martedì 15 gennaio 2008

Il terremoto: e noi?


Il 14 gennaio 1968 era domenica. Nel pomeriggio di quel giorno era convocata, nei locali della canonica della chiesa di Bolognetta, paese di duemilacinquecento anime, la riunione dei quindici soci del Circolo culturale, fondato da alcuni mesi per iniziativa di uno studente universitario di buona famiglia, più conosciuto per la cura dell’eleganza e le avventure amorose che per l’impegno intellettuale, il cui padre, maestro elementare, era stato sindaco qualche anno prima. Quella domenica era prevista una discussione molto importante sull’esistenza di Dio. A favore di questa tesi aveva tenuto banco la domenica precedente il parroco del paese, che in un’ora e mezza di monologo aveva illustrato le “cinque vie” con cui, settecento anni prima, Tommaso d’Aquino provava che Dio c’è. Quel pomeriggio sarebbe toccato allo studente universitario, ateo e miscredente, dimostrare esattamente il contrario. Ma non fu possibile, perchè le scosse di terremoto, le prime e più leggere, verificatesi tra sabato e domenica, dissuasero tutti dal riunirci all’interno della canonica costruita quattro secoli prima e perciò poco resistente alle eventuali scosse. La discussione non si fece mai e il circolo culturale non riprese mai più. Pensammo che il padreterno avesse chiaramente fatto capire, col tremore della terra, che non avrebbe gradito...

La notte tra il 14 ed il 15 gennaio, poi, ci furono le scosse più forti, quelle che distrussero paesi e uccisero migliaia di persone. Nel mio paese non ci furono danni seri alle persone o alle cose. A casa mia ci svegliammo tutti, ci vestimmo e ce ne andammo in campagna, verso un podere al limitare del centro abitato: ‘a ‘nchiusa, la chiamavano, così come a Corleone c’è contrada Chiosi. Uscendo a piedi dal paese, notai che la casa della ragazza con cui ero fidanzato era al buio. Non potevo andare a bussare alla sua porta per a svegliare la sua famiglia, perchè il nostro fidanzamento non era ancora “ufficiale”. Mi rassicurai, però, vedendo che una casa vicina aveva le luci accese: qualcuno avvertirà la famiglia della mia ragazza, pensai.

Nel terreno in cui, fino a dieci anni prima, i muli facevano la “pisata”, cioè pestavano a giugno le spighe di grano, mio padre, che era muratore, aveva costruito un seminterrato per depositare attrezzi di lavoro. Ci sistemammo alla buona, con delle coperte su delle panche improvvisate, con i nostri parenti. Io mi ero portato un libro, un Oscar Mondadori costato 350 lire:“Vita d’un uomo”, 106 poesie di Giuseppe Ungaretti, che conservo ancora. Leggevo alla luce di una lampada tascabile o della luna, non ricordo. Così mia cugina Ninetta, chiedendomi cosa leggessi, mi prese un pò in giro, perché in quella notte, in cui i lampadari avevano tentennato, si tremava per il freddo invernale e si temeva che la terra tremasse per il sisma, io leggevo “Noia” del poeta italo-egiziano i cui versi facevano “Anche questa notte passerà//...//guardo le teste dei brumisti// nel mezzo sonno// tentennare”...

Non ricordo se l’indomani andai a scuola, frequentavo, infatti, il liceo Garibaldi, vicino al Giardino Inglese, a Palermo. Ma ci andai di sicuro nei giorni seguenti. Era una delle scuole dove il movimento studentesco era più attivo. Infatti, c’era l’occupazione, e molti ragazzi dormivano nei sacchi a pelo nelle aule. Io stavo a casa e mi tenevo in contatto con i miei compagni di classe, e ogni tanto telefonavo a casa loro per sapere se le lezioni riprendevano. Ad un certo punto ripresero, e facemmo diversi cortei a sostegno dei terremotati della Valle del Belice che scendevano a Palermo per chiedere interventi dello stato e ricostruzione. Ricordo che partecipai ad una grande assemblea all’Università con i terremotati e un gruppo di studenti venuti da Roma, “gli Uccelli” li chiamavano. Li guidava un tale di nome Paolo Liguori. In quella occasione diedi il mio recapito per abbonarmi al periodico “Pianificazione siciliana” che si stampava a Partanna e riportava le cronache delle lotte degli abitanti di Salaparuta, Gibellina, Montevago, ecc., a cura di un gruppo di ex collaboratori di Danilo Dolci, tra cui Lorenzo Barbera. Intanto, a scuola la professoressa di Italiano ci dissuadeva dallo schierarci con i senzatetto del Belice. “Voi lottate perchè abbiano una casa ed un tetto” - ci diceva convinta - “ma, credetemi, i contadini non sono come noi. Hanno sempre abitato in case in cui il soffitto non era chiuso, ma aveva tante aperture tra una trave e l’altra: voi vi preoccupate per loro, ma il freddo a loro non fa impressione. Al freddo, loro, ci sono abituati”.

Un gruppo di studenti tra i più impegnati della mia scuola approfittò del sabato e della domenica per andare nella valle del Belice e incontrare gli abitanti di quei paesi e alcuni dei “compagni” che organizzavano le manifestazioni, i volantinaggi, la disobbedienza civile alla leva militare. Di ritorno dalla missione, alla riunione del “nucleo delle sinistre” del liceo Garibaldi, cui partecipai, parlò a nome di tutti Massimo, uno dell’ultimo anno, della Lega Studenti Rivoluzionari, futuro esperto di “riconversioni industriali” a Milano negli anni ‘80. Ci riferì delle iniziative del popolo terremotato e, quando qualcuno gli chiese quale giudizio politico potesse dare sui compagni incontrati nella provincia di Trapani, che a noi sembrava lontanissima nel tempo e nello spazio, ci disse con gravità solenne:”Purtroppo, debbo rilevare che i compagni del Belice sconoscono il concetto di avanguardia o meglio non hanno chiara coscienza del giusto rapporto avanguardia-masse”. Oddio! Io ci rimasi veramente male: possibile che quei tipi là non sapessero rapportassi in modo corretto con le masse, cosa che ogni buon rivoluzionario deve assolutamente sapere e saper fare?! Che tremenda delusione. Più che altro, rimasi colpito da quel trattino che Massimo aveva posto con precisa sicurezza tra la parola avanguardia e la parola masse, un trattino apparentemente innocuo su cui mi scervellai per ore e ore e che credo mi abbia poi frullato in testa per un mese di seguito. O forse un anno, cioè tutto il sessantotto...

Santo Lombino

2 commenti:

Stranistranieri ha detto...

Bella storia scritta bene. Ne leggeremo ancora?

Redazione Dialogos ha detto...

Il professore Lombino come anche la nostra Antonia Arcuri sono coloro i quali fanno alzare il livello culturale di Dialogos. Il prof. Lombino conosciuto anni fa non si è mai tirato in dietro nel darci una mano e io ne sono stato sempre fiero. Per me che amo la storia i suoi racconti di vissuto e di conoscenze mi lasciano di stucco. Io spero che il prof. Lombino continuerà a scrivere e ci permetterà di leggere queste storie scritte bene ma anche interessanti.

Giuseppe Crapisi