martedì 18 marzo 2008

Corleone città di Cultura: inaugurazione Museo Civico "Pippo Rizzo"


Martedi mattina è stato inaugurato il Museo Civico Pippo Rizzo dopo i restauri che hanno riguardato l'antico Palazzo Provenzano, residenza signorile del XVIII secolo ed acquistato alcuni anni fa dal comune di Corleone. Il museo è sito in Via Orfanotrofio vicino ai palazzi del Comune di Corleone. Corleone riacquista un tesoro, infatti il palazzo è molto bello per via delle maioliche e degli affreschi, oltre alla bellezza architettonica. Il museo civico raccoglie i reperti archeologici ritrovati negli anni nelle zone del corleonese e in particolar modo grazie ai lavori fatti dall'Associazione Archeoclub di Corleone con alcuni scavi fatti nel sito archeologico dell'antica Schera. Le teche dove sono esposti gli interessanti reperti sono stati donati dal Banco di Sicilia. A sciogliere il nastro per inaugurare il palazzo è stata la dottoressa Guerci nipote proprio dell'artista corleonese Pippo Rizzo a cui è stato dedicato il museo. Il responsabile Angelo Vintaloro era molto commosso per un sogno che si realizza e ha voluto ricordare l'impegno di tanti sindaci e assessori che si sono impegnati negli anni per il restauro di questo palazzo e per la realizzazione di questo museo. Dopo il saluto dell'assessore Cortimiglia è intervenuto il Sindaco Iannazzo che ha sottolineato che l'inaugurazione del museo non è che l'inizio di quello che si vuole realizzare e cioè oltre al museo archeologico vorrebbe realizzare un museo delle opere di Pippo Rizzo. Nel museo si possono ammirare i reperti archeologici come alcuni fossili tra cui i denti di squalo, che fanno capire come la Sicilia sia una terra emersa molto giovane geologicamente. Vi sono poi reperti ritrovati proprio nella Montagna Vecchia, ma il pezzo più importante rimane il miliare che risale al 252 a.c. quando console romano era Aurelio Cotta. Possiamo adesso sperare che Palazzo Provenzano sia l'inizio di una politica di recupero dei gioielli di Corleone. Corleone oggi ha un museo che rappresenterà la bella storia di una città gloriosa che è stata infangata dagli ultimi 100 anni di storia.

Giuseppe Crapisi

3 commenti:

alfonso ha detto...

18 marzo 2008, in Marco Travaglio
Un uomo chiamato cavallo

da l'Unità del 18 e 19 marzo 2008

Il senatore Paolo Guzzanti è su di giri. L’altro giorno, con grave sprezzo del pericolo, annunciava la nuova missione per la prossima legislatura: smantellare la legge Basaglia che abolì i manicomi. Una mossa autolesionista, ma che gli fa onore, visti gli ultimi sviluppi della commissione Mitrokhin, il cui “superconsulente” Mario Scaramella ha appena patteggiato 4 anni di reclusione per calunnia. Ora poi che la Corte d’appello di Milano ha assolto Guzzanti dall’accusa di aver diffamato tre giornalisti di Rainews24 (Morrione, Ranucci e Ferri) - da lui accusati nel 2001 di aver “manipolato” la famosa intervista di Paolo Borsellino, realizzata nel 1992 da due giornalisti di Canal Plus alla vigilia delle stragi di Capaci e via d’Amelio - non lo tiene più nessuno. Nel suo psico-blog sobriamente intitolato “Rivoluzione Italiana”, il nostro eroe trae dalla sentenza conclusioni a dir poco stupefacenti: “La Corte d’appello di Milano mi assolve dandomi atto che l’intervista a Borsellino era manipolata col copia incolla per far credere che il mafioso Mangano parlasse di droga con Dell’Utri, mentre invece parlava con un mafioso della famiglia Inzerillo. E si certifica che quando Dell’Utri parlava di cavalli, parlava di cavalli! E pensare che questo era un cavallo di battaglia del solito Travaglio che spadroneggia in tv e su youtube senza contraddittorio. E’ una sentenza devastante per il finto giornalismo basato su documenti falsi e manipolati”. Ora, la causa Guzzanti-Rainews riguarda Guzzanti e Rainews, non me. Quanto a me, ho vinto tutte e otto le cause intentatemi (insieme a Veltri, Luttazzi e Freccero) da Berlusconi & C. al Tribunale di Roma per l’”Odore dei soldi” e per “Satyricon”: quel che abbiamo scritto e detto era tutto vero. Purtroppo non si può dire altrettanto di Guzzanti. La sentenza che l’assolve non dice mai che l’intervista trasmessa da Rainews fu “manipolata col copia incolla per far credere” ecc: dice che il montaggio di Canal Plus (che poi curiosamente, dopo le stragi, non lo mandò mai in onda) è una “rielaborazione della cassetta originale” con “differenze” e “alterazioni del testo originario”: il che spesso avviene quando si prende una lunga chiacchierata e la si sintetizza al montaggio. Che l’integrale fosse più lungo lo sapevano pure i bambini. Che l’avesse pubblicato l’Espresso nel ’94, l’avevamo scritto Veltri e io ne “L’odore dei soldi”. Non solo: nel “Raggio verde” sul caso Satyricon (marzo 2001), presente Guzzanti, Santoro mise a confronto la versione video montata dai francesi con quella integrale pubblicata dall’Espresso. Ergo, oggi Guzzanti scopre l’acqua calda e la sentenza non aggiunge una sillaba a quanto era già noto e stranoto. Anzi, i giudici sottolineano che “nessuna manipolazione è attribuibile a Morrione, Ferri e Ranucci”, mentre gli articoli di Guzzanti, “laddove risultano lesivi della reputazione delle parti lese, sono scriminati dal diritto di critica” (che “non si concretizza nella narrazione di fatti, bensì nell’espressione di un giudizio o di un’opinione che, come tale, non può pretendersi rigorosamente obiettiva”). C’è poi la questione della telefonata intercettata dalla Criminalpol tra Mangano e Dell’Utri il 19 febbraio 1980: i giudici di Milano scrivono ciò che tutti sanno da 7 anni, e cioè che è diversa da quella citata da Borsellino, fra Mangano e Inzerillo, sui “cavalli da mandare in un albergo”. Borsellino – in una risposta montata da Canal Plus sulla domanda a proposito della telefonata Mangano-Dell’Utri – si riferisce a quella coeva Mangano-Inzerillo, “inserita nel maxiprocesso” (dove Dell’Utri non era imputato, mentre Mangano e Inzerillo sì). E ricorda che al maxiprocesso si era “asseverata la tesi dei cavalli che vogliono dire droga” (Mangano chiamava la droga “cavalli o magliette”). Che tipo di “cavallo” sia, invece, quello di cui Mangano parla a Dell’Utri, nessuno lo sa. Né Borsellino ha mai detto che fosse un cavallo vero. Mangano prospetta a Dell’Utri “il secondo affare che ho trovato per il suo cavallo”. E Dell’Utri risponde di non avere i soldi. Mangano era in affari col cavallo di Dell’Utri? Dell’Utri rispondeva al telefono per contro del suo cavallo, noto business-man, anzi business-horse, che non riusciva ad afferrare la cornetta per via degli zoccoli? Mistero. Ma davvero Mangano era un esperto di cavalli? E che ci faceva un noto mafioso a casa Berlusconi? E perché nel novembre ‘93, dopo 11 anni di carcere, Mangano andava a Milano a trovare Dell’Utri che stava creando Forza Italia? Alla prossima puntata.

Un uomo chiamato Cavallo/2
Breve riassunto della puntata precedente. Nel 2001 Paolo Guzzanti accusa Rainews24 di aver “manipolato per fini politici” l’intervista di Canal Plus a Paolo Borsellino, realizzata 2 giorni prima della strage di Capaci. I giornalisti di Rainews lo citano in sede penale e civile per diffamazione. La Corte d’appello di Milano lo assolve perché, anche se ha “leso la reputazione” dei cronisti accusandoli falsamente di manipolazione, l’ha fatto in buona fede nell’ambito di un amplissimo “diritto di critica”, visto che il montaggio di Canal Plus risulta comunque “alterato” rispetto al “girato” integrale (pubblicato dall’Espresso). Il Tribunale civile di Roma invece condanna Guzzanti a pagare i danni ai giornalisti. Guzzanti, anziché festeggiare in silenzio lo scampato pericolo, si allarga un po’ e trasforma la sua assoluzione milanese in un’assoluzione anche per Dell’Utri (purtroppo condannato dal Tribunale di Palermo a 9 anni per mafia e dalla Corte d’appello di Milano, la stessa che ha assolto Guzzanti, a 2 anni per estorsione mafiosa) e in una condanna del “travaglismo” dei “giornalisti falsificatori, immondi e ributtanti vigliacchi che insudiciano la professione del giornalista”, che invece lui onora “da 45 anni”. Poi, sempre sul suo psico-blog, aggiunge che la sentenza milanese smonta “l’inesistente interesse di Borsellino per Berlusconi per mai esistiti legami mafiosi, buoni però per il travaglismo... Borsellino non sapeva nulla di Dell’Utri in rapporto con chicchessia della mafia”. In realtà Borsellino era molto informato e interessato, al punto da confidare ai due giornalisti francesi che la Procura di Palermo stava ancora indagando sui rapporti tra il mafioso Vittorio Mangano e il duo Dell’Utri-Berlusconi: “So che esistono indagini che riguardano Dell’Utri e insieme Mangano… Dell'Utri Marcello e Alberto, entrambi”. Domanda: e Berlusconi? “…Ho una certa ritrosia a dire le cose di cui non sono certo poiché... so che ci sono addirittura ancora delle indagini in corso in proposito, per le quali non conosco quali atti siano ormai conosciuti e ostensibili e quali debbano rimanere segreti. Questa vicenda che riguarderebbe i suoi rapporti con Berlusconi è una vicenda - che la ricordi o non la ricordi - che non mi appartiene. Non sono io il magistrato che se ne occupa, quindi non mi sento autorizzato a dirle nulla… So che c'è un’inchiesta ancora aperta”. Ma che ci faceva un mafioso come Mangano a casa Berlusconi tra il 1974 e il ’76? Guzzanti la mette così: “Mangano era stalliere nel podere di Arcore che Berlusconi comperò con tutta la fattoria e che poi diventò la sua nota magione. Mangano era incluso, per quanto ne so, insieme alle bestie e agli altri stallieri e fattori”. Ecco: Silvio acquista la magione (che non era una fattoria, ma la villa dei marchesi Casati Stampa) e ci trova già dentro Mangano, che fa parte del mobilio, un pezzo dell’arredamento. Così, per il suo noto buon cuore, non se la sente di licenziarlo. La balla guzzantiana è talmente grossa che non era venuta in mente nemmeno a due specialisti del ramo come Berlusconi e Dell’Utri. Che infatti, sentiti in vari processi, smentiscono platealmente il povero Paolo. Dell’Utri, 1996:“Mangano venne assunto alle dipendenze di Berlusconi su mia indicazione”. Berlusconi, 1987: “Ad Arcore avevo bisogno di un fattore, uno che si occupasse dei terreni, dei cavalli, degli animali… avendo animo di impostare un’attività di allevamento di cavalli, poi non realizzata (per la difficoltà di reperire uomini fidati, specialmente dopo la scoperta che Mangano era un pregiudicato)… Chiesi a Dell’Utri, che mi presentò Mangano”. “Pur essendo – scrivono i carabinieri di Arcore - perfettamente a conoscenza del suo poco corretto passato”. Il 5 febbraio 1980 Mangano, lasciata Arcore da 4 anni, chiama l’amico Dell’Utri e gli propone “il secondo affare per il suo cavallo”. Dell’Utri risponde che non ha soldi e Berlusconi “’n sura” (“non suda”, non paga). Guzzanti è certo che il “cavallo” fosse un vero cavallo, “una testa davanti e una coda di dietro”. Perché “i veri cavalli erano il vero mestiere di Mangano: spediva davvero cavalli, comperava davvero cavalli, vendeva cavalli e sellava cavalli”. Ma il “vero mestiere” di Mangano erano i traffici di droga, per i quali fu poi condannato a 11 anni. Guzzanti sostiene che Borsellino era convinto del cavallo. Balle. Nell’intervista integrale (Espresso ‘94), alla domanda “Nella conversazione con Dell'Utri poteva trattarsi di cavalli?”, il giudice risponde accennando a una telefonata coeva, tra Mangano e Inzerillo: “La conversazione inserita nel maxiprocesso… si parla di cavalli che dovevano essere mandati in un albergo. Quindi non credo che potesse trattarsi effettivamente di cavalli. Se qualcuno mi deve recapitare due cavalli, me li recapita all’ippodromo, o comunque al maneggio. Non certamente dentro l’albergo”. In ogni caso, la questione del cavallo è secondaria: che Dell’Utri nel 1980 frequentasse un narcotrafficante lo sapeva benissimo anche lui fin da allora. Interrogato nel 1996, ammette: “Nella telefonata ho adoperato un tono amichevole perchè Mangano faceva paura, ero cosciente della sua personalità criminale”. Ma due mesi dopo, 19 aprile 1980, Dell’Utri partecipa a Londra alle nozze di un altro narcotrafficante, Jimmy Fauci. E nel novembre 1993, mentre dà gli ultimi ritocchi a Forza Italia, riceve a Milano ben due visite di Mangano, appena scarcerato dopo 11 anni per mafia e droga. Ma non è finita. Perché, con buona pace di Guzzanti, è lo stesso Dell’Utri, il 29 novembre 2004 al Tribunale di Palermo, a smentire la passione equina di Mangano: “Peraltro non sapevo neanche di cavalli, perché era appassionato il Mangano di mastini napoletani che allevava lui e siccome lì ci volevano cani da guardia importanti, io ho pensato anche a questo…”.

Tale era il suo amore per i cani che – come ricorda Borsellino nell’intervista integrale – mentre lavorava a casa Berlusconi, “tra il ’74 e il ’75, Mangano restò coinvolto in un’indagine che riguardava talune estorsioni fatte in danno di talune cliniche private palermitane: ai titolari di queste cliniche venivano inviati dei cartoni con all’interno una testa di cane mozzata…”.
Ultima chicca: sempre al processo di Palermo, Dell’Utri ricorda che le mansioni di Mangano a casa Berlusconi erano ben diverse da quelle del fattore-stalliere: “Era un uomo di fiducia assoluta, tant’è che Berlusconi faceva accompagnare i bambini a scuola solo da lui, neanche dal suo autista, accompagnava qualche volta addirittura la moglie in città, a Milano, quindi una persona che fu rispettata… Dopo Mangano, Berlusconi si attrezzò con un corpo di guardia considerevole, che è sempre aumentato, sino ad essere oggi un esercito…”. Fedele Confalonieri conferma: “Fu da lì che (dopo l’allontanamento di Mangano da Arcore nel 1976, Berlusconi, ndr) cominciò a circondarsi di persone che potessero difendere lui e i suoi familiari , e anche la sua proprietà”.

Tripo colpo di scena: l’allevamento di cavalli ad Arcore non c’era (lo dice Berlusconi nel 1987); Mangano s’intendeva non di cavalli, ma di cani (lo dice Dell’Utri nel 2004); ad Arcore il mafioso Mangano non si occupava dei cavalli, ma del Cavaliere e dei suoi cari (lo dicono Dell’Utri e Confalonieri). E adesso, chi lo dice a Guzzanti?

berlusconi, borsellino, guzzanti, dell'utri, mangano,

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La pupazza del PD

di Roberta Anguillesi & Marco Ottanelli (www.democrazialegalità.it)

Marianna Madia, 27 anni, un visetto acqua e savon, rassicurante nella sua femminilità da silfide pensosa , o peggio, da ragazzotta tre metri sopra il cielo.

Candidata capolista per il Pd nella circoscrizione Lazio1 essa rilascia la sua prima dichiarazione in tv, dopo la conferenza stampa al fianco di Veltroni, e con voce melliflua dichara di essere " assolutamente, straordinariamente, inesperta di politica”. Per cosa dovranno votarla i cittadini del Lazio e della Capitale? Per chi e per cosa è stata scelta? risposto a queste domande, capito lo spessore ideale del PD.

Per puro esercizio di stile stavamo interrogandoci su quale fosse la la candidatura che ci ha offeso di più.

Credevamo che potessero bastare i soliti condannati-indagati-processati per tutti i peggiori reati del codice, ma c’era di peggio, qualcosa di più sottile, sotterraneo.

Credevamo che l'offesa a noi, come cittadini italiani laici e democratici, fosse venuta dalla iniezione di teocratici e fondamentalisti, o dalla valanga di confindustrialotti e di figli di confindustrialotti generosamente piazzati a fare i lobbisti direttamente sugli scranni del Parlamento, e invece c’è qualcosa di più serpentino e sfacciato, ancora più lontano da quelli che dovrebbero essere la cultura ed il sentire di donne e uomini che ancora vogliono istituzioni dignitose e il rispetto per la sostanza della democrazia.
Pensavamo che lo sberleffo più grottesco fosse la macabra, disgustosa, eticamente repellente candidatura del sopravvissuto della ThyssenKrupp, frutto di un gioco dell'orrore dove o muori o vai alla Camera.
Ma allora, quale è la peggiore offesa? A conti fatti l'onta peggiore che ci viene inflitta come cittadini, come elettori, come persone, è la candidatura della ricciolina Marianna Madia.
Una sconosciuta tirata fuori da chissà quale scuderia, per chissà quali alchimie, indubbiamente, sicuramente, per nessun merito se non quello di incarnare il glamour del niente e la ciarlatana retorica del nuovo a tutti i costi. La vincitrice di una lotteria per pochi, una predestinata alla vita facile, dalla funzione inutile, che va ad occupare uno dei 630 scranni che dovrebbero esprimere la elite di questo paese.
“Sono assolutamente, straordinariamente, inesperta di politica”*, proclama fiera la Madia.
Noi siamo assolutamente, straordinariamente indignati dal fatto che una che non sa nulla di politica vada proprio a fare politica.
Siamo assolutamente, straordinariamente preoccupati che questa vacua figura vada a decidere i nostri destini “affidandosi”*, come ha detto lei. Cioè ubbidendo come un automa ai suoi capi e capetti, accondiscendente stipendiata.
Siamo assolutamente, straordinariamente sconfortati al pensiero che centinaia di militanti, di esperti, di competenti, di capaci (ce ne saranno, nel PD!) accetteranno con entusiasmo la loro personale esclusione e che, anzi, volenterosi ed entusiasti, faranno campagna elettorale per la inesperta totale.
Siamo assolutamente, straordinariamente disgustato dal fatto che qualcuno si presti, per soli 14 mila euro al mese, a fare la scimmietta che balla, passando con il piattino ad elemosinare voti; che si presti, per un'auto blu ed un portaborse a nero, a fare il burattino, quello che si anima solo con una mano infilata dentro, fatto di panno, che si inchina e saltella e che, una volta tolta la mano, rimane un mucchietto di stracci assolutamente, straordinariamente vuoto.

*VAI alla puntata di Ballarò nella quale potrete sentire le dichiarazioni riportate

PS: mentre terminavamo questo articolo, ne abbiamo ricevuto uno affine da riforme.net Lo linkiamo volentieri.

Cara Marianna Madia, siamo invidiosi di Franco Ragusa

Riforme Istituzionali
L'editoriale

www.riforme.net

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Riforme.net - 25 febbraio 2008

Cara Marianna Madia, siamo invidiosi

Franco Ragusa


Siamo Invidiosi? Sì, a volte lo siamo e non c'è nulla di cui vergognarsi, in modo particolare se può servire a smascherare privilegi intollerabili.
Nessun desiderio di alimentare gl'istinti peggiori dell'animo, sia chiaro, o mettere gli uni contro gli altri secondo la triste regola dell'eterna lotta fra poveri.
Tutt'altro: dalla legittima invidia nei confronti di chi è nella posizione di godere di privilegi, un modo diverso e forse anche più efficace per denunziare e contrastare le tante ingiustizie alle quali, alla lunga, si finisce per non fare più caso.
E allora largo all'invidia se questa può ritardare la deriva qualunquista. Basta al "buonismo" che rende solo diarroici e riprendiamo a chiamare le cose con il loro nome.

L'idea di questo "strano editoriale", come il titolo fa intuire, è nata leggendo della ventisettene "Marianna Madia": capolista del PD a Roma e, quindi, sicura Deputata della XVI legislatura.
Marianna Madia, infatti, non partecipa ad una competizione elettorale. Marianna Madia, da capolista di un grande partito e con un sistema elettorale che non consente agli elettori di esprimere una preferenza, è già eletta. E che Veltroni affermi che andrà ad aiutare tutti i capolista al di sotto dei 30 anni fa solo arrabbiare.
Ma di quale aiuto può avere bisogno un candidato che ha il seggio assicurato e la foto già pronta per il sito della Camera dei Deputati?

Ebbene sì! siamo invidiosi!

Siamo invidiosi che una sconosciuta fra tante e tanti, senza con ciò toglierle alcun merito, grazie ad una legge elettorale che dà potere di vita o di morte ai capi di partito, possa dal nulla vedersi assicurare un seggio nel prossimo Parlamento.
Ma quale tipo di rapporto è mai intercorso tra Marianna Madia e i possibili elettori del PD?
E quelli della militanza a tutto tondo? A macinare volantini e ad imbrattarsi di colla dalla mattina alla sera e nessuno che si sia sognato di chiedergli: che ne pensate di candidare Marianna Madia?

Cara Marianna Madia, qualsiasi cosà di buono riuscirà a fare in futuro, non potrà mai far dimenticare questa sorta di peccato originale. C'è chi parte da zero; chi da anche meno... per lei, con tutta franchezza, è sinceramente difficile calcolare il valore del segno + dal quale è partita.
Per lei c'è una bocciatura senza appello.

Certamente, la lista dei beneficiati dalle leggi elettorali che di fatto costringono gli elettori a beccarsi "l'asino" scelto dall'imperatore di turno è lunga e non riguarda un solo partito.
Nessun problema di par condicio: fuori l'invidia, fuori i nomi, e che entri un po' di aria pulita.

Per commenti a questo editoriale: riforme.info

alfonso ha detto...

EDICOLA (L'Espresso)

Per chi vota la mafia
di Peter Gomez

L'amico del killer che uccise Falcone, i notabili sotto processo o assolti per cavilli, i parenti stretti dei padrini. Tutti i nomi nelle liste di Udc, Pdl e Pd. Ecco il peso dei boss nelle elezioni Se le cose andranno come devono andare, se in Sicilia l'Udc supererà la soglia dell'8 per cento dei voti, nel prossimo Senato siederà un uomo che Giovanni Brusca, il capomafia killer del giudice Giovanni Falcone, considerava "un amico personale". Si chiama Salvatore Cintola, ha 67 anni, è laureato in lingue e in vita sua è stato prima repubblicano, poi socialdemocratico e quindi socialista. Per qualche settimana ha anche militato in Sicilia Libera, un movimento indipendentista creato nel '93 per volere del boss Luchino Bagarella. Ma alla fine ha scoperto una vocazione per il centro ed è passato alla corte di Totò Cuffaro diventando deputato regionale sull'onda di migliaia di preferenze (17.028 nel 2006). Due anni fa ad Altofonte, raccontano le intercettazioni, la sua campagna elettorale era stata condotta pure dagli uomini d'onore, ma farsi votare dalla mafia non è un reato. Frequentare i boss neppure. E così la posizione di Cintola, iscritto per ben quattro volte nel giro di 15 anni sul registro degli indagati della procura di Palermo, è stata come sempre archiviata.

Cintola, numero quattro del partito di Casini nella corsa a Palazzo Madama, può insomma tentare liberamente il gran salto in Parlamento. E se ce la farà si troverà in compagnia di una foltissima pattuglia di amici, parenti, soci, complici veri, o presunti, di mafiosi, 'ndranghetisti e camorristi. Sì perché mentre Confindustria espelle non solo i collusi, ma persino chi paga il pizzo (persone cioè che codice alla mano non commettono un reato, ma lo subiscono), Udc, Pdl, e, in misura minore, il Pd, di fronte al rischio mafia chiudono gli occhi.

Nelle tre regioni del sud, Sicilia, Calabria e Campania, quello della criminalità è infatti un voto organizzato, al pari di quello delle associazioni dei precari (voti in cambio dei rinnovi dei contratti pubblici)
o del volontariato (voti contro finanziamenti). Quanto pesi dipende dalle zone. In alcuni comuni della Calabria, ha spiegato il pm Nicola Gratteri, sposta fino al 20 per cento dei consensi. Numeri analoghi li fornisce a Napoli il sociologo Amato Lamberti che parla di una "joint venture criminale tra camorristi, imprenditori spregiudicati e e politici affaristi, in grado di orientare su tutta la regione il 10 per cento dell'elettorato". Mentre a Palermo, il vicepresidente della commissione antimafia Beppe Lumia (Pd), spiega: "I voti che Cosa nostra controlla sono circa 150mila. Sono una sorta di utilità marginale che, indipendentemente dai sistemi elettorali, serve per raggiungere gli obiettivi: o la quota dell'8 per cento al Senato, o la vittoria complessiva in caso di testa a testa. Solo alla fine della campagna elettorale, comunque, chi opera sul territorio può rendersi conto delle scelte delle cosche. È a quel punto che i mafiosi lanciano segnali: sanno di essere forti e lo fanno pesare".

Il palazzo di giustizia di PalermoGià, i segnali, ma quali? I colloqui intercettati durante le ultime consultazioni narrano che Cosa nostra, quando si vede richiedere il voto, sceglie spesso la linea dell'understatement. "Allora noi ci muoviamo. Però con riservatezza, come merita lui, con molta pacatezza, capisci (altrimenti) gli facciamo danno", dicevano nel 2001 i mafiosi di Trabia a chi domandava loro un appoggio per la candidatura di Nino Mormino, l'ex vice-presidente della commissione Giustizia della Camera, oggi lasciato in panchina dal Pdl. Non è insomma più epoca di evidenti passeggiate sotto braccio con il capomafia del paese. E a Palermo, per accorgerti di cosa sta succedendo, devi saper identificare i nomi e i volti di chi distribuisce manifestini o santini elettorali.

Per le politiche del 2006, per esempio, tra ragazzi del motore azzurro, l'organizzazione voluta da Marcello Dell'Utri (condannato in primo grado per concorso esterno e in secondo per tentata estorsione), figurava tutta la famiglia di Rosario Parisi, il braccio destro del boss Nino Rotolo, a cui era stato pure delegato il compito di curare uno dei tanti gazebo berlusconiani. Nel quartiere popolare della Kalsa, invece, fino a venti giorni prima delle amministrative non si vedeva un manifesto. Poi, una bella mattina,sulla saracinesca del negozio vuoto del più importante latitante della zona qualcuno aveva appeso un' immagine del sindaco Diego Cammarata (verosimilmente all'oscuro di tutto). Era il via libera. Mezz'ora dopo i muri dell'intero quartiere, come gli abitanti, parlavano solo di lui.

Auto rubate e distrutte
sul lungomare di PalermoNon deve stupire: la mafia, anzi le mafie, sono ormai laiche, non sono a prescindere di destra o di sinistra, e prima della chiamata alle urne fanno dei sondaggi. Come ha raccontato il pentito Nino Giuffrè l'organizzazione ha uomini ovunque in grado di percepire gli umori dell'elettorato. Poi, quando diventa chiaro chi può vincere, stringe accordi con chi è disponibile al dialogo. O imponendo candidature, o offrendo voti in cambio di soldi, appalti o favori. Anche per questo, e non solo per distrazione, nelle liste oggi c'è finito di tutto. In Sicilia, per esempio, presentare Cuffaro, condannato in primo grado a 5 anni per favoreggiamento, è stato come segnare una svolta.

Cintola a parte, l'Udc fa correre alla camera Francesco Saverio Romano, tutt'ora indagato per concorso esterno; Calogero Mannino, imputato davanti alla corte d'appello di Palermo; e Giusy Savarino, che solo un mese fa ha visto il Tribunale inviare, al termine del processo 'Alta Mafia', alcuni atti che la riguardano alla procura. Secondo i giudici dalle intercettazioni e dai verbali emerge come nel 2001 lo scontro sulla sua candidatura alle regionali tra suo padre, Armado Savarino, e l'ex assessore Udc, Salvatore Lo Giudice, poi condannato a 16 anni di reclusione, sia stato risolto dalla mediazione del boss di Canicattì, Calogero Di Caro.

Certo, si può benissimo concordare con Pier Ferdinando Casini, il quale di fronte alle polemiche, fin qui limitate al nome di Cuffaro, ripete "non è giusto che le liste le faccia la magistratura". Resta però il fatto che il numero di suoi candidati risultati in rapporti con uomini di Cosa nostra, o coinvolti a vario titolo in indagini per mafia, è altissimo. Troppi per ritenere che le accuse lanciate dai pentiti, secondo i quali il voto per il partito di Cuffaro negli ultimi anni sarebbe stato compatto, siano del tutto campate in aria. In questa situazione, con la magistratura che non può intervenire perché per arrivare al processo ci vuole (giustamente) la prova dell'accordo con i mafiosi, a denunciare e bonificare ci dovrebbe pensare la politica.

Il tentativo della commissione Antimafia di far approvare, per iniziativa del senatore di Forza Italia Carlo Vizzini, un codice etico che impedisse la presentazione di candidati collusi almeno alle amministrative del 2007 è però rimasto lettera morta. Al primo febbraio del 2008 su 103 prefetture, solo 86 avevano inviato alla commissione una fotografia di quello che era accaduto nelle urne sei mesi prima. E stando a quanto risulta dai documenti che 'L'espresso' ha letto, mancavano, tra l'altro, all'appello le risposte delle provincie di Avellino, Caltanissetta, Enna, Messina, Palermo, Reggio Calabria, Taranto e Trapani. I partiti avversari poi tacciono tutti. Il Pdl, nonostante le polemiche contro il "cuffarismo e il clientelismo", è prudentissimo. Anche perché gli azzurri in lista non si sono limitati a ricandidare il senatore Pino Firrarello, condannato in primo grado per turbativa d'asta aggravata e ora sotto inchiesta per concorso esterno, o l'ex sottosegretario Antonio D'Alì, ex datore di lavoro del superlatitante Matteo Messina Denaro, e oggi accusato dall'ex prefetto di Trapani Fulvio Sodano di aver voluto il suo trasferimento per fare un piacere a Cosa nostra (sulla vicenda è in corso un'indagine e un processo per diffamazione).

Negli elenchi fa capolino pure la new entry Gabriella Giammanco, ex aspirante velina, volto giovane del Tg4, ma soprattutto nipote di Vincenzo Giammanco, definitivamente condannato come socio e prestanome di Bernardo Provenzano. E poi ci sono tutti gli altri. A partire da Gaspare Giudice, assolto in primo grado dalle accuse di mafia con una sentenza in cui il tribunale sostiene di aver però "verificato con assoluta certezza" l'appoggio datogli da Cosa nostra nel 1996 e "con grandissima probabilità" anche nel 2001. Per arrivare a
Renato Schifani, considerato in pole position dal 'Giornale' come futuro ministro degli Interni, sebbene negli anni '80 sia stato a lungo socio, assieme all'ex ministro Enrico La Loggia, della Siculabrokers: una compagnia in cui figuravano anche Nino Mandalà, futuro boss di Villabate, e Benny d'Agostino, imprenditore legato per sua ammissione al celebre capo di tutti i capi, Michele Greco.

Insomma, meglio non discutere di mafia. Un po' come fa il Pd messo in imbarazzo dalle proteste di Beppe Grillo e della Confindustria, quando con un colpo di mano aveva tentato di escludere dalle liste Beppe Lumia. Dietro a quella scelta non è difficile vedere l'ombra del grande avversario di Lumia, il dalemiano Mirello Crisafulli, filmato mentre discuteva, dopo averlo baciato, di appalti e favori con i boss di Enna, Raffaele Bevilacqua. Da quando nel 2007 Lumia, condannato a morte da Cosa nostra, aveva definito la sua candidatura inopportuna, Crisafulli, grande amico di Cuffaro, non lo salutava più. Poi in lista c'era finito solo Crisafulli e Lumia era stato recuperato come numero uno al Senato solo quando era diventato chiaro che stava per passare con Di Pietro. In compenso tra gli aspiranti deputati del Pd è comparso Bartolo Cipriano, ex sindaco e poi consigliere del comune messinese di Terme Vigliatore, sciolto per mafia nel 2005.

Meglio vanno le cose in Calabria, dove le liste di Veltroni, capeggiate dall'ex prefetto De Sena sono in buona parte pulite (al contrario di quanto era accaduto con le regionali quando la 'ndrangheta votò per il centrosinistra). Tra i democratici suscita qualche perplessità principalmente il nome di Maria Grazia Laganà, la vedova di Francesco Fortugno, il vice-presidente della regione ucciso dai clan, sotto inchiesta per truffa ai danni dello Stato nell'ambito delle indagini sulle infiltrazioni mafiose alla Asl di Locri. Qui, come in Campania, la battaglia con il centrodestra si profila in ogni caso all'ultimo voto. E il Pdl candida al Senato (decimo posto) addirittura Franco Iona, cugino primo del boss Guirino Iona, capo dell'omonima cosca crotonese ora in carcere dopo anni di latitanza. Nel 2005 Iona non aveva potuto correre per le amministrative con l'Udeur proprio a causa della sua ingombrante parentela. Ora, nonostante le proteste del presidente della commissione Antimafia Francesco Forgione, Iona si dà da fare per raccogliere voti e ribadisce di essere incensurato.

Difficile comunque che ce la faccia, al contrario di Gaetano Rao, numero 17 del partito di Berlusconi e Fini alla Camera, e soprattutto nipote di don Peppino Pesce, vecchio boss dell'omonima e potentissima cosca di Rosarno. Per uno strano scherzo del destino Rao si ritrova candidato assieme ad Angela Napoli (An), membro della commissione Antimafia e feroce avversaria della 'ndrangheta. La Napoli, insomma, ingoia amaro anche perché con lei sono candidati Pasquale Scaramuzzino, l'ex sindaco di Lamezia Terme, un comune sciolto nel 2002 dal governo per mafia in seguito a una sua battaglia, e Giuseppe 'Pino' Galati, allora leader del Ccd: un partito che l'attaccava a tutto spiano.

Anche in Campania, dove solo nella provincia di Napoli, sono stati sciolti 15 comuni (in prevalenza di centrosinistra) dal 2001 a oggi, c'è incertezza. Alle prese con l'emergenza rifiutiil Pd pare essersi mosso con relativa cautela, anche perché scottato dalle indagini sul clan Misso e i suoi rapporti con la Margherita. Tutt'altra storia sono invece le liste degli avversari. In Parlamento entrerà Sergio De Gregorio, l'ex dipietrista subito convertito a Berlusconi, indagato per riciclaggio dopo che sono stati scoperti suoi assegni in mano a Rocco Cafiero detto ''o capriariello', un contrabbandiere considerato organico al clan Nuvoletta. Con lui ci sarà Mario Landolfi (An), ora costretto a fronteggiare l'accusa di essere stato appoggiato nel 2006 da un manipolo di camorristi. E c'è pure Nicola Cosentino, uno che la mafia se l'è trovata suo malgrado in casa, visto che uno dei suoi fratelli ha sposato la sorella del boss, detenuto al 41 bis, Peppe Russo, detto 'o padrino'. Insomma, c'è da stare tranquilli. Comunque finiranno le cose il 13 aprile avremo un Parlamento specchio del paese. Peccato solo che a essere riflessa, almeno nel sud, sarà anche la parte peggiore.

hanno collaborato Arcangelo Badolati, Giuseppe Giustolisi, Roberto Gugliotta e Claudio Pappaianni
(20 marzo 2008)