lunedì 18 febbraio 2008

La politica clientelare tiene in vita Cosa nostra


In una Sicilia attanagliata da una profonda crisi economica e istituzionale, dove lo sviluppo non decolla... forze, iniziative e atteggiamenti contrapposti e ambivalenti si contendono il campo, intrecciandosi tra loro. Da un lato, l´azione repressiva di magistratura e forze dell´ordine - concretizzatesi in arresti di uomini d´onore, nuove collaborazioni con la giustizia, sequestri di patrimoni per ingenti valori - continua a fiaccare una nuova generazione di boss dalla statura criminale molto meno spiccata di quella che gestiva il potere nel decennio precedente e che basa i propri business prevalentemente sul racket delle estorsioni e sul controllo delle attività economiche sul territorio. Larghi settori dell´informazione, anche nazionale, mostrano maggiore sensibilità e attenzione rispetto al passato al fenomeno mafioso, denotando di saper cogliere gli aspetti innovativi e gli avvenimenti che vi interagiscono. Fiction televisive sono state incentrate sui padrini di Corleone. Nella stessa direzione si registrano positivi comportamenti, di rottura rispetto alla tradizione di indifferenza, di connivenza e di collusione, da parte del mondo dell´imprenditoria, che, tramite l´associazione di categoria, Confindustria, ha verbalmente e reiteratamente preso le distanze dal sistema delle estorsioni. Singoli imprenditori hanno trovato il coraggio di reagire e di sfidare l´imposizione sistematica del pizzo. Condotte precedute da un impegno e da un´azione apprezzabile di esponenti della società civile convogliati in comitati e associazioni, come Addio Pizzo e Libera. Tuttavia sono troppo pochi gli imprenditori che hanno denunciato, sebbene molti siano i nominativi di coloro che sono risultati pagare dai libri mastri sequestrati ai boss arrestati. Un segno evidente di non acquisita fiducia nelle istituzioni e del fatto che i più sono ancora imprigionati dalla paura, per il timore di ritorsioni, o ritengono più conveniente mantenere il rapporto con "l´onorata società". D´altra parte, l´iniziativa di Confindustria non ha svolto la sperata funzione di traino nei confronti di altre associazioni di categoria e non ha superato la soglia dell´aperta abiura e della mobilitazione dei rappresentanti. Occorre interrogarsi sulle ragioni di una tale resistenza e chiedersi se quanto accade nell´isola e caratterizza il sistema di potere che la governa condizioni lo sgretolamento del muro di omertà. In un contesto di assuefazione culturale a Cosa nostra e di collusione i molti segnali positivi stentano a produrre effetti concreti di miglioramento sulla vita dei cittadini. Troppi mafiosi arrestati continuano a ritornare in libertà in tempi troppo rapidi e, conseguentemente, a esercitare la loro azione criminale nelle stesse zone. Non si percepiscono segnali di discontinuità da parte degli esponenti della classe politica che conta, preposti al governo dell´isola e di altri enti locali. La propensione ad avere rapporti con i mafiosi è conclamata e interessa soprattutto alcuni rappresentanti politici delle provincie di Palermo, Agrigento e Trapani.

La gestione della cosa pubblica continua ad avvenire secondo una prospettiva fortemente clientelare, proiettata a consolidare il ruolo di chi governa, secondo logiche spartitorie selvagge. A fronte di ciò nessun politico o rappresentante delle istituzioni è stato sottoposto a sanzioni politiche per aver intrattenuto rapporti con appartenenti a Cosa nostra o per aver dimostrato di non perseguire l´interesse pubblico, proprio come avveniva nell´epoca dei Ciancimino e dei Lima. Non risultano, infatti, casi di non inclusione nelle liste elettorali o nella rosa dei candidati di un partito per incarichi istituzionali o politici, di sfiducia da parte delle maggioranze che hanno eletto i relativi rappresentanti collusi, di revoca del mandato o di rimozione dall´incarico. La recente condanna, in primo grado, del presidente dimissionario della Regione siciliana a cinque anni per favoreggiamento (per aver favorito singoli personaggi associati alla mafia: Domenico Miceli, Salvatore Aragona, Michele Aiello e Giuseppe Guttadauro) e rivelazione di segreto d´ufficio, ha aperto la prospettiva di una sua candidatura al Senato della Repubblica nelle file dello stesso partito di appartenenza. È, dunque evidente come tale stato di cose, per un verso, contribuisca a incrinare l´affidabilità delle istituzioni nel suo complesso di fronte alla collettività, che paradossalmente è l´arbitro del proprio destino ed è chiamata ad eleggere i propri rappresentanti, mentre, dall´altro, invia al mondo mafioso segnali che possono essere interpretati come atteggiamenti di disponibilità a interagire. In altri termini, quei partiti che non allontanano gli esponenti che hanno dimostrato di avere rapporti con i mafiosi spianano la strada alle intese e allo scambio di favori con le cosche. Le nuove elezioni regionali, che si accompagnano a quelle nazionali, costituiscono per i siciliani un´occasione propizia per dare vita a un autentico rinnovamento. A tal fine, è, però, fondamentale la scelta di rappresentanti che diano garanzia di legalità, certezza di governo senza alcuna commistione tra politici, affari e mafia e serie prospettive di sviluppo dell´economia, con progetti di investimento, senza distribuire le risorse pubbliche per accaparrarsi consensi e assicurarsi voti. Cosa nostra non starà certo alla finestra, dal momento che in ballo vi è ancora la partita dei fondi dell´Ue, destinati a inondare l´isola, e la possibilità di conquistare appalti di lavori e servizi con la connivenza di amministratori e dirigenti collocati in posti chiave (quali quelli della sanità, dell´agricoltura, della formazione e turismo, della pianificazione).

LA REPUBBLICA EDIZIONE Palermo 7 FEBBRAIO 2007
Pagina I - Palermo LE IDEE

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