sabato 29 marzo 2008

Ai piedi del Kailash


Il Kailash è una montagna particolare, la cui personalità è tale da influenzare le altre montagne intorno; per questo è diventata sacra, poiché viene riconosciuta come un ricettacolo del potere cosmico.

E’ il racconto che fa Nanni Salio, sulle pagine di “Azione

Non violenta” del novembre 2004, del suo viaggio in Tibet.

“Montagna sacra, montagna mitica, montagna cosmica, montagna interiore, montagna di pace: nessun’altra al mondo può contare una storia altrettanto leggendaria.

Non ricordo con precisione quando ho cominciato a pensare al Kailash, ma so per certo che quando ho visto per la prima volta una fotografia della montagna sacra per eccellenza ne sono rimasto colpito in modo profondo e nacque il sogno di fare il Kora, il pellegrino.”

Il racconto prosegue con la descrizione della bellezza del paesaggio tibetano, degli spazi immensi, dei colori sfumati e pastellati dei laghi e dei monti; luoghi ricchi di naturale spiritualità.

Viene riportato anche il pensiero del Lama Anagarika Govinda, il quale afferma che una mano superiore ha trasformato intere catene di monti in templi giganteschi con cornicioni minuziosamente scolpiti,con nicchie, cupole e pinnacoli.

Tutto il percorso della montagna sacra è segnato da bandierine di cinque colori. Sono le preghiere espresse dai fedeli e i colori rappresentano i cinque elementi dell’universo: giallo per simbolizzare la terra, verde per l’acqua, rosso per il fuoco, bianco per l’aria, blu per lo spazio.

Accanto a quelle bandierine, oggi, racconta Salio, sventolano anche le bandiere della pace e della nonviolenza, quelle con il fucile spezzato.

Giuseppe Tucci, esperto di religioni e filosofia indiana, nel 1949 riuscì ad ottenere un permesso dalla Cina per una spedizione in Tibet. In “Tibet ignoto, Una spedizione fra santi e briganti nella millenaria terra del Dalai lama”, racconta che messosi in marcia, alla volta del lago di Manasarovar, venne raggiunto da pellegrini che provenivano dall’India.

“Ce n’è di giovani e di vecchi. Non è una curiosità di viaggio che li muove a questi cimenti; mille cose che noi osserviamo o notiamo ad essi sfuggono. Ignorano i nomi dei luoghi dove passano, non si curano di sapere che cosa troveranno sulla strada. Noi guardiamo con gli occhi mai stanchi la superba fuga dei picchi e delle cime innevate, ci fermiamo ad ammirare o un dirupo o una cascata. Essi guardano solo dentro se stessi, la fede li trascina. Così, vecchi di settanta anni, abituati a vivere nella pianura assolata dell’india, si trasformano a un tratto in montanari e alpinisti, scalano i passi, compiono le più alte circumambulazioni del Kailhasa. L’impossibilità fisica non esiste; l’ascensione della montagna sacra è, secondo le tradizioni dell’India, soltanto questione di purezza interiore.”

Un’associazione Ticinese per il Tibet, nel 2004, attraverso una iniziativa popolare, insieme ad altre associazioni europee, ha chiesto All’UNESCO che il Kailhash fosse considerato patrimonio dell’umanità.

I fatti di questi giorni, che riportano scontri e violenze in Tibet, ci amareggiano, lasciandoci impotenti.

Johan Galtung, sociologo e matematico norvegese, fondatore nel 1950 dell’International Peace Research, sulla base del metodo Trascend, propone una diagnosi, una prognosi e una terapia per il conflitto cinese-tibetano.

Egli analizzando la situazione cinese osserva che vi sono almeno cinque movimenti che rivendicano l’autonomia, tra questi il Tibet.

Nella prognosi si aspetta che il governo cinese terrà bassa l’azione di repressione poiché il governo tibetano è in esilio in India, che dispone di armi nucleari; in più c’è un profondo legame tra Taiwan e il sistema di sicurezza Usa-Giappone.

Per la terapia prevede uno stato cinese confederato. Una via di mezzo, dunque, tra uno stato unitario, e una secessione.

Dal canto suo il Tibet dovrebbe riconoscere che il lamaismo tibetano ha sfruttato per lungo tempo i contadini, quindi dovrebbe valorizzare alcuni aspetti positivi del governo cinese, in più potrebbe considerare il vantaggio di uno sviluppo economico all’interno di economie di scala.

Il 26 Marzo il presidente del governo tibetano in esilio, Karma Chopel, in visita al Parlamento Europeo, ha rivolto un appello:

“La nostra speranza è che i leader europei non facciano compromessi fra l’economia e la moralità e le vittime innocenti….Noi stiamo cercando di arrivare ad un accordo, che sarà possibile se il governo cinese sarà disponibile ad compromesso”.

A ridosso dell’anno del Satyãgraha (2007), metodo di lotta sperimentato da Gandhi in Sudafrica, il governo tibetano vuole ribadire la fede nelle nonviolenza aprendo un dialogo, che significa riconoscere l’altro nella sua alterità, varcando la distanza per incontrarlo e comprenderlo.

Antonia Arcuri

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