venerdì 16 maggio 2008

Cercare un altro mondo / 4

Leggi la terza parte


Dove credi di andare,

Se il tempo che è passato

Non passerà mai...

Con tante navi che partono

nessuna ti porterà lontano da te.

(Sergio Endrigo)


associazioni fra emigrati, presenti in modo notevole a New York ma anche in tutte le altre città americane dove esistono colonie italiane, hanno caratteristiche simili. Spesso servono soltanto a poche persone, che approfittano della fiducia altrui. In ogni caso, i fondi sociali non sono abbondanti.

“Servono principalmente alle feste sociali, ai banchetti, alle famose parate che hanno luogo per le celebrazioni italiane o americane, laiche o religiose. In tali occasioni le società organizzano grandi processioni, speso parecchie si riuniscono per rendere più importante la manifestazione, e con vessilli spiegati e bande musical, precedute da marescialli a cavallo, percorrono le strade della città” (Luigi Villari 1912).

Vi sono però tracce di altre aggregazioni tra bolognettesi che vivono in America: un gruppo aveva formato una “Loggia notar Benanti n. 94 dell’Ordine dei figli d’Italia in America”.

Lo testimonia una bandiera tricolore con stemma sabaudo e questa scritta, custodita tra i documenti della Società S. Antonio. Non conosciamo però i rapporti tra le due formazioni. L’Ordine dei figli d’Italia in America, che pubblicava un bollettino ufficiale bilingue, era stato fondato all’inizio del secolo dal medico Vincenzo Sellaro ad Albany, N.Y, aveva come motto quello della rivoluzione francese “libertà, uguaglianza, fraternità” e lo scopo di diffondere la cultura italiana in quella parte del mondo, un modo per “aiutare la massa d’emigranti e dar loro un valido aiuto ad inserirsi meglio nel paese d’adozione.

Bisognava elevare l’emigrante al ruolo di cittadino, dargli fiducia, disciplinare le sue attività collettive, e far conoscere una nuova collettività che sarebbe emersa in quella luce migliore come più degna stima e parità con il resto della nazione americana” (De Luca 1997).

La sezione bolognettese dei “Sons of Italy” era significativamente intitolata al notaio Vincenzo Benanti, a lungo consigliere comunale e poi sindaco di Bolognetta dal 1880 al 1888, protagonista del cambiamento di nome del paese da quello seicentesco di S. Maria dell’Ogliastro in quello di Bolognetta, avvenuto nell’ottobre 1882.

Mentre molti sodalizi dello stesso genere non hanno una sede fisica o la cambiano con grande frequenza, il club dei bolognettesi può vantare una sede fisica e legale che manterrà per più di sessant’anni, in Elizabeth Street, tra Spring e Prince Street, al numero civico 203, dove viene sistemata anche una statua del santo protettore di Bolognetta, Antonio da Padova. Nel 1905 una statua del santo, molto simile a quella presente nella Chiesa madre del paese siciliano anche se di dimensioni leggermente ridotte, viene fatta arrivare su una nave dall’Italia per iniziativa, pare, del presidente Filippo Rinaldi di Salvatore e posta nella sede della Società, divenendo oggetto di grande venerazione da parte dei soci, e non solo. E’ probabile che la convinzione, presente in molti degli attuali iscritti, che il Club fosse sorto nel 1905, derivi dalla data di arrivo del simulacro, che dovette costituire un evento miliare nella storia del Club.

Il 13 giugno di ogni anno, tutti gli oriundi bolognettesi si radunavano in Elizabeth Street per la festa del loro patrono, cui affidavano le loro preghiere e le loro offerte, le loro speranze e gli ex-voto di ringraziamento, avendo così la possibilità di rivedere amici, parenti e conoscenti sparsi in città e stati spesso lontani ore ed ore di viaggio.

Le cronache dell’emigrazione all’inizio del secolo si soffermano sulle tradizioni religiose della comunità meridionale a New York. “I siciliani che abitano in quella via [Elizabeth Street] non lasciano passare una settimana senza festeggiare un santo - scrive con un po’ di esagerazione uno studioso italiano (Cantelmo 1906) -.

In questa occasione la via è decorata, da un’estremità all’altra, da una fitta serie di archi di lampioncini tricolori. Un altare viene eretto sul marciapiedi e il santo vi viene collocato sotto un baldacchino a frange di similoro con numerose candele tutto intorno.

I fedeli vanno a pregare davanti all’altare e lasciano il loro obolo in un vassoio messo con grande previdenza a portata di mano. Una banda musicale fa prova di resistenza andando in su e in giù tutto il giorno e soffiando eroicamente nei suoi ottoni…”.

­­ Per altri osservatori, non si tratta solo di folklore ed apparenza, ma anche di genuina religiosità. “Fu così che… nacque un nuovo senso di solidarietà che andava al di là delle divisioni regionali e che corrispondeva al bisogno di mantenersi legati alle proprie radici. La fede e la devozione - scrive Lydio Tomasi, studioso del “Center for Migration Studies” di New York - unirono il vecchio ed il nuovo mondo in un lento ma vitale processo di integrazione. Il gruppo italiano divenne una delle maggiori componenti del cattolicesimo americano apportandovi il contributo di un fervido e originale senso della vita”.

Antonio da Padova era nato in Portogallo nel 1195 come Fernando di Bulhan ed era morto nella città veneta il 13 giugno 1231 a soli 36 anni.Il culto per questo santo, raffigurato dall’iconografia tradizionale con un giglio e un Bambino Gesù in braccio in atteggiamento confidenziale, e conosciuto per la varietà dei miracoli a lui attribuiti, ha raggiunto dimensioni universali. A Bolognetta, dove Antonino (Nino, Ninetta) è uno dei nomi di persona più ricorrenti accanto a quelli di Maria, Giuseppe e Salvatore, il Santo viene celebrato con solennità il 13 giugno di ogni anno o la domenica successiva, preparata da tredici sere di preghiere (la Tredicina) in chiesa, davanti alla cappella a lui dedicata. Nel tempo, le giornata di festa sono diventate tre, specialmente quando il 13 giugno cadeva vicino alla domenica.

La tradizione voleva che la “Deputazione di S. Antonio”, una delle più importanti congregazioni laiche del paese (le altre erano la Congregazione del Sacramento e quella di San Giuseppe), raccogliesse nei mesi precedenti i fondi per la festa, bussando alle porte dei cittadini e distribuendo santini. La raccolta principale avveniva con un corteo a cavallo, la mattina dei giorni di festa. Nelle bisacce sul dorso delle bestie venivano raccolte le offerte in frumento fatte dai contadini. Importante momento è la Messa cantata di mezzogiorno con uno speciale panegirico curato da un padre predicatore giunto per l’occasione da un convento vicino (Tagliavia, Ciminna o Palermo). A sera si svolge la processione del pesante fercolo in legno (la “vara”) con la statua del santo, sollevata e portata a spalle da sedici-venti giovani prestanti che dandosi il turno conducono il Santo per le strade principali del paese, quelle “rituali” della processione, cioè via Vittorio Emanuele, Via Romano, Via Diaz (la “strada nuova”), via Roma. I giovani del paese considerando un onore svolgere il ruolo di “portatori” facevano a gara per ottenerlo e prenotavano per mezzo di fazzoletti annodati ai quattro bracci della “vara”. Un fedele particolarmente robusto ed esercitato portava durante il corteo religioso ”u stinnardu”, un palo in legno di circa sei metri che, al ritmo dei rulli di tamburo, passava da una mano all’altra, sui fianchi e sul mento con sapienti giochi di equilibrismo. Ad un certo punto la processione si fermava perché i fedeli potessero assistere alla “vulata di l’ancili”, la volata degli angeli, effettuata da due fanciulle o fanciulli tenuti alle spalle con robuste corde poste tra un balcone e l’altro di una grande strada. I due, incontrandosi in aria, si scambiano le battute in versi delle “raziuneddi”, orazioni in onore del santo mandate a memoria.

Durante il corteo i fedeli pregando e cantando portano ancora oggi il cero o camminano scalzi per chiedere qualche grazia. Nelle fermate, agli incroci delle strade principali, i devoti fanno le loro offerte al santo, che possono essere biglietti di banca o collanine, anelli, orecchini in oro o argento dati come ex voto per le grazie chieste o ricevute, tutti appuntati su uno o più drappi di velluto. La festa è conclusa a tarda notte dal lampeggiare dei giochi d’artificio che durano anche mezz’ora.

Per le vie di New York, come a Chicago ed altrove, viene d’altro canto riprodotto, adattandolo alla situazione, lo stesso tipo di modalità organizzativa utilizzato in Sicilia. “La festa del patrono - racconta la sociologa Marie Levitt, in un manoscritto sulle feste patronali dei siciliani in America - è il più grande evento dell’anno, superato per importanza solo dalla Pasqua. Il gruppo responsabile dell’organizzazione affigge manifesti che annunciano la data e il programma, e con l’aiuto di alcuni membri prepara la celebrazione in tutti i particolari…” (Thomas 1921).

Santo Lombino (4-continua)


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