sabato 16 febbraio 2008

Il Balalicchi con la rogna


-Mi ci porti?

-No!, oggi no ! è uscita l’acqua e sbrizzìa.

-Allora , domani?

-No!, domani, devo arrivare dove perse le scarpe nostrosignore. Sono le voci di un pescatore e del figlio, adolescente, che chiede di andare con lui.

-Quante lastime!, disse un giorno la moglie- che si metteva ad acchicchiare, quando padre e figlio parlavano.

-Tu, disse al marito, ti appagni presto, e per prendere d’accurzo, gli dici di no!

Così il pescatore, per non sentire la moglie rumoliare, disse al figlio:- Pidduzzu, domani, alzati presto , che ti porto a pescare!

Alle cinque spaccate, neanche il sole si era svegliato, Pidduzzu fu pronto: in una mano stringeva una lenza, nell’altra un cestino di vimini.

-Non te ne pentirai!, disse al padre.

-Era una di quelle giornate in cui il mare profumava di rosamarina,

sircitelli e sale grosso, così dopo nemmeno un’ora si udì un grido:

-L’ho preso, l’ho preso!

-Ma quando mai-, disse il padre,- sarà un vecchio scarpone!

Quale meraviglia quando vide un sarago reale luccicare davanti ai suoi occhi.

-Questo è un pesce da re!, disse il padre.

-Infatti-, disse Pidduzzo,- andrò al palazzo reale e lo regalerò al re.

Il padre non fu d’accordo.

-Lascia stare!-, gli disse, -quella non è gente come noi.

Ma Pidduzzu, quando si metteva una cosa in testa, insamadio!, non se la togliela più.

Il re, per via delle proteste e dei tafferugli che negli ultimi tempi erano diventati più frequenti, aveva deciso di essere più liberale e così ogni mattina, con santa pazienza, dava udienza a chi ne faceva richiesta.

-Maestà, questo pesce e per voi!-, disse Pidduzzu, appena varcò la soglia della sala ricevimenti.

Il re, alla vista di quella meraviglia, schioccò la lingua, poi disse:

-Ogni ficatello di mosca è sostanza!

Pidduzzu, dopo aver consegnato il pesce ai cuochi del re, stava per lasciare il palazzo, quando sentì che il ciambellano lo richiamava, perentoriamente.

Due guardie, improvvisamente, incrociarono le lance, sbarrandogli il passo.

-Me lo avevano detto-, pensò Pidduzzu, -di non fidarmi mai dei potenti; e con la faccia bianca, che pareva malato di cent’anni, si ripresentò al re.

-Mi hanno detto-, disse il re con voce da baritono, -che sei Pidduzzu, figlio di ‘Asparino, il pescatore; tuo nonno si chiamava ‘Ndria e aveva una barca.

-Tutto vero e sacrosanto, maestà!, disse il ragazzo con un filo di voce. La barca di mio nonno ora è di mio padre e con quella abbiamo pescato il sarago.

-Noi siamo gente onesta; la sera, da noi, c’è, sempre, un profumo di fritto e due pappagalli che cantano.

-Senti, Pidduzzu-, disse il re con un tono più morbido,- ti voglio fare una proposta: perché non resti a vivere qui al palazzo, ho una figlia della tua età che è sempre triste, forse con te ritroverebbe l’allegria, siete giovani!

Pidduzzu disse:- Se la mia famiglia non ha niente in contrario, resto!

-Non ti addiccare-, gli disse la madre,-quella è brutta gente, un giorno ti sorride e un altro ti pugnala!

Il padre gli disse semplicemente:- Ricorda, sempre, qual è la tua origine, e rimani onesto!

Pidduzzu conobbe la figlia del re e non fu difficile fare amicizia con lei.

Si chiamava StellaMarina , ma tutti la chiamavano Stella.

La prima volta che si incontrarono rimasero senza parole. Ancora non lo sapevano che quello era un indizio di innamoramento a prima vista.

Dove c’era Stella, c’era sempre Pidduzzu e viceversa.

Di che cosa parlavano?

Pidduzzu le raccontava i suoi segreti: delle notti trascorse sulla spiaggia, disteso sulla barca del padre, in attesa che spuntasse il sole.

Di quella volta che da una buca vide uscire delle piccole tartarughe, che arrancavano verso il mare.

-Ti devi immaginare-, le disse un giorno, - che ho visto, anche, una sirena!

-Vero?, disse Stella- e com’era?

-Aveva gli occhi di due colori!

Uno verde e uno marrone; i capelli lunghi e rossicci le scendevano fino alla coda, che luccicava come uno specchio al sole.

Cantava, ma, in una lingua straniera!

-Come sei fortunatu!, disse Stella.

-Io, invece, conosco solo questo palazzo, i giardini, i cavalli della scuderia, e donne e uomini imparruccati, che sbadigliano sempre.

E dicendo queste parole diventava triste e piangeva.

Allora Pidduzzu, per farla allianare, tirava fuori dalla tasca un’armonica e cominciava a suonare.

Stella, alla fine, scaccaniando, lo prendeva per mano e insieme facevano una corsa fino ai cancelli del palazzo.

Trascorsero così cinque anni.

Un giorno il re fece chiamare la figlia, per presentarle il futuro marito.

Si trattava di un re, riccone, che aveva un bel palazzo, tanti scudieri e un esercito di servitori.

-Che me ne faccio di un re riccone, io amo Pidduzzu!-, disse StellaMarina.

Antonia Arcuri

(Continua/1)

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