martedì 1 aprile 2008

Tibet, Olimipadi e diritti umani


In questi ultimi tempi il tema della Cina e delle Olimpiadi è sempre in primo piano. Si chiede ai paesi e agli atleti di boicottare i giochi o come ha minacciato il presidente francese Nicolas Sarkozy, la cerimonia di apertura. In questi giorni inoltre è esplosa con veemenza la questione del Tibet e dei diritti civili nella regione cinese. La questione del Tibet inizia dal 1950 quando le truppe di Mao con il pretesto che il Tibet, secoli prima, era stato conquistato dai Mongoli e appartenevano allo stesso impero invase il Tibet e ne fece una sorta di protettorato. Da allora la storia narra di persecuzioni, distruzione e morte. Nell’era della globalizzazione la questione cinese e delle olimpiadi ovviamente è più economica che sportiva. La Cina è una delle potenza da cui dipende una grossa fetta dell’economia mondiale, la Cina compra e vende da tutti e a tutti. Discorsi se ne fanno tanti,sappiamo che in Cina i diritti umani sono calpestati continuamente,ma a 4 mesi dalle olimpiadi pensare ad un boicottaggio, a cosa già fatte ed organizzate, forse è un po’ tardivo. Fare pressione ad una potenza economica è sempre difficile e credo che in qualunque caso la Cina sarebbe stata destinata ad ospitare le olimpiadi, però non mancano certo i mezzi per fare pressione. Sicuramente i ricatti economico-finanziari sono inutili perché si ritorcerebbero contro il resto del mondo, ed è questo che le “Grandi potenze “ vogliono evitare e per questo vergognosamente tacciono, come tacciono tra l’altro su questo tema i concorrenti alle elezioni politiche italiane. Sarebbe bello che tutti gli atleti e gli spettatori, durante le gare si dipingessero colori del Tibet su un piccolo lembo di pelle cis da portare la protesta nel cuore della Cina e dell’evento.; cosa che preoccupa già il Comitato olimpico americano che chiede ai propri atleti comportamenti sobri e non come fecero, a loro avviso, Tommie Smith e John Carlos sul podio di Città del Messico in occasione delle olimpiadi del 68, quando i due atleti di colore per fare da eco alla protesta antirazzista salirono sul podio alzando un pugno vestito da un guanto nero. Confidiamo almeno nei comitati olimpici nazionali che siano cosi coraggiosi nello spirito dei giochi olimpici, quando le guerre si fermavano per dare vita ai giochi, di dare una lezione ai grandi per dare coraggio ai tibetati ed ai cinesi; infattinon si tratta di parteggiare per una parte politica ma per un popolo che a memoria d’uomo ha fatto della spiritualità perno centrale della loro storia.

Milazzo Francesco

3 commenti:

Antonia Arcuri ha detto...

E' stato fatta una richiesta, da parte del movimento nonviolento,all'organizzazione dei giochi olimpici, di invitare gli atleti, nel momento della premiazione, a chiudere i pugni e incrociarli sopra la testa.
Il gesto indica: sono anch'io prigioniero.
Antonia Arcuri

alfonso ha detto...

Certi discorsi sul boicottaggio non solo sono tardivi ma anche odiosamente ipocriti, infatti la brutale repressione in Tibet nulla aggiunge o toglie al desolante quadro dei diritti umani in Cina: il ricorso alla pena di morte (migliaia di esecuzioni all’anno e per un alto numero di reati), alla tortura e alla detenzione arbitraria, le restrizioni alla libertà d'espressione (cui saranno in parte sottoposti anche gli atleti che parteciperanno ai Giochi), di religione e d'associazione. Lo sfruttamento intensivo, ai limiti della resa in schiavitù, della forza lavoro. Giusto sarebbe stato il boicottaggio all’assegnazione dei Giochi, ma anche a queste decisioni sovrintende, è ovvio, il WTO: la Cina non solo è una potenza in grado di produrre plusvalenze su scala mondiale, ma detiene il 75% del debito pubblico americano! Cosa c’entrano i diritti umani, di quattro monaci straccioni o foss’anche di milioni di contadini e operai cinesi? I “diritti umani” producono plusvalenze? No, e allora di cosa parliamo? Avanti e zitti!
Ma perché ancora serbiamo il ricordo del gesto di protesta di Tommy Smith e John Carlos a Città del Messico, a distanza di quarant’anni, mentre quasi non ci ricordiamo di boicottaggi e contro-boicottaggi più recenti? Il motivo sta nel fatto, io credo, che quel gesto richiamava un valore universale, l’uguaglianza di tutti gli esseri umani, non circoscrivibile nello spazio (geopolitico) né nel tempo (anch’esso politico), ecco perché considererei riduttivo, probabilmente un errore, se eventuali gesti di protesta (già peraltro “sconsigliati” dai vari Comitati Olimpici, affiliati al WTO!) da parte degli atleti o delle delegazioni durante i Giochi si focalizzassero sulla questione tibetana, farebbe il gioco delle autorità cinesi che puntano su una “riduzione del danno”, cioè su di una banalizzazione del tipo… in fondo di questioni “tibetane” ve ne sono molte altre al mondo, e scagli la prima pietra…! Molto più imbarazzante sarebbe il dover rispondere della generalizzata e sistematica violazione dei Diritti dell’Uomo in ogni angolo della Cina.
Di questi temi, però, dovremmo occuparci con maggior attenzione e continuità. Ci sono tantissime organizzazioni che in tutto il mondo pongono al centro della propria attività il rispetto dei diritti umani, esse non assurgono mai alle prime pagine di giornali e telegiornali (e nemmeno alle ultime) ma che grazie alla Rete, oggi, riescono a diffondere una dettagliata informazione. Prestiamo loro più interesse, riguardano anche il nostro Paese nel quale avvengono cose di inaudita vergogna, che coinvolgono la vita di milioni di persone e si consumano nell’indifferenza generale, complice un’informazione sempre più grancassa mediatica dei Poteri a cui è asservita e mai al servizio dei cittadini come dovrebbe. Nello specifico mi riferisco agli accordi Italia-Libia in materia di immigrazione clandestina.
Risale al luglio 2003 il primo “storico” accordo fra l’Italia (governo di Berlusconi) e la Libia di Gheddafi per “combattere l’immigrazione clandestina”. I termini di quell’accordo sono tutt’ora segreti, ma ben presto si rivelarono per ciò che veramente erano: una cooperazione per la deportazione di due milioni di migranti, in mezzo ai quali far sparire anche migliaia di clandestini arrivati nel nostro paese. Da Roma partirono subito, per Tripoli, gommoni, fuoristrada, pullman, attrezzature fotografiche subacquee, visori notturni, migliaia di tende da campo, coperte e materassi per i centri di detenzione. Partì anche qualche migliaio di sacchi per cadaveri. Torture, pestaggi e violenze sessuali rappresentavano solo una parte del campionario di abusi subiti ogni giorno dai clandestini catturati, così come denunciò nel settembre del 2006 un rapporto pubblicato da Human Rights Watch (Associazione che si occupa dei diritti umani e che ha sede a New York).
Abusi di cui il governo Berlusconi si rese evidentemente complice col rimpatrio forzato (anche questo prevedeva l’accordo) di migliaia di clandestini da Lampedusa, cui sarebbero stati negati i più elementari diritti sanciti dalla “Convenzione ONU per i Rifugiati” (1951) e consegnandoli alla mercé di uno stato che quella Convenzione si è sempre rifiutato di sottoscrivere. Insomma, alla Libia il compito di svolgere nel silenzio del deserto quel lavoro sporco che l’Italia non potrebbe svolgere qui, in mezzo all’Europa. Che cosa sia stato concesso veramente in cambio non è dato sapere, anche perché potrebbe essere in violazione all’embargo che USA e UE decretarono nei confronti della Libia dopo l’attentato di Lockerbie.
Le accuse di HRW non rimasero isolate, anche l’Alto Commissariato dell’ONU per i Rifugiati denunciò nel marzo del 2005 la politica quanto meno “sbrigativa” delle autorità italiane, proprio all’indomani dell’ennesima deportazione in Libia di centinaia di clandestini dal nostro territorio.
HRW raccolse numerose testimonianze che denunciavano maltrattamenti da parte delle autorità libiche, dalla tortura alle detenzioni illegali, alle quali ci si poteva sottrarre dietro pagamento di congrue mazzette, abusi sulle donne, a cui vanno aggiunti il drammatico sovraffollamento dei centri di “accoglienza”(si fa per dire!) e le terribili condizioni igienico-sanitarie.
L’ultimo accordo è del 29 dicembre 2007, siglato da Giuliano Amato per conto del governo Prodi, allo scopo di “muovere guerra all’immigrazione clandestina”. Ancora una volta il roboante linguaggio ufficiale nasconde la cruda e misera realtà, soprattutto in considerazione del fatto che il governo libico ha annunciato, un paio di mesi fa, di voler procedere all’espulsione, senza eccezioni, di tutti i clandestini presenti sul proprio territorio. Tutti. Indifferentemente, donne e minori, richiedenti asilo e rifugiati provenienti dal Corno d’Africa. E’ stato documentato, senza ombra di dubbio, anche il destino di chi è espulso dalla Libia: condotto nel deserto e lì abbandonato, preda dei banditi o destinato a morire di fame e di sete.
Sono molte le Associazioni, fra cui ARCI, Amnesty International, ASGI, Save the Children e altre, che chiedono, nel silenzio generale dei media:
1) Al Governo Italiano e all’UE di esercitare immediate pressioni sulla Libia affinché non attui l’annunciato programma di espulsioni.
2) Al Governo Italiano di rendere noto il contenuto degli accordi sin qui stipulati con la Libia nel settore dell’immigrazione.
3) Al Governo Italiano di sospendere immediatamente gli attuali accordi.

Alfonso Picciullo

Stranistranieri ha detto...

Infatti questi tardivi boicottaggi all'acqua di rose, servono solo a scaricare un po' le coscienze. Niente potrà intromettersi alla vertiginosa scalata dell'economia cinese, cresciuta anche sull'assoluta negazione dei diritti umani.