domenica 27 aprile 2008

LE LETTERE: UN TEMPO EMIGRAVAMO

Da cittadino italiano emigrato mi chiedo come possano un Parlamento ed un governo di un paese come l'Italia, per decenni anch'essa terra di emigrazione, illudersi di poter risolvere il delicato problema dell'immigrazione con un opinabile decreto. Per delinquenti, di qualsiasi nazionalità, le leggi vigenti, se applicate, sono sufficienti. Dure condanne vanno inflitte a coloro che organizzano il traffico di clandestini e a quei "datori di lavoro" che sfruttano gli immigrati. In tempi non molto remoti, quando l' Italia aveva poco da offrire ai suoi cittadini, milioni di italiani sono stati costretti ad emigrare per poter sopravvivere degnamente. Meno male che i paesi d'immigrazione non ci hanno cacciati indietro. Avremmo arricchito le lunghissime liste dei senza lavoro o quelle degli "invalidi". Da emigrato sento quindi di dovere esprimere la mia solidarietà agli immigrati in cerca di un lavoro onesto ed il mio dissenso per l'operato di coloro che sembrano avere una memoria molto corta.



Leoluca Criscione Mohlin (Svizzera)

1 commento:

alfonso ha detto...

Capita di recarmi due o tre volte l’anno negli Stati Uniti, per lavoro. In realtà non c’è nulla nei miei viaggi che possa accostarsi alle dolorose esperienze degli emigranti, eppure quando cominciano le operazioni di sbarco il pensiero non può fare a meno di richiamarle, tanta è la scortesia e la maleducazione degli addetti alle operazioni. Se non ho avuto l’accortezza di richiedere un posto il più vicino possibile all’uscita succede che mi ritrovo in coda ad una fila di cinquecento passeggeri, e la fila può durare anche un paio d’ore. La rabbia e l’irritazione cominciano a montare. Basta un nonnulla, come una parola non compresa o una casella lasciata in bianco sui moduli di sbarco e ti “cacciano” indietro. I campioni del mondo in questa specialità sono i francesi, che non parlano una parola d’inglese: li vedi rimbalzare come palline da ping-pong dal desk-front, allora cominciano a correre in tutte le direzioni, come scarafaggi impazziti, in cerca di qualcuno che possa aiutarli, si riuniscono per darsi una mano ma non cavano un ragno dal buco, e allora ripartono nella loro corsa, con la faccia da bischeri… meravigliati, sorpresi e indignati, da buoni colonizzatori, che nessuno parli la loro lingua. Comincio a pensare che nulla è cambiato, sbarcare fra stracci e masserizie dalle vaporiere di un secolo fa o dalla “businnes-class” di un Boeing è la stessa cosa, il contadino messicano che scavalca il muro come il genio matematico indiano che andrà ad irrobustire la potenza della Microsoft: sono la stessa cosa, cioè stranieri e, perciò, mangiapane a tradimento.
Quando arriva il mio turno sbatto subito contro lo “slang” degli agenti di polizia aeroportuale e comincio a rimpiangere le migliaia di euro che devo spendere nel vano tentativo di smozzicare un inglese appena decente. Cominciano le domande: perché vado in America? Quanto tempo ci resterò? Dove alloggerò? Sono già stato in America? Dove? Quando? Perché? Qual è il mio lavoro?
E’ contro l’interesse degli Stati Uniti d’America?… poi si passa alle impronte digitali e alla foto. Basta! Per un cittadino dell’Europa di Schengen è davvero troppo! Abituato a viaggiare senza dover chiedere permessi a nessuno, senza dovere delle spiegazioni, senza dover esibire documenti! La misura è colma, a quel punto mi assale la voglia di balzare dall’altra parte del banco e saltargli sul muso: “ma che cavolo vuoi?…”, “ma cosa credi?…”, “siete voi che m’avete chiamato…imbecilli!”
E’ solo un attimo, poi finalmente passo dall’altra parte e la rabbia comincia a sbollire, torno ad essere lucido e ad avere il giusto senso delle proporzioni, e quindi dico no… questo “fastidio” non può essere davvero accostato alle sofferenze e umiliazioni degli “emigranti”. Poi faccio un’altra riflessione: ma perché mi vengono in mente, cercando di immaginarli, questi improbabili quanto lontanissimi avi che sbarcavano dalle vaporiere e non invece le facce di dolore che oggi, ogni giorno, sbarcano sulle nostre sponde?
Ma il tema del giorno non è la “sicurezza”?

Alfonso Picciullo