotta gli uni con gli altri. Tra i “fondatori” dei disoccupati organizzati ci fu quel Mimmo Pinto che in vita sua è stato tutto: è stato in Lotta Continua, è stato radicale, socialista, forza italiota. Si acconciò, alla fine, a salire a bordo dell'amministrazione Bassolino, che lo mise ad occuparsi di rifiuti.
Mentre ancora imperversava la “emergenza disoccupazione”, scoppiò la “emergenza terremoto”, poi la “emergenza ricostruzione” e, con essa, la “emergenza camorra” che, a sua volta, ha partorito la “emergenza rifiuti”. L’emergenza sicurezza, no. Quella, almeno, è a carico degli zingari.
Di emergenza in emergenza si vive…
E davvero Napoli è lo specchio di questo Paese.

Alfonso Picciullo

Antonia Arcuri ha detto...

Sono convinta anch'io che ciò che accade a Napoli è un sintomo, cioè un segnale di un malessere profondo che
riguarda tutta l'italia.
Curare solo il sintomo serve a poco, perchè il malessere emerge da un'altra parte. Sono d'accordo con l'analisi di Alfonso,il problema è molto complesso e riguarda la gestione politica dell'Italia.
Come faremo?
Antonia Arcuri