martedì 15 aprile 2008

Cercare un altro mondo. Quando gli emigrati eravamo noi


Andare via lontano cercare un altro mondo dire addio al cortile, andarsene sognando… E poi mille strade grigie come il fumo in un mondo di luci sentirsi nessuno. Saltare cent’anni in un giorno solo dai carri dei campi agli aerei del cielo… (L. Tenco, Ciao amore ciao, 1967)

Chi scompiglio chi c’è tra li paisi

tra li famigli e tra tutti li casi

Di po’ chi l’america s’intisi

pi la partenza ogniunu fa li basi.

O quantu è tinta sta brutta spartenza

lassarili famigli a li rancori

Io stesso ca lu cuntu mi cunfunnu

a di ccà si v’attocca a n’atru munnu.

Perciò tutta sa genti pi campari

all’america tutti n’avissimo a ghiri

Ca dda ni issimu a ssituari e mangiassimo a nostru piaciri

All’america su mezzu li dinari

e si manìa qualche cincu liri”.

(Domenico Azzarello, L’operaio va in America, 1906)

Milioni di italiani lasciarono il Paese dopo la metà dell’Ottocento: dapprima partirono, da soli o in gruppi familiari, contadini ed artigiani dalle regioni settentrionali, verso altre regioni europee e verso l’America del sud, poi braccianti e contadini dalle regioni meridionali verso le due Americhe, nello stesso periodo in cui si registravano spostamenti di popolazione anche all’interno delle varie zone: in Sicilia, dall’entroterra agricolo verso i centri costieri o i comuni zolfiferi e dalla campagna verso le città. Nel momento in cui la seconda rivoluzione industriale andava producendo i suoi effetti a partire dai paesi atlantici, europei ed americani, tanti lavoratori e le loro famiglie salivano sui bastimenti a vapore in cerca di un lavoro qualsiasi o un lavoro meno faticoso e meglio retribuito, di condizioni di vita più dignitose e più adeguate alla nuova società che si annunciava. I primi dati ufficiali sull’ondata migratoria raccolti con metodo sono del 1875. Dalla nostra isola emigrarono quell’anno solo 1228 persone, quota che non mutò di molto negli anni immediatamente successivi, lasciando la Sicilia agli ultimi posti per numero di espatri. E’ invece a cominciare dal censimento del 1881 che le cifre sulle partenze diventano significative e cominciano a preoccupare osservatori ed autorità, aumentando ogni anno fino a raggiungere quasi quota settemila nel 1888 e 25.000 nel 1898. Le cifre diventano imponenti dal 1901 in poi: nell’anno che apriva il ventesimo secolo partirono per l’estero 36.718 siciliane e siciliani. Di essi la maggioranza, 23.119, con destinazione Stati Uniti d’America. Al censimento di quell’anno, in ventuno comuni della provincia di Palermo tra cui Alia, Ciminna, Mezzoiuso, Valledolmo, Ventimiglia, centri con caratteristiche simili a Bolognetta, si registrò per la prima volta dopo tanto tempo una netta diminuzione della popolazione. Dal comune di Bolognetta (fino al 1882 S. Maria dell’Ogliastro o più semplicemente Ogliastro, a circa venticinque chilometri da Palermo), che aveva visto dal 1861 al 1901 un aumento di soli 57 abitanti, nel giro di cinque anni, dal 1904 al 1908 presero la via dell’emigrazione ben 760 persone. Pur in presenza di un’alta natalità, il paese registrò un calo demografico tra il censimento della popolazione del 1911 a quello del 1921, passando, per effetto del saldo migratorio, da 2040 a 1994 residenti. E già si faceva il conto delle rimesse inviate ai parenti che rimanevano a Bolognetta: si calcolava per ogni anno un arrivo dall’estero di somme complessive da 36.000 a 50.000 lire (Nicotra 1908). La grande migrazione vide in tutta la nostra regione un crescendo continuo fino alla Grande guerra, con un picco nel 1913, anno in cui l’esodo, assumendo proporzioni enormi, superò la quota di 146 mila unità, all’interno di un fenomeno che riguardò 870.000 persone in tutto il Regno. L’emigrazione siciliana e, al suo interno, quella bolognettese, tendeva nella sua parte maggioritaria ad attraversare l’oceano per arrivare in Argentina, Venezuela, Stati Uniti venendo così, viste le grandi distanze, considerata dalle statistiche “emigrazione definitiva”. Tale classificazione non è del tutto dell’esodo dalla nostra regione dimostra la volontà, da parte di molti nuclei familiari, di trasferirsi definitivamente nei paesi di arrivo. Tra gli emigrati siciliani, si registrarono nei primi quindici anni del nuovo secolo tra 23 e 28 per cento di donne, e tra il 14 ed il 15 per cento di bambini, cifre sensibilmente superiori, in entrambi i casi, alla media nazionale. A favorire gli spostamenti, la nascita di “reti migratorie” di parenti e compaesani che uniscono i luoghi di partenza con quelli di arrivo, che facilitano i viaggi e gli incontri, attutiscono l’impatto del cambiamento di lingua, di settore lavorativo, di abitudini e tradizioni, regole di comportamento. Nelle regioni di arrivo si costituirono con il passare degli anni vere e proprie colonie con grandi potenzialità di attrazione, cui si aggregavano i nuovi arrivati in base al paese ed alla regione di provenienza: chi sbarcava, sapeva di trovarvi un parente stretto o lontano, un amico, un conoscente, un compaesano che parlava il suo stesso dialetto, usava gli stessi gesti, aveva la sua stessa religione e poteva aiutarlo a cercare un alloggio più o meno provvisorio ed un’attività lavorativa in vista di un completo inserimento nella comunità. Si è tanto dibattuto sulle cause del grande esodo a cavallo tra Ottocento e Novecento, un trasferimento di massa che non ha avuto eguali in altri periodi storici. Ma non c’è una motivazione sola per una decisone così importante. “Ci vogliono delle buone ragioni, delle fortissime ragioni per partire, per lasciare la casa o il villaggio – nota giustamente uno storico del fenomeno (Ciuffoletti 1990) – e ci vogliono, anche, delle speranze, delle mete dove andare e delle aspettative ideali che si vogliono realizzare. In tutto questo i fattori economici hanno un grande peso, ma anche un grande peso hanno le notizie, i miti corretta, dato che è anche vero che si registrò negli stessi anni un massiccio flusso di ritorno: ad esempio nel 1913 rientreranno in Italia più di 28.000 espatriati di cui più di 20.000 dagli Usa. Da queste cifre, e dall’esame dei registri degli equipaggi delle navi che da arrivano e partono da Napoli, Genova e Palermo, si evince che un’alta percentuale di emigranti fece più volte la traversata dalle e per le Americhe.”La possibilità di spostarsi si rese talmente facile che la stessa emigrazione transoceanica divenne in un certo modo stagionale, giacché non pochi contadini salpavano l’oceano dopo aver eseguito i lavori agricoli nei campi facendovi ritorno ad inizio della nuova annata agraria” (Renda 1963)

Santo Lombino, (continua/1)

1 commento:

Leoluca Criscione ha detto...

Le cronache dei nostri giorni, mostrano, purtroppo, che abbiamo la memoria corta, troppo corta ...
Leoluca Criscione, Svizzera