sabato 9 febbraio 2008

Le “buone pratiche” per governare


Il 6 Gennaio del 1982, al College de France , Michel Foucault aprì l’anno accademico dicendo che desiderava sperimentare una nuova formula: fare due ore di lezione, con una breve pausa tra la prima e la seconda ora, affinché egli potesse riprender fiato e chi avesse avuto voglia di andar via, a causa della noia, lo avrebbe potuto fare. Il tema delle lezioni sarebbe stato: “La cura di sé”.

Il 13 gennaio, alla prima ora, riprende la lettura dell’Alcibiade di Platone, interrotta la lezione precedente, nel punto in cui appare la dicitura “heautou epimeleisthai”, ovvero “curarsi di se stessi”.
Foucault sottolinea che tale formula è molto frequente nei dialoghi di Platone, ed è inserita in un contesto politico e sociale di giovani aristocratici, destinati a governare la città, e quindi ad esercitare un potere. Il problema che viene sollevato nell’Alcibiade, è se l’autorità, che viene conferita ai giovani aristocratici, statuita per nascita ed appartenenza, comportasse anche il possesso della capacità di governare.

Il problema viene posto in questo modo: occuparsi di sé, per poter governare bene, implica un occuparsi di sé perché non si è stati formati a sufficienza.

Allora “Governare”, “Esser governati” e “Occuparsi di sé”, diventano processi tra loro correlati.

“Alcibiade credeva che gli sarebbe stato facile rispondere alla domanda di Socrate fornendogli la definizione di che cosa sia il buon governo della città. Aveva persino potuto credere di essere in grado di definire tale buon governo, designandolo come ciò che assicura la concordia tra i cittadini. Ma alla fine mostra di non sapere neppure cosa sia la concordia, rivelando così di non sapere, e insieme di ignorare persino il fatto di non sapere.”( Michel Foucault, L’Ermeneutica del soggetto, Corso al college di Francia, 1981-1982)

Il percorso che Foucault segue nell’opera non è legato alla ricostruzione storica del concetto della cura di sé, che rispetto al più famoso conosci te stesso, rappresenta il perno della formazione etica degli antichi, bensì ad interrogarsi sull’identità del soggetto moderno, in cui prevale l’estraneità di sé.

La preoccupazione di Foucault, come sottolinea Frèdéric Gros, il curatore del testo citato, è legata all’analisi del rapporto del soggetto con la verità all’interno delle pratiche di sé. In quest’ultimo caso il soggetto infatti si autocostituisce, più di quanto non lo possa fare attraverso tecniche di dominio(Potere), o tecniche discorsive (Sapere). E quando parla della cura di sé, non si riferisce al culto di Sé, ma a tutte quelle pratiche etiche e filosofiche, che si tramutano non in un atteggiamento di onnipotenza, ma in una tensione vigile verso tutto ciò che, all’interno o all’esterno del soggetto, può creare disagio. Solo così si può prendere consapevolezza, gradualmente, e attraverso buone pratiche, della propria fragilità e delle proprie miserie.

Le pratiche, descritte nel testo, sono legate ad un esercizio costante della funzione critica, per potersi disfare di tutte le cattive abitudini, di quelle false opinioni, e azioni poco lusinghiere, se non addirittura riprovevoli, che possono venir fuori dai cattivi maestri, ma anche dalla cerchia amicale e parentale.
Allora, occorre disimparare, in un costante combattimento volto a forgiarsi come persona di valore, che cura la propria anima, per poter governare se stessa e, qualche volta, anche gli altri.

Antonia Arcuri

3 commenti:

alfonso ha detto...

Ma perchè Mastella alla Camera,non ha citato L'Alcibiade di Platone, anzichè Fedro? Berlusconi e Dell'Utri lo avrebbero abbracciato, D'Alema si sarebbe commosso e Veltroni avrebbe esclamato: We can!

Alfonso

Redazione Dialogos ha detto...

Antonia avere cura di sè. Mi ha fatto riflettere tanto.

Redazione Dialogos ha detto...

scusate sono Giuseppe Crapisi