martedì 8 aprile 2008

La femmina che campava di vento


- A pranzo, cosa si mangia?, chiese, distrattamente, il marchese.

-Panelle, cazzille e rascature-, rispose il cameriere, -belle calde!

In casa del marchese ogni giorno c’era la stessa storia: il cameriere veniva inviato dal panellaro più vicino, con due soldi, per acquistare da mangiare. Il putìaro si era abituato a quella scena, ma, siccome era un mattacchione, rivolgendosi al cameriere, ogni volta, gli diceva: -Chi è? ah!, oggi il marchese ha invitati?; oppure:- State accura che tutta questa roba può farvi venire l’acito, e dopo, mi raccomando, ci vuole il caffè e l’ammazza caffè, mi sono spiegato?-, diceva, schiacciando un occhio, e, portandosi il pollice e l’indice della mano destra sul mento, faceva l’atto di lisciarsi una barba che non c’era.

Per la cena erano sufficienti due scalogni e una patata, messi a bollire in un pentolone di rame, colmo d’acqua.

-Anche stasera brodaglia, diceva il cameriere, storcendo il naso.

Quella era l’epoca dei nobili ricchi e taccagni, i quali, pur di non spendere un soldo, avrebbero preferito farsi dare due punti sul deretano.

Il cameriere, un giovane truffaldo, si sfurniciava per trovare una soluzione, quando, un giorno, per strada, incontrò la Gnapina, una donna del popolo, ancora piacente nei suoi cinquant’anni, che non disdegnava gli sguardi procaci dei giovani, senz’arte né parte.

-Gnapina!, dove andate oggi, con questa sporta?-, chiese il cameriere del marchese.

-Gesu!, che fa non si vede?, al mercato a vendere cavoli e cavolicelli. E mentre rispondeva, ruotava la testa, socchiudendo gli occhi e schiudendo la bocca.

Gnapina!, ma vostra figlia come sta?

-Né bene, né male, ricama!

-Ma uno sposo ce l’ha!

-Figliuzza bella, ancora no!

-So io, chi sarebbe buono per lei!, disse il cameriere.

-Il mio padrone è ricco sfondato, ma stretto di naschi e miserabile, e non si sposa per questo motivo; ma se voi dite che vostra figlia campa di vento, lui se la prende!

-Ne siete certo?, disse Gnapina con gli occhi che parevano lumini a olio, appena accesi.

-Fidatevi di me, e concluderemo l’affare, disse il cameriere.

Il marchese fu messo al corrente della grande trovata del cameriere, il quale giurò e spergiurò che era un grande affare, e che la ragazza era degna di un re.

-Ma come fa a campare di vento?, chiese il marchese.

-Che c’è di strano-, disse il furbastro, -anche le piante campano con un’anticchia di luce e acqua, sarà la stessa cosa!

_-E’ vero!-, disse il marchese, -come sono fortunato!

E per tutto il pomeriggio, andò avanti e indietro per il salone, sfregandosi le mani e ridacchiando.

Il giorno successivo si presentarono al palazzo la Gnapina e la figlia. Le due donne camminavano a braccetto, cercando di non cadere, perché per l’occasione calzavano stivaletti con un tacco alto. La Gnapina aveva un mantello di velluto nero che la copriva dal collo fino alle caviglie e lo stesso la figlia, di colore diverso però: era verde smeraldo, con una ruscia color miele.

Il marchese, quando le vide, le scambiò per le dame di carità di San Vincenzo.

-Abbiamo già dato, buone donne!, ripassate, ripassate!

-Ma che dite Marchese!, sono madama Gnapen, e questa è mi figlia Rosettà! E così dicendo, porse il palmo della mano destra al marchese e fece un inchino.

-Saluta il marchese, cara!; mia figlia è uscita da poco dal collegio delle suore del Giusino, disse la donna, facendo una mezza ruota con il mantello; ma il cameriere, vista l’andata, l’afferrò per un braccio, impedendole di cadere, lunga lunga, sul marchese.

-Bosciù! Comvivà! Vi và o non vi và!disse Rosettà.

Basta cara! Si è fatto tardi-, disse la madre,- il marchese è molto stanco!

Per quel giorno, salutarono e andarono via.

(Continua/1)

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