mercoledì 20 febbraio 2008

I commercianti di commesse

Vi scrivo questa mia per chiedervi di riflettere, anche solo per un attimo, su un aspetto della vita sociale che in Sicilia ricopre un ruolo di primaria importanza, anche se la sua cronica assenza non lo collocherebbe per definizione in tale posizione: il lavoro.Questo miraggio, inseguito e desiderato per vari anni da ogni singolo individuo della nostra terra che non abbia fra i suoi “fan” zii vasa vasa di svariate forme e colori, né tanto meno parenti guru e finanziatori della libera professione, pervade e circuisce ogni sano intelletto siculo alla ricerca di una quantità, purtroppo non preventivamente quantificabile e qualificabile, di moneta corrente uso nel proprio portafogli.

Non mi soffermerò tanto su privilegi da posto pubblico, meglio se regionale, ma vorrei attirare la vostra attenzione su un settore in particolare, quello del Commercio, che in Sicilia, ma a Palermo specialmente, è stato da tempo dimenticato e messo in secondo piano.

Signori miei, ogni giorno, ogni santo giorno, decine e decine di ragazzi e non scendono da casa, affrontano il traffico infernale della nostra città, il dilemma ormai amletico del posteggio o non posteggio (direbbe qualcuno che ormai il mezzo di trasporto dovremmo deglutirlo, mettiamola così), la classica riordinata mattutina del punto vendita e la fatidica alzata di saracinesca con conseguente arrivo della variopinta clientela, per lavorare 8 ore al giorno al servizio della stessa.

Prima di continuare vorrei però osare mettere in dubbio qualche luogo comune ormai da troppo tempo fissato a titolo di insegna al di sopra del capo di ogni singolo “commesso” o “addetto alla vendita”:

1. “è un fallito, non ha studiato e si è ridotto a vendere mutande”

Vi posso garantire che molti dei miei colleghi sono laureati e comunque sia secondo voi quanti dei funzionari o responsabili, statali e non, che nella nostra vita vi capita di incontrare nei vari uffici sono laureati ? Pensateci bene. Non venderanno mutande, ma magari hanno lo stesso grado di istruzione, se non meno, dei loro affezionati e sorridenti venditori di indumenti intimi.

2. “è un tipo che non ha responsabilità”

Errore numero due: state tranquilli che la colpa delle vendite magre è sempre riversata sugli addetti vendita, il merito delle vacche grasse sempre “della conduzione efficace ed attenta della direzione”. Insomma, se le vendite non vanno bene (e nel Commercio non vanno mai bene !), per tutta risposta vi troverete il vostro responsabile ad arricciarvi la capigliatura col proprio alito per non meno di otto ore al giorno. Molto meglio le responsabilità, almeno sarebbero riconosciute.

3. “hanno scelto loro di stare in piedi tante ore al giorno, se non gli va bene si cercano un altro lavoro”

Dove ? Ad Amsterdam, a Stoccolma, forse ancora a Milano, ma a Palermo non è così ! A Palermo non si può migliorare la propria condizione, non c’è nulla, nulla di nulla. E non fatevi fregare dai vari Store che aprono ogni morte di leader del centrodestra. I posti migliori, quelli che ti fanno crescere, già sono accaparrati mesi prima da vari soggetti. Sindacati inclusi.
Potrei continuare con l’elenco, ma per adesso mi fermo qui. Spero di avervi fatto riflettere un po’ su questi aspetti.
Continuando il discorso, devò però fare un appunto alla categoria. Tempo fa, una sindacalista della CGIL in un’assemblea fece un osservazione che purtroppo corrisponde a verità: fra i commessi non c’è coscienza di classe, non c’è senso di appartenenza comune, il che equivale a dire “non siamo uniti”, ma neanche lontanamente.
Figuriamoci che, in alcuni casi, gli addetti vendita si guardano in cagnesco dalle vetrine di negozi adiacenti.
Poi mettiamo pure che la maggioranza dei lavoratori in questione hanno una formazione tendenzialmente “conservatrice” per non dire “spicciola e facilona”, per cui risulterebbe ancora più difficile l’attecchire di una comune critica nei confronti della propria condizione.
A onor del vero, diciamo anche che per alcune, o alcuni, fare la bella statuina agghindata e sorridente è motivo di grande vanto e gioia, e così sia. Con buona pace del ’68, delle conquiste sociali e del femminismo.
Ma tutto questo non può e non deve giustificare in alcun modo lo stato di sfruttamento e di inaccettabili condizioni quotidiane di lavoro alle quali molte persone sono assoggettate.
Lavoro nero, vessazioni di ogni tipo, licenziamenti in tronco senza giustificato o almeno sensato motivo, straordinario non pagato o pagato “a forfait”, domeniche di lavoro “facoltative obbligatorie”, indumenti da lavoro pagati dagli stessi addetti con tanto di linee guida aziendali sull’abbigliamento, concorrenza sfrenata fra colleghi opportunamente alimentata dai datori di lavoro. Insomma, un’aria irrespirabile.
E tutto questo dietro alla vendita della tua maglietta preferita, del pantalone tanto trendy, dell’ultimo diario alla moda.
Fissiamo tanto la nostra attenzione sui prodotti made in china e sullo sfruttamento che c’è dietro (per carità, assolutamente deprecabile) ma sorvoliamo sempre sulla mano che ci porge la t-shirt, su quella che ci consegna lo scontrino.
Forse, se stessimo un po’ a ragionarci su, magari giustificheremmo un po’ di più quella smorfia similsorriso che qualche volta si vede incollata sul viso della commessa di turno.
Direte voi: è poco professionale non sorridere ! Provateci voi a sorridere quando la mattina aprite gli occhi e la prima sensazione che avete è lo stomaco che si chiude perché dovete nuovamente e nuovamente e nuovamente affrontare questa realtà ogni santo giorno.
Certo, ci saranno isole felici, non lo metto in dubbio, ma credo proprio che nella maggioranza dei casi l’unica isola felice si trova nel conto in banca del titolare del punto vendita. Che, magari, ha pure il coraggio di posticipare il pagamento degli stipendi perché momentaneamente a corto di liquidità, anche se va in giro con l’X5 e ha una casa in pieno centro. Poveraccio.
E quando si riesce a raggiungere l’agognato tempo indeterminato o la messa in regola, magari nella Grande Distribuzione, tutto diventa più giustificato e pressante. Ancora vessazioni e persecuzioni come unico metodo di gestione del personale, turni cambiati a piacimento, straordinario imposto, cambi arbitrari di reparto magari con destinazioni punitive, mortificazione delle carriere, svilimento della persona con conseguente abbrutimento della stessa, cambi societari con piani industriali quanto meno discutibili, sindacati impotenti di fatto o per volontà specifica.
Sono esagerato ? Credete che sia tutto questo gran paradiso ?
Ai miei amici dico sempre: “Non vi fidate mai dell’apparenza, il Commercio non è solo lustrini”.
C’è anche tanto altro, molto molto puzzolente.
In ogni caso, passi l’indifferenza della gente, passi l’inconsistenza e la poca organizzazione degli addetti, ma le Istituzioni dove sono ?
Il Comune e la Confcommercio si sentono solo quando si devono decidere le deroghe domenicali e le chiusure del traffico, l’Ispettorato del Lavoro è un fantasma sul quale ormai si sentono solo delle leggende metropolitane (qualcuno addirittura teorizza sulla natura epica dell’esistenza della stessa istituzione), fantomatiche associazioni di commessi che non si capisce cosa facciano e da chi vengano gestite, i Commercianti che si arricchiscono in silenzio e rompono lo stesso (e non solo) ogni qualvolta viene messa in discussione la loro natura divina di dispensatori benevoli di stipendi. E dovremmo pure ringraziarli.

C’è proprio da stare sereni.

Comunque, per concludere ed evitare di tediarvi ulteriormente, vorrei solo dire che mi piacerebbe che si aprisse un dibattito sull’argomento e che finalmente venisse accesa almeno una piccola luce su questo aspetto della nostra vita quotidiana, sperando che questa fiammella diventi sempre più grande. Buoni acquisti a tutti.

Francesco Rolla

bispensiero.it

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