martedì 26 febbraio 2008

Cosmopolitan: Giovani e antimafia

Presentiamo l'articolo pubblicato su Cosmopolitan, mese marzo, scritto da Gabriella Grasso. E' un'inchiesta sui giovani che fanno antimafia e tra questi c'è un pezzo anche su di noi. L'articolo tutto è molto interessante, buona lettura.


LA MAFIA NON È COSA NOSTRA

È il messaggio che arriva da tanti giovani che, in Sicilia, in Calabria e in Campania, spendono la loro faccia e il loro tempo per dire no alla criminalità. Quali motivazioni li spingono?Che cosa fanno di concreto?E, soprattutto, il loro impegno serve davvero a qualcosa? Cosmo indaga di Gabriella Grasso.

Come definiresti i ragazzi nella foto qui sopra? Arrabbiati, indignati, contenti? Forse tutte queste cose insieme. O, in una parola: svegli. Quello che sta succedendo nelle regioni del Sud colpite dalle mafie (camorra in Campania, ‘ndrangheta in Calabria, cosa nostra in Sicilia) ha dell’incredibile. Giovani di 20, 30 anni che scendono in campo per gridare il loro no. L’antimafia non è un fenomeno nuovo, ma ora sembra più diffuso. E più giovane. Il che fa la differenza. In generale l’attenzione è alta sulla criminalità organizzata. Da poco Rizzo ha pubblicato La Santa, illuminante libro + dvd documentario in cui i giornalisti Ruben H. Oliva ed Enrico Ferro scavano nel mondo sconosciuto della ‘ndrangheta. Il 28 enne Roberto Saviano ha venduto più di 900 mila copie del suo Gomorra (Mondatori). In dicembre, Mtv da dedicato a giovani & mafie una programmazione di tre giorni, essendosi accorta che tra i giovani c’è molta voglia di capire. Eccoci, quindi, pronti anche noi a migrare verso Sud, per vedere che cosa succede. Allaccia le cinture.

Prima tappa: la Sicilia. Qui, la rivoluzione si fa con gli stickers

Una sera del 2004, a Palermo, sette amici discutono del sogno di aprire un pub. Dubbio immediato: e se poi ci chiedono il pizzo? Da lì, pensa che ti ripensa, nasce uno slogan: “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. Stampato su centinaia di adesivi, tappezza la città. Oggi, i ragazzi di Addiopizzo sono più di 40 e nella loro campagna di “consumo critico” hanno coinvolto migliaia di consumatori e centinaia di commercianti che si ribellano alle estorsioni (l’elenco è sul sito: www.addiopizzo.org). Anche grazie a loro, è nata la prima associazione antiracket della città: Libero Futuro. «Qualcosa sta cambiando, il clima è diverso. Forse le persone si erano un po’ addormentate e il nostro slogan le ha risvegliate», sostiene Andrea Cottone. «Le iniziative che sorgono sull’onda delle emozioni tendono a sgonfiarsi, come avvenne dopo la strage di Capaci. Mentre la nostra è nata a freddo. Ci siamo focalizzati su una questione concreta: finché c’è la mafia, l’economia non si sviluppa. E finché i commercianti pagano, anche noi, quando prendiamo un caffé al bar, finanziamo la criminalità. Questo pensiero ha iniziato a entrare nella testa della gente, colpendola nella dignità. La scelta di fare acquisti in negozi “liberi” è uno strumento facile, alla portata di tutti: è questo il messaggio che vogliamo dare». Bello. Ma da dove viene la vostra motivazione?«Ogni generazione è segnata da qualche evento: noi siamo quella delle stragi. Siamo cresciuti sotto le bombe a Falcone e Borsellino. I mafiosi ci hanno “formato”: e non se ne sono neanche resi conto», risponde Andrea.

Coltivare i terreni dei boss per insegnare regole & diritti

Che questa sia un’antimafia diversa è evidente anche dalle modalità che usa: gli adesivi non sono certo un’arma “classica” di contrasto alla malavita! Ne è convinta Valentina Fiore, 30 anni, assunta alla “Placido Rizzotto”, una delle cooperative legate a Libera (l’associazione di Don Ciotti che coordina moltissime iniziative contro le mafie: www.libera.it), che lavora sui terreni confiscati ai boss. «Il fatto che un pacco di pasta, prodotta con il grano coltivato su queste terre, sia uno strumento di lotta è una novità assoluta», dichiara. Lei, per dare il suo contributo alla causa, è tornata in Sicilia da Bologna, dove lavorava. «Non tanto per attaccamento alla mia terra, quanto perché non trovo giusto che chi studia qui, usando risorse della regione, sia poi costretto a produrre ricchezza altrove. E poi, se tutti andiamo via, il cambiamento non avverrà mai!», aggiunge. Per far mutare qualcosa, il primo passo è agire sul territorio, proprio come fanno queste cooperative. «Dal punto di vista economico, il danno che i mafiosi subiscono dai sequestri è minimo», spiega Valentina. «Ma quello di immagine è enorme. Il nostro lavoro gli toglie consenso. Prima della legge 109, che permette il riutilizzo sociale dei loro beni, le terre restavano abbandonate. Il messaggio che passava era: senza i boss non c’è sviluppo, né lavoro. Adesso non è più così. Offrendo impiego in termini legali, noi facciamo capire che si può lavorare rispettando le regole. E che implicano dei diritti: cosa che molti ignorano. Lo ripetiamo anche nelle scuole: se per trovare lavoro ti rivolgi ai mafiosi, alla lunga sei perdente, perché non sarai tutelato per sempre. Ma, per sempre, sarai debitore nei loro confronti».

A Corleone, un giornale di under 30 tiene d’occhio la politica locale

Rivoluzionare la mentalità è la battaglia più dura. È la cultura che deve cambiare, e per farlo è importante tenere gli occhi aperti anche sul potere. A Corleone, un gruppo di ragazzi ci prova con un giornale: Dialogos ( su www.corleonedialogos.it la versione on-line). Uno di loro Giuseppe Crapisi, 27 anni: «Il nostro è un osservatorio politico, facciamo sentire la nostra voce. All’inizio ci consideravano dei bambini velleitari, ora ci leggono. E le istituzioni prendono in considerazione le nostre proposte, come quella di costituire una Consulta giovanile in Comune», racconta. Parlare chiaro, qui, non dev’essere facile. «Mio padre ha un po’ paura per me, ma io non credo di correre grandi rischi», risponde Giuseppe. «Al massimo, mi tocca sentire le battute di qualche mafioso, che entra nella tabaccheria dei miei e mi chiede: “Sei tu che hai scritto quell’articolo?”. Che è un modo per farmi sapere che sanno chi sono. In realtà, da quando siamo legittimati dal Comune, è tutto più facile. Se la passano peggio due nostre giovanissime collaboratrici, che portano il giornale a scuola. Vengono prese in giro. Ma vanno avanti, perché hanno un’energia pazzesca».

Ed eccoci in Calabria. Una regione che vuole rifarsi la reputazione

La grinta l’hanno mostrata anche i giovani calabresi, specie dopo l’omicidio, nel 2005, del politico Francesco Fortugno, a Locri. Di quei giorni ricorderai sicuramente due volti: quello della “ragazza con il megafono” Annamaria Pancallo, allora 17enne. E quello di Aldo Pecora, 22 anni, autore del fortunato striscione “E ora ammazzateci tutti”, che ha dato il nome a un’associazione (www.ammazzatecitutti.org) che conta oggi iscritti in tutta Italia. «Siamo cresciuti vedendo che della nostra regione ne si parlava per i morti ammazzati.Fortugno era il ventiquattresimo, quell’anno», ricorda Aldo. «La mia è la generazione del crollo del muro di Berlino. Le ideologie non ci appartengono, ci interessa di più la lotta per la giustizia: abbiamo sostituito il Che con Falcone. Non leggiamo i giornali, guardiamo poco la tv, ma usiamo tanto la Rete e per questo siamo documentati». Ammazzatecitutti fa attività di formazione (nelle scuole, soprattutto) e informazione. Aldo, in particolare, va spesso in tv, anche perché vive a Roma e gli è più facile spostarsi. «Per me la memoria deve camminare di pari passo con il presente: va bene ricordare i morti, ma bisogna parlare della mafia di oggi», conclude. Per alcuni, però la memoria ha un ruolo fondamentale nella costruzione dell’identità dei calabresi onesti. Tra questi c’è Alessio Magro, 30 anni, giornalista di Libera Informazione (osservatorio di Libera) e cofondatore dell’associazione daSud. «La memoria è importante perché il nostro male è la rassegnazione, l’idea che nulla cambi», sottolinea. «E invece, se guardiamo indietro, vediamo che dei risultati li abbiamo ottenuti». Tra le altre cose, daSud cura libri che raccontano storie di calabresi “puliti” (come Il sangue dei giusti, Città del Sole). Alessio vive a Roma: e non è un caso. «Non penso che per fare qualcosa bisogna stare sul territorio. Anzi. Se resti, diventi come gli altri», afferma. «Se esci dal sistema, sei più libero. I miei amici che vivono giù, una volta erano più incisivi nel chiedere moralità. Oggi sono rassegnati».

Disconoscere i privilegi: un gesto semplice, ma molto significativo

Di certo non lo è Stefania Ambrosio, 22 anni, socia attiva di Libera a Lamezia. «Non possiamo perseguire cambiamenti radicali: è un’impresa troppo grande per noi. Ma possiamo agire sulla mancanza di cultura. O meglio combattere quella della prepotenza, per la quale se appartieni a una certa famiglia tutto ti è dovuto», dice. «Tra i miei coetanei, però, siamo in pochi a crederci. Gli altri ci chiedono: “Ma chi ve lo fa fare?”. Eppure penso che certe piccole azioni siano importanti. Tempo fa mi sono occupata della biglietteria durante alcuni spettacoli teatrali organizzati da Libera. L’idea da far passare era che non ci sono diritti acquisiti: non è che, perché ti conosco o sei il sindaco, ti faccio entrare gratis. Il biglietto lo pagano tutti». Un messaggio semplice, ma fondamentale.

E infine, la Campania. Dove gli studenti credono nelle istituzioni

Che il fenomeno della camorra (come quello di tutte le organizzazioni criminali) sia estremamente complesso lo si capisce anche solo pensando al problema dei rifiuti in Campania. Eppure anche qui i giovani non mollano, specie quelli dell’associazione Studenti Napoletani Contro la Camorra, capitanata da Andrea Pellegrino, 24 anni. Organizzano campagne di sensibilizzazione e distribuiscono nelle scuole un questionario sulla criminalità, per capire cosa ne pensano gli studenti. «I risultati servono sia alle istituzioni, sia a noi, per indirizzare le nostre azioni. Se, per esempio, emerge una disaffezione nei confronti delle forze dell’ordine, invitiamo i poliziotti a incontrare i ragazzi», racconta Andrea. «La diffidenza per le istituzioni è un’arma importante in mano alla camorra. I giovani la assorbono dagli adulti e pensano: “Tanto nessuno ci ascolta”. Ma perché le nostre istanze vengano considerate, bisogna esprimerle. Non possiamo lamentarci del fatto che la polizia non interviene, se non denunciamo. A volte, chiediamo agli studenti di fare proposte migliorative di qualche aspetto della città e le presentiamo agli assessori competenti. Le istituzioni ci sono». Spesso, però, le iniziative giovanili sono accolte dagli adulti con scetticismo: come mai? «Se ammettessero di condividere ciò che facciamo, dovrebbero mettersi in gioco in prima persona. Essere scettici è più comodo», risponde Andrea. Su questo è d’accordo Roberta Rispoli, 28 anni, di Controcamorra, associazione che promuove il “consumo critico”. «Trincerarsi dietro al fatto che il miglioramento possa passare solo dalle istituzioni è un alibi per non agire», sostiene. «Eravamo ancora all’università quando abbiamo pensato di fare qualcosa contro il racket, che qui non viene considerato un problema rilevante, mentre è uno dei maggiori condizionamenti allo sviluppo della Campania. Poi abbiamo conosciuto Addiopizzo e abbiamo seguito il suo esempio. Ma il fenomeno non è esploso come a Palermo. Mi sembra ci sia più rassegnazione, più indifferenza. Per ora siamo i pochi, anche tra i giovani. Ma se faremo proseliti, allargando la base sociale, allora saremo sulla buona strada».

Niente illusioni, certo. Ma se il loro impegno cambiasse la mentalità?

Come nelle migliori tradizioni, Cosmo ha fatto parlare i ragazzi. Perché noi crediamo che il loro sforzo serva. Eppure, visto che non viviamo nel mondo di Barbie, ci sembra d’obbligo dare spazio anche al cinismo: chiedendo, a chi ne sa più di noi, se il loro impegno abbia davvero un senso. «Sicuramente la mobilitazione è il segnale di un’inversione di tendenza. Però temo che questi movimenti siano destinati a sgonfiarsi, se non inquadrati in una visione globale: nessun mutamento può avvenire senza progettualità politica e un lavoro incisivo fatto dalla scuola, dalla chiesa», afferma Vito Teti, docente di antropologia all’Università della Calabria e autore, all’indomani della strage di ‘ndrangheta a Duisburg, in Germania, del Manifesto per una nuova Calabria. «Tutto sommato, mi sembra più rilevante il lavoro sotterraneo che certi ragazzi fanno nelle loro zone, per renderle vivibili. Come a Cavallerizzo, un paese distrutto da una frana, dove si impegnano nella ricostruzione. Anche queste azioni contrastano la criminalità, perché la dribblano con un’impostazione etica e con principi di legalità». Più ottimista Girolamo Lo Verso, docente di psicoterapia all’Università di Palermo e autore di La psiche mafiosa (FrancoAngeli). «La mobilitazione sociale crea una frattura che lascia tracce: nella storia e nella mentalità. La fine dell’idea di onnipotenza della mafia è un cambiamento antropologico enorme. Per i mafiosi, la ribellione è, a livello simbolico, uno sgarbo forte quanto gli arresti. Un’altra novità è che la gente ha preso coscienza del fatto che, senza criminalità, il Sud sarebbe più sviluppato, vivremmo tutti meglio. Falcone disse: “Il giorno in cui avremo ridotto la mafia a semplice organizzazione criminale, avremo vinto”. È proprio così. Lo slogan, per il futuro, potrebbe essere: “Laicizziamo la mafia”. In parte, sta già avvenendo».


3 commenti:

Stranistranieri ha detto...

Speriamo che questa forza nascente, riesca con il voto, alle prossime elezioni, a modificare gli equilibri da sempre identici. Un segnale preciso, chiaro, ecco quello che ci vorrebbe contro il successore di Cuffaro e i vari compagni di merende.

Redazione Dialogos ha detto...

Cara Daniela non so quanto questa forza sia diffusa anzi temo che non lo sia. Possiamo solo sperare.

Giuseppe Crapisi

alfonso ha detto...

27 febbraio 2008, in Peter Gomez
Il partito azienda

di Peter Gomez



Strano questo 2008. Nasce il il Pd. Nasce il Pdl. E all'improvviso risorge il partito azienda. Ma non quello «monarchico», la definizione è sua, di Silvio Berlusconi. Il nuovo partito azienda è invece il Movimento per l'autonomia (Mpa) di Raffaele Lombardo che, rispetto a Forza Italia delle origini, presenta un'importante differenza: non si basa su un azienda privata (la Fininvest), ma su più aziende pubbliche. La potenza elettorale di Lombardo, che assieme a Totò Cuffaro è stato negli anni '80 il pupillo dell'ex ministro, sotto processo per mafia, Calogero Mannino, si basa infatti sulle prebende che gli enti regionali, provinciali e comunali, più le società da loro controllate o partecipate, riescono ad elargire. Per raccogliere voti Lombardo garantisce posti di lavoro e poltrone. Il Corriere della Sera, per esempio, ha raccontato come la provincia di Catania, guidata fino a pochi giorni fa da Lombardo, nel corso di tre anni abbia assunto circa 500 persone nella Publiservizi, una società a capitale privato controllata però dal pubblico.

Dal punto di vista elettorale questo modus operandi paga: alle ultime regionali l'Mpa ha incassato in Sicilia il 13 per cento dei voti. Il problema è che il giochetto ha il fiato corto. Proprio a Catania, per esempio, la disastrosa amministrazione del medico personale di Berlusconi, il sindaco Umberto Scapagnini, ha lasciato vuote le casse del municipio già impoverite dal suo predecessore Enzo Bianco. Il debito ha raggiunto livelli tali da spingere l'Enel a staccare la luce a interi quartieri e Scapagnini è stato costretto a dimettersi. A soli due anni dalla sua rielezione il medico del Cavaliere era ormai divenuto talmente impopolare da correre il rischio di essere menato se solo si fosse messo a camminare per strada da solo. Stessa storia, o quasi, in Campania dove gli uomini del centrosinistra governano tra i rifiuti spesso utilizzando metodi alla Lombardo (o se preferite alla Mastella).

Berlusconi però ha 72 anni, di quello che può accadere da qui al 2013, non gliene importa un fico secco. L'Mpa è utile per vincere e quindi porte aperte a Lombardo. Ma il peso del tempo non si può nascondere. E si vede anche se si guarda al Popolo della Libertà: con l'ingresso di An e di tutti i funzionari e i colonnelli di Gianfranco Fini anche il Pdl è destinato a cambiare volto. Non appena An si scioglierà, le truppe di Fini, molto più radicate sul territorio rispetto a quelle di Forza Italia, chiederanno che vengano fatti i congressi, che vengano eletti i segretari. Insomma il Pdl sarà sempre meno azienda e sempre più partito. Peccato che tutto questa avvenga lentamente e solo a causa del trascorrere degli anni. Non per scelta.
Il tempo infatti stringe: per far crescere l'Italia, la destra (come la sinistra) serve. Ma deve essere normale.

Mpa, Raffaele Lombardo, Sicilia, Pd, Pdl, Umberto Scapagnini,

permalink | creato da peter_gomez il 27/2/2008 alle 18:46 |