giovedì 14 febbraio 2008

Si rompe l'asse di ferro Cuffaro - Miccichè

Mentre il (fu) centro-sinistra è ancora alla ricerca affannosa di una candidatura credibile, e possibilmente unitaria, a presidente della regione, nel (fu) centro-destra tale ricerca ha scatenato un’aspra polemica, fatta d’insulti pesanti e minacce palesi, incentrata sullo scontro durissimo fra Totò Cuffaro e Gianfranco Miccichè, rispettivamente ex presidenti della Regione e dell’Assemblea regionale siciliana.
Con tali premesse, la campagna elettorale siciliana potrebbe prendere una brutta piega e degradare dal confronto alla rissa.

Un altro duro colpo, anche d’immagine, per quest’Isola condannata al declino da questa lunga e collegiale gestione della “casa delle libertà”.

Bizzarria del tempo, folle, che stiamo vivendo: il degrado potrebbe favorire chi l’ha provocato.

C’è anche il rischio che l’eccessiva polarizzazione sui due contendenti potrebbe favorire, invece che svantaggiare, le formazioni politiche a loro riferentesi.

Sperando che così non sia, andiamo al fatto. La bagarre è insorta a seguito della decisione di padron Berlusconi di candidare il suo proconsole Gianfranco Miccichè alla carica di presidente della regione. Una scelta solitaria e dispotica che, per altro, confligge con la realtà di uno statuto di autonomia fin troppo speciale.

Ancora una volta, negli affari politici l’Isola è trattata peggio di un protettorato. E non solo da Berlusconi.

Storia vecchia che si verifica per responsabilità di una classe dirigente troppo dipendente dalle segreterie nazionali, ma anche di coloro che s’appellano al simulacro dell’Autonomia pur avendo sempre partecipato alla spartizione clientelare di poltrone e di risorse e quindi contribuito al disastro attuale della Regione.

Insomma, il vulnus c’è stato ma nessuno s’indigna. Com’è detto, il conflitto è insorto per l’inusuale investitura di Miccichè il quale promette ai siciliani “la rivoluzione”. Nientedimeno!

Una nomina inspiegabile: quasi che il presidente dell’Ars l’avesse ottenuta perché è riuscito a precedere gli altri concorrenti, giungendo di prima mattina a palazzo Grazioli. Come dire: il primo che arriva…

Evidentemente così non è, anche se nel centro destra la situazione permane fluida e complicata. Perciò, tutto può succedere, compreso l’accordo all’ultimo momento e su un altro candidato più unitario.

Ma torniamo ai fatti. Anche se indispettito dalle punzecchiature dell’ex amico e sodale forzista, la reazione di Cuffaro è stata troppo virulenta per essere solo politica: “faro di tutto per non fare eleggere Micciché”. Un anatema. Quasi si trattasse di un “tradimento”, consumato ai suoi danni.

Così, almeno, sembra essere stata percepita dai dirigenti dell’Udc siciliana e dai loro supporter più sfegatati, alcuni dei quali attaccano Miccichè con toni davvero ostili, fin’anco ingiuriosi.

La bagarre, oltre che sui giornali, corre anche sul web, sui vari blog, dove i sostenitori dei due ex alleati se le stanno cantando di santa ragione. Quanta ipocrisia trasuda da questa polemica!

Capita sempre più spesso di scoprire, e denunciare, i vizi pubblici e privati dell’alleato solo quando questi ci lascia in mutande. Mai prima di contrarre l’alleanza.

Ma più che indulgere su queste contumelie, conviene interrogarsi sulle cause che hanno provocato la clamorosa rottura. Certo, Miccichè si fa forte della sentenza di condanna, ma fra le pieghe del suo ambiguo discorso si possono cogliere anche alcuni elementi d’insofferenza verso una gestione della regione ritenuta, oltre che imbarazzante, invadente di spazi riservati ad un certo tipo d’interessi che, soprattutto a Palermo, non si sentono rappresentati da Cuffaro.

La sentenza è stata, cioè, l’occasione propizia per rompere l’equilibrio fra due visioni clientelari che non riescono più a convivere ai vertici della regione e degli enti locali: quella più ambiziosa di una certa borghesia affaristica cittadina e quella più familistica, d’origine un po’ agro-clericale, che dalla provincia tende a dilagare in città.

Nella gran parte dei casi, si tratta di borghesie improduttive abbarbicate alla spesa pubblica, cresciute, senza mai rischiare, all’ombra di un potere arrogante.

Impressioni? Tuttavia, una cosa è certa: il “patto di ferro” Miccichè-Cuffaro, che si ritiene sancito già durante il governo di centro-sinistra del ds Capodicasa, si è rotto definitivamente. Questo è il dato politico più significativo, irreversibile, che avrà conseguenze sui rapporti fra Udc e il neo PdL di Berlusconi.

Tutti sanno che, dopo gli abbandoni di Giovanardi, Follini, Baccini, Tabacci, ecc, la cassaforte elettorale di Casini è quasi vuota. Solo in Sicilia resiste una certa riserva di voti, per altro, fortemente erosa dall’uscita di Raffaele Lombardo che si è inventato un’insidiosa formazione alleata e, al contempo, concorrente dell’Udc.

Insomma, Miccichè sembra aver colto il momento di più acuta crisi del partito di Cuffaro per sferrare il colpo decisivo. Taluni bollano questo comportamento come “sciacallaggio”.

Può darsi. Certo non è una condotta virtuosa. Purtroppo, in politica succede. Ancor più in Sicilia, dove il ceto dominante è più debole e quindi più permeabile a interessi forti e, talvolta, inconfessabili.

A ben pensarci, una conclusione del genere era logicamente prevedibile.

Agli inizi del settennato cuffariano, scrivemmo (La Repubblica del 23/1/02), della possibilità della formazione di un potere “pervasivo, che sempre più assomiglia ad un Golem informe, creato per via alchemica e animato da una irrefrenabile voglia di crescita e di annessione”.

Ovviamente, non era profezia ma solo la metafora di un potere, anzi di una macchina del potere che giunge a minacciare anche i suoi stessi artefici i quali, per non restarne stritolati, decidono- come racconta Gustav Meyrink- d’abbatterla ricorrendo al segreto di un’antica formula della kabala ebraica. Credo che qualcosa di simile sia accaduto, in questi giorni, fra Roma e Palermo.

Agostino Spataro

2 commenti:

alfonso ha detto...

Se qualcuno non l’avesse capito (pochi, ormai) alle prossime elezioni politiche del 13 aprile sarà determinante il risultato del voto in Sicilia. Il “porcellum” assegna, al Senato, il premio di maggioranza su base regionale e non nazionale, come alla Camera: il premio di maggioranza in Sicilia potrebbe valere all’incirca dodici-tredici senatori e la Sicilia è la “cassaforte” dei voti dell’UDC. Berlusconi vincerà le prossime elezioni (probabilmente) ma senza l’accordo con Casini rischia di perdere il “bonus” siciliano, in tal caso potrebbe ritrovarsi nella stessa situazione in cui si è trovato Prodi. Per questo motivo, ed ha ragione Spataro, fino all’ultimo tutto è possibile: se Casini tornasse all’ovile di Berlusconi verrebbe accolto come il “figliol prodigo” e Miccichè diverrebbe il vitello grasso da sacrificare.
Questa, naturalmente, è solo l’arida chiave di lettura di uno dei tanti puzzle che vanno componendosi o scomponendo in questi giorni e che con la “Politica” non c’entrano niente.
Una mano in più potrebbero darla, in questo disgraziato Paese, anche quei giornalisti e analisti “politici” che mettessero al centro delle proprie argomentazioni, non tanto i bizantinismi dei partiti e dei loro leader, ma la distanza che corre fra questi ed i problemi, irrisolti, che ci sommergono.

alfonso ha detto...

HANSEL E GRETEL: UNA FAVOLA SICULA
di: Citto Leotta-Liberacittadinanza


La facciata di zucchero e marzapane allestita per l’occasione elettorale dal buon segretario pre-destinato mostra già qualche crepa; attraverso essa i meno ingenui possono scorgere il ghigno malvagio di chi ha in mente la stelirilizzazione degli ex- alleati, mentre intesse, nel frattempo, accordi e promesse con l’ex-nemico. Uno dei frutti avvelenati di questa stagione, una vera primizia, è rappresentato dalla candidatura alla presidenza della Regione Siciliana.

Veltroni, e con lui l’enstablishment ex-diessino ed ex-margherito, ora «fusi a freddo» nel PD, non ha dimenticato lo sgarbo della autoproposizione di Rita Borsellino a fine 2005, con primarie di fatto «imposte» che, spazzando via il candidato degli apparati Latteri, sancivano lo straordinario successo popolare di Rita con il oltre il 64% dei consensi. Adesso, con la legislatura regionale interrotta, occorre ricordarlo?, per motivi giudiziari (Vasa-vasa intercettato col cannolo mafioso in mano),la ricandidatura della Borsellino apparrebbe la più naturale. Talmente naturale che,addirittura, non sarebbe insensato ritenere superflue nuove primarie del centrosinistra ad appena due anni di distanza.

Ma sta qui che, avrebbe detto il Di Pietro di una volta, casca l’asino. Il perfido Walter ha deciso di «correre da solo»a Roma, a Palermo, ovunque.Non gli par vero di liberarsi per sempre degli scomodi compagni di viaggio,sempre lì a tirargli la manica sinistra della giacchetta . E allora meglio sicuri perdenti da soli che possibili vincenti (il centrodestra correrà diviso) ma accompagnati.

Tanto dopo mica saremo soli - ci pare di sentire il compagno segretario parlare ai suoi nelle segrete stanze del «loft»- dopo ci farà compagnia il Berlusca, e Marini, Mastella, Casini e persino il Fini in doppiopetto! E allora giù il carico da undici! Sulla strada della candidatura di Rita, unitaria, ci mettiamo quella di Anna Finocchiaro, una tosta e di sicuro affidamento restauratore. Dove l’una (Rita) unisce, l’altra (Anna) divide, in ossequio alla nouvelle vague veltroniana, suicida ma irrevocabile. E per non sapere leggere e scrivere, come si dice giù in Sicilia, niente primarie:hai visto mai che Rita ci rifà lo scherzo?

Sulle motivazioni di questo diniego ci si arrampica penosamente sugli specchi: si va dal «non c’è più tempo» al diritto del partito-padrone, a vocazione maggioritar-autoritaria,ad esprimere il candidato che gli pare. Alla faccia della Sicilia onesta e delle sue eterne speranze di riscatto. I cittadini siciliani, a meno di miracoli o di sollevazioni popolari, resteranno al palo e, probabilmente,anche a casa il giorno delle elezioni.Ma anche questo,in fondo, fa parte della dote da portare al Berlusca.In cambio,dopo il 13 Aprile, un posto alla sinistra del Padre al Grande Tavolo delle Larghe Intese.

Ma stiano attenti i capi e capetti del PD. Questo scherzo potrà durare ben poco, diciamo fino all»immediato post-elezioni.Dove non è affatto detto che il Caimano manterrà le promesse (ricordate la Bicamerale?). Specie in caso di una sconfitta - cappotto, Walter Massimo e gli altri demiurghi del PD potrebbero trovarsi all’angolo: senza accordi, senza alleati, senza elettorato.E allora i cittadini, stufi e inferociti, faranno irruzione nella casetta di marzapane e, come nella favola, getteranno la vecchia nel forno.


Creato da mariaricciardig
Ultima modifica 2008-02-15 11:51