mercoledì 23 aprile 2008

Cercare un altro mondo. Quando gli emigrati eravamo no i /2

Leggi la prima parte

Figure sul molo
Ancore benedette si tengono insieme
con il filo del ritorno.
Se uno parte è perché l’altro si ferma,
si consegna al suo sguardo,
un punto vago nello spazio distante.
Ancore benedette radici del mare.
E’ l’altro che esiste nel luogo di un incontro. (A.Arcuri)

La cosiddetta grande emigrazione italiana è stata definita “un’emigrazione temporanea ripetuta ed anche migrazione “stagionale intercontinentale”. Dato che il fenomeno si sviluppò prevalentemente nelle regioni agricole, si cercarono le cause di esso nella crisi dell’agricoltura dovuta in gran parte al brusco e prolungato abbassamento dei prezzi del grano, importato in grandi quantità dalle Americhe, nella povertà del suolo, nello sfruttamento sfrenato dei lavoratori agricoli da parte dei proprietari terrieri, nell’arretratezza dei contratti agrari. Ma nell’emigrazione molti contadini esprimevano, secondo altri osservatori, “una protesta muta contro le condizioni a cui nella dolce patria erano costretti”. La coincidenza temporale con la sconfitta dei “Fasci dei lavoratori”, il movimento che aveva unito molti “iurnateri, metateri e viddani” siciliani per chiedere condizioni di vita più umane e contratti di lavoro più dignitosi nelle campagne, portò molti osservatori a vedere nella partenza di tanti semplici lavoratori ma anche militanti e dirigenti sindacali e politici, una “diretta conseguenza della sconfitta di quel movimento”, ovvero un modo pacifico e civile di cercare un’alternativa all’oppressione imperante nei centri dell’entroterra dell’isola dove gli agrari ed il governo di Francesco Crispi rendevano la vita ormai impossibile. E poi c’era l’attrazione esercitata dalle notizie a volte strabilianti che provenivano dall’America, dove si poteva, secondo il racconto di tanti, guadagnare molto e con poca fatica e sottrarsi all’aria pesante del controllo dei campieri. La paga giornaliera era negli Usa di due o tre dollari al giorno, e chi sapeva risparmiare poteva anche farsi un gruzzolo di mille dollari all’anno. L’emigrazione è comunque un atto di rottura con la situazione dell’isola. “Il siciliano che affronta l’avventura dell’ignoto, quale che ne siano il costo e il sacrificio - scrive Francesco Renda (1985) -, è un uomo che non si dà per vinto e neppure si rassegna o si dispera, ma al contrario riafferma il suo diritto alla vita, progetta di cambiare la sua condizione d’esistenza, e, buona stella permettendo, qualche volta riesce anche a far fortuna” . A S. Maria di Ogliastro-Bolognetta le condizioni di vita e di lavoro erano dure e difficili come nel resto dell’isola, e per campare chi non era artigiano o burgisi doveva alzarsi alle prime luci dell’alba per andare in piazza Cannolicchio, l’odierna piazza Caduti: lì passava il “soprastanti”, l’amministratore del grosso proprietario terriero, fosse il conte San Marco Filangeri, Di Salvo, Malleo, Monachelli o Lo Brutto, per scegliere i braccianti che dovevano lavorare quella giornata in cambio di un chilo di pane per la famiglia, quattro olive e un bicchiere di vino. Molti di questi lavoratori svolgevano ruoli diversi: in certi periodi dell’anno andavano a raccogliere limoni a Bagheria e a Villabate, nei giardini della Conca d’oro, avevano qualche “rampanti”, qualche “tummminu” di terreno a frumento, a vigna o ad olivi di loro proprietà ma per poter sopravvivere prendevano anche dai proprietari i terreni a gabella (pagamento in denaro), a tirraggiu (con pagamento fisso in derrate) o a metà (con la divisione finale del prodotto), e al momento del raccolto tornavano a casa con quel che bastava per saldare i debiti col barbiere, il negoziante, l’arciprete, con lo stesso proprietario che aveva gli aveva dato molti anticipi. L’analfabetismo era una piaga molto diffusa ed i bambini maschi andavano prestissimo a lavorare nel campi: nel 1892 c’erano solo tre alunni alla scuola elementare maschile, per la quale il Comune aveva difficoltà a trovare un’aula in affitto, e 14 alunne alla classe femminile (Lombardi 1892). A livello politico, la maggioranza dei duemila “regnicoli” residenti a Bolognetta non aveva voce in capitolo: le leggi consentivano di votare nel 1872 solo a ventuno persone che, oltre che saper leggere e scrivere, disponevano di un reddito sufficiente ad essere inseriti nella ”lista generale elettorale”: tra essi due notai, il farmacista del paese ed un agrimensore; tre di questi, proprietari di terreni e fabbricati, avevano il cognome Benanti, quattro Monachelli (di cui tre risultano essere fratelli, e di essi uno era arciprete e l’altro funzionario comunale), tre Romano (imparentati con i precedenti), due fratelli Orobello e due fratelli Bruno. Le liste degli aventi diritto al voto registrano per le elezioni amministrative 149 persone nel 1892 e 145 all’inizio del nuovo secolo, per quelle politiche 99 unità nel 1892. Non risulta che a Bolognetta si sia formato un “Fascio dei lavoratori” come a Villafrati, a Marineo, a Corleone, ma dovevano esserci molti simpatizzanti se il 5 gennaio 1894, pochi giorni dopo l’eccidio di Marineo (dove caddero uccise per le strade diciotto persone) le truppe del generale Morra di Lavriano, posta l’isola in stato d’assedio su incarico del governo Crispi, piombarono a Bolognetta per operare “arresti in massa” (Casarrubea 1978). Non sappiamo perchè non si sia fondato un “fascio” nel paese. Pesava probabilmente sulla memoria degli abitanti più anziani il ricordo dell’amara esperienza della sommossa popolare di trent’anni prima. La situazione era dunque assai pesante, ed ai bolognettesi che volessero tentare l’avventura americana non restava che raccogliere i soldi necessari all’intrapresa, prendere contatti con rappresentanti delle agenzie sempre in cerca di gente cui vendere i biglietti, fare una sera il giro del paese strada per strada, casa per casa, per salutare tutti, preparare il sacco o il baule, andare in treno o sul carretto a Palermo, superare la visita medica, passare qualche notte nelle locande più o meno pulite del porto, scansare i truffatori e gli imbroglioni, salire sui bastimenti per “andare via lontano/cercare un altro mondo”… Il viaggio in bastimento durava in media un mese ed era un mese di disagi e sofferenze, a volte di malattie. I nostri emigrati occupavano i ponti di terza classe: le stive delle navi erano sovraffollate ed i servizi igienici del tutto inadeguati alle centinaia di persone che viaggiavano costrette a stare accalcate in spazi insufficienti, poco aerati e illuminati. ”Figuratevi cinquecento persone ammassate in uno spazio di altrettanti metri cubi d’aria – scrive un testimone di fine Ottocento-con una ventilazione insufficiente in condizioni normali, più insufficiente allora, perché gli hoblots a murata del corridoio inferiore erano rasenti alla linea d’acqua, e gli altri col mare agitato non si potevano aprire… E’ il soverchio ammassamento, che fa dei piroscafi nazionali non trasporti di passeggieri, ma trasporti di carne umana. L’uomo vien considerato merce che va stivata diligentemente, fin nelle ultime frazioni di metro cubo, che la stazzatura rende disponibile a bordo; che poi la merce così trasportata presenti qualche avaria, poco importa” (Macola 1975). Quando una nave arrivava negli Stati Uniti, nel periodo che va dal 1892 al 1914, lasciava il suo carico umano nell’isoletta di Ellis Island, nel porto di New York, a due passi dalla statua della Libertà. Qui, i passeggeri che non erano di prima o seconda classe né cittadini statunitensi compilavano un questionario sulla loro condotta di vita, sulla loro salute, sugli scopi del viaggio, su eventuali contratti di lavoro, sul probabile luogo di residenza, sulle loro idee politiche e venivano sottoposti ad una meticolosa visita di controllo. Coloro che non erano giudicati sani di corpo e di mente venivano classificati “indesiderabili” e venivano rimandati al paese di partenza a spese della società di navigazione. I figli appena superati i dodici anni potevano essere separati dai genitori e le mogli dai mariti: anche la mancanza di una buona dentatura poteva essere causa di rifiuto.

Santo Lombino (2-Continua)

3 commenti:

Redazione Dialogos ha detto...

Quante riflessioni ci fa fare quest'articolo. Ci rimanda indietro nel tempo a quando noi siciliani pativamo la fame e i nostri coraggiosi avi decidevano in massa di lasciare la propria terra per andare negli USA. Su questo si intreccia la storia locale, nazionale e internazionale. Ma ci fa riflettere e ricordarci che siamo stati e siamo ancora oggi un popolo di emigrati e forse cosi dovremmo capire chi ancora oggi come allora sfida il mare con delle bagnarole per arrivare in Italia. Ma dobbiamo riflettere e capire che dopo piu di 100 anni poco è cambiato. E' cambiato il contesto e cambiata la vita ma ancora oggi si emigra, non più con gli stracci ma con la borsa in pelle e una laurea in tasca.

Giuseppe Crapisi

Antonia Arcuri ha detto...

Siamo ancora emigranti.
Molti giovani hanno deciso di andare in Spagna, per trovare lavoro e servizi migliori.
Da ieri, un altro debito grava sugli italiani: trecentomilioni di euro!
Antonia Arcuri

alfonso ha detto...

Eh no...Giuseppe, non è prorio la stessa cosa. Andare all'estero con "la borsa di pelle" e la "laurea in tasca" non è come "emigrare", nel senso che noi italiani, soprattutto del sud, intendiamo. Andare all'estero è quello che consiglio continuamente ai giovani laureati. Un volo da Parigi impiega meno di sei ore per raggiungere Boston ( ci vado per lavoro), costa molto meno di quanto potesse costare il viaggio per le Americhe dei nostri avi, e molto meno di quanto costi la traversata dei clandestini sulle carrette del mare... per finire nel CPT di Lampedusa. No, noi non siamo più un popolo di emigranti.